Cinema

Un certain regard: il cinema di Vincenzo Totaro

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vincenzo_totaro(faro)Manfredonia – A dispetto dei quattro anni che li dividono, A catena – cortometraggio realizzato nel 2005 – e Faro – primo lungometraggio dell’autore sipontino, in uscita – sono riconducibili alla stessa idea di cinema, segno di una identità autoriale definita. Ricco di rimandi al periodo pionierismo e all’esperienza delle avanguardie degli anni venti, il cinema difficile di Vincenzo Totaro è uno streaming fenomenologico che, in epoca di significati deboli, restituisce all’immagine potere evocativo, avviando percorsi che resteranno fatalmente interrotti. Faro è un film che non ha inizio, ritrovandosi lo spettatore in medias res, nel guado di una evoluzione che tende al punto, armoniosamente disseminata (non a caso, si potrebbe dire, Mia – numerale del greco antico che sta per “una” – è il nome della protagonista, sgretolata ed onnicomprensiva). In A catena, per quanto ugualmente pluridimensionale, era invece ancora possibile riconoscere un verso, anche per una tensione catartica che lo faceva urgente e affamato di soluzione, concedendo allo spettatore l’emozione rara di un ripercorrimento proiettivo. Forse “cinema” è poco per l’arte di Totaro o almeno non è tutto. Direi piuttosto che è poesia, in senso antico, come fatica poietica, assolutamente non casuale articolazione di ricerche innumerevoli, sotto il segno di una quadratura mai smessa. E’ cinema che sa di cinema e nel silenzio si ripensa, studioso e appassionato. Alla visione si sottrae, chiudendosi in un mistero che sfugge di continuo, al modo della rena stretta fra le mani. Chi cerca qualcosa, lasci perdere; chi non cerca nulla, troverà tutto in queste opere, da rivedere come anniversari da vivere ogni volta diversi. Insolito e suggestivo che Faro nasca dal fotogramma di un film perduto, Guardiani di faro (1929), di Jean Grémillon. In questo tentativo, struggente e disperato, di dare forma all’inespresso c’è tutto il fascino aurorale di una risalita dalle profondità notturne. Cinema dell’annuncio, sentinella della creazione, dunque. L’etichetta strappata che chiude A catena è una densità impossibile da dimenticare.

(A cura di LUCA MONDELLI, Manfredonia)



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