CulturaManfredonia
A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

Manfredonia, Elsio – Quel giorno: quella partita (V)

Di:

Prese ad allenarsi con la squadra, era puntualmente sul campo, mai che mancasse un giorno. Così il sogno divenne realtà, perché la realtà la si può vivere come un sogno, l’importante è non perdersi in esso. Il mese successivo rifece l’abbonamento con quello che gli davo dalla vendita delle uova; non voleva nemmeno un centesimo di più; così fece per i mesi seguenti. Da quando aveva cominciato ad allenarsi non lo vidi più scontroso. Mi raccontò che appena arrivato al campo si sentì immediatamente parte della squadra; i giocatori lo accolsero come se lo conoscessero da sempre. Come lui mi anticipò, la possibilità di diventare amici anche fuori dal campo si avverò, e non erano tutti studenti. La varietà delle professioni, anzi, dei mestieri, lo maturarono sensibilmente. Un giorno che vennero a casa per una piccola festicciola (era usanza tra di loro), me li presentò uno per uno, dicendomi anche i mestieri che esercitavano insieme ai propri padri. Tra loro c’erano anche tre studenti universitari che io conoscevo, per sentito dire in paese, per la loro bravura nello studio. La sera mi mettevo dietro la finestra, nascosta dalla tenda e aspettavo che lui arrivasse; mi piaceva vederlo camminare spedito e allegro che canticchiava ad alta voce; mi piaceva vederlo contento: ne ero felice. Entrando metteva la roba da lavare nell’apposito cesto e gridava: «Mamma, sono arrivato!!». Io, facendo finta di non averlo visto, gli rispondevo: «Va bene!!». Poi correva a lavarsi. Finito, doveva mettersi a studiare, ma prima veniva in cucina a mangiare qualcosa e mi raccontava com’era andato l’allenamento.

Io non mi accontentavo di farmelo raccontare e così quando andavo in città allungavo il viaggio in corriera e alla fermata di fronte al campo pregavo l’autista, che sapeva il perché, di ritardare un po’ la partenza per poterlo vedere un po’ mentre si allenava. Lui era in porta e una persona gli tirava il pallone con le mani. Quando lo vedevo buttarsi per terra per prenderlo e alzarsi, poi, subito con grande agilità, tornando a buttarsi ancora senza fermarsi, lo vedevo contento di farlo, perché era il suo modo di vivere, quei momenti, felicemente. Allora pensavo che avevo fatto bene a comprargli il vestiario: la decisione era stata la migliore che avessi potuto prendere per il bene di Ӗlsio. E così un giorno dissi all’autista di partire subito, avevo già visto abbastanza di allenamenti; ora aspettavo solo quando avrebbe fatto parte della squadra in una partita; sarei senz’altro andata a vederlo giocare: aspettavo. Ormai era diventata un’abitudine, non noiosa. Quando tornava dall’allenarsi, lo aspettavo alla finestra: entrava, gridava, buttava la roba sporca nel cesto e andava a lavarsi; poi veniva in cucina a raccontarmi. Una sera però fu molto carino nei miei confronti e tanto comprensivo; mi stupì ciò, per la sua giovane età. Mentre mi stava parlando del capitano di serie A e dei suoi beniamini, vide che ero un po’ distratta: di fatto avevo l’appuntamento col dottore. Smise di raccontare e mi mise la mano sulla testa, poi mi accarezzò e mi disse sorridendo: «Vai dal tuo dottore; tu non capisci e non ti interessa proprio niente del calcio». Aveva ragione. Poi mi abbracciò e mi spinse ad andarmi a vestire.

Passò del tempo, andava tutto bene, io con il mio dottore, Ӗlsio con la scuola e gli allenamenti. La messa la domenica con la mia amica, mai col dottore. Infatti non entrava più in chiesa da quando gli era morta la moglie. Il pranzo a casa tutte le domeniche; le ore passate all’aria aperta e nessuna preoccupazione che mi sfiorasse per i miei due uomini. E così un giorno, in quella tranquillità, io e Ӗlsio cominciammo a pianificare il futuro. Mancava del tempo che io mi sposassi; lui aveva un tempo da rispettare dalla morte della moglie e lo stavamo rispettando, senza nessun problema. Per prima cosa, prospettai ad Ӗlsio di venire a vivere in città con noi, avevo già parlato col dottore che non trovò nessuna difficoltà, visto che la sua casa era abbastanza grande. Ӗlsio, con garbo, ma senza darmi speranze per un ripensamento, rifiutò. Poi decidemmo sul futuro della masseria. Ponderammo, con ragionamento e razionalità, le cose, per far sì che la masseria non andasse in mano a incoscienti che la riducessero in modo pietoso tanto da farci pentire di averla affittata. Per far sì che questo non accadesse, Ӗlsio decise che la casa l’avrebbe abitata lui, tenendosi anche la cantina: lì c’erano i ricordi del padre e del tempo trascorso con il padre. Fui d’accordo, con un po’ di preoccupazione, ma non dissi niente. Ci accordammo anche che il terreno, la stalla e il pagliaio li avremmo dati ad un cugino di mio marito, che era confinante e si era mostrato interessato da sempre; lui, ne ero sicura, me l’avrebbe tenuta bene. Infine lo pregai che almeno a pranzo venisse da noi. Disse di sì, ma «Solo il pranzo e lo faccio per incontrarvi e stare un po’ insieme». Pensavo proprio di aver sistemato le cose in modo che si potesse vivere sereni senza più patemi d’animo; credevo vivamente questo: ma…

Finalmente arrivò il giorno in cui Ӗlsio avrebbe giocato una partita vera in prima squadra. Mi sentii chiamare dalla strada da Ӗlsio con un grido; non feci in tempo a capire cosa fosse successo che già era in casa che saltellava di contentezza: «Mamma, mi devi preparare per domani mattina tutto il completo da gioco ben pulito, domani mi fanno giocare in prima squadra; domani gioco!!». Poi buttò tutto per terra e scappò a lavarsi. Rimasi ferma lì da sola, ma non c’era essere al mondo che pur restando solo fosse in compagnia della cosa più grande cui una madre potesse aspirare; la felicità del proprio figlio e in quel momento era in grande compagnia. Non ebbi tempo di potergli dire una sola parola, sparì come un fulmine ed io non lo fermai. A cena gli feci gli auguri di far bene, ma non parlammo per niente della partita; lui aveva la preoccupazione di fallire ed io tremavo per lui. Il mattino presto era già tutto pronto, i panni li lavai la sera e all’ora accordata svegliai Ӗlsio; gli rinnovai gli auguri scompigliandogli i capelli come faceva suo padre; era un modo per dirgli che quegli auguri erano anche i suoi. Preparai la colazione canticchiando una vecchia nenia, tramandatami da chissà quanto lontano nel tempo; diceva «Puoi partire anche oggi, puoi scordarti del mio volto, puoi avere cento vite, ma mai scorderai l’amore che ho per te». Ӗlsio la conosceva e quando la cantavo mi guardava e alla fine del canto con il capo assentiva più di una volta. Salutai Ӗlsio con un bacio e mi recai dal dottore a dare la notizia in modo da organizzarci per andare insieme al campo; dopo avergli dato la notizia sarei andata a messa. Nella corriera notai un silenzio organizzato, tutti erano d’accordo a zittire. Per strada vidi gente rabbuiata che camminava con passo veloce; in entrambi i casi non diedi peso alla cosa. Ero raggiante entrando nell’ambulatorio, ma subito venne via il sorriso; trovai il dottore scuro in volto, abbattuto, non mi chiese neanche perché fossi lì. Mi abbracciò e mi disse «All’alba è iniziata una brutta cosa tra noi ed un altro popolo; una bruttissima vicenda che porterà tanti lutti; tanti pianti nelle nostre case e nelle case di quegli altri». Non l’avevo mai visto così abbattuto; ne aveva ragione e io, nel saperlo, caddi svenuta: che brutta notizia! Ora capivo perché quella gente nella corriera e per strada era così rabbuiata. Ripresami da quell’annuncio di un’imminente e ignobile barbarie che si andava prospettando, aprii i palmi delle mani e le alzai al cielo invocando la maledizione per i responsabili di tutto ciò: poi cominciai a piangere. Piansi tanto. Ero spaventata per quello che poteva essere fatto alla mia famiglia. Il comunicato governativo diceva: «Tutti i disponibili devono raggiungere le caserme più vicine alle loro residenze, entro ventiquattrore». Ciò significava che entro la giornata sarei rimasta sola; il dottore ancora giovane ed Ӗlsio erano entrambi disponibili. Ed ecco che la speranza di vivere serena con i miei uomini durò poco, molto poco. Che dolore provai in quel momento! Dallo sconforto mi misi a tremare e per calmarmi presi un tranquillante. Era inumano quello che stava succedendo. Il mio mondo, il mondo di milioni di persone, con tutti i nostri sogni, in mano alla cecità di pochi incoscienti pazzi!!

Nel tornare a casa, volli tornare subito, senza andare alla messa, dimenticando la mia amica che senz’altro mi stava aspettando. Ritrovai una finta serenità, non volevo rovinare quel giorno speciale ad Ӗlsio e non volevo neanche buttare al vento malefico quelle ultime ore col dottore. Ad entrambi ci venne negato il tempo di riassaporare l’odore della giovinezza che già pioveva acqua putrefatta della morte: ecco cos’è la guerra!! Prima di incontrare mio figlio, sperai che fin dopo la partita lui non lo venisse a sapere, ma non ci credevo tanto, difatti… Mentre tornavo a casa il dottore andava dai carabinieri; avevamo deciso di sposarci il giorno seguente. Ottenne il permesso di ritardare la partenza di ventiquattro ore, motivandone la ragione, per lui e per Ӗlsio. Poi andò dal parroco per preparare il tutto; esisteva una dispensa ecclesiastica per gli eventi eccezionali e quindi ci si poteva sposare; bastavano i documenti personali e due testimoni. A casa trovai Ӗlsio pronto per andare dai suoi compagni di squadra, pranzavano insieme prima della partita.

Al mio disinvolto atteggiamento mi disse: «Mamma, non c’è bisogno che ti sforzi tanto a nascondere le tue lacrime, sono lacrime che non si possono e non si devono nascondere. La notizia l’ho sentita dalle persone che andavano a presentarsi in caserma». Lo trovai calmo, non volle parlare di questa brutta faccenda; di quello che sarebbe successo l’indomani non gli interessava, era l’oggi che voleva vivere intensamente, poi, al resto, ci penseremo domani: oggi è oggi. Si avvicinò e mi asciugò le lacrime e mi mise una mano sulla testa, come faceva di solito per consolarmi e con l’altra mi accarezzò il viso e, sollevandomi il mento, mi disse: «Questa sera andrai a stare dal tuo dottore; non dire una sola parola, sarebbe inutile, questa volta mi ubbidisci». Mi strinse più forte delle altre volte, c’era tanta rabbia e paura in quell’abbraccio perché poteva essere uno degli ultimi. Mentre mi abbracciava gli dissi che l’indomani mi sarei sposata: «Meglio», mi rispose contento di questa notizia, «così non avrai nessuno scrupolo di fare peccato». E mi abbracciò ancora una volta facendomi gli auguri. Ci salutammo dandoci appuntamento al campo, scappò ad entrambi un sorriso; la serenità doveva essere predominante in quelle ore.

Accompagnai Ӗlsio con lo sguardo fino in fondo alla strada, lo feci istintivamente, mai fatto prima in quel modo, era il condizionamento di quella notizia che ci aveva avviliti tutti e messo in allarme. Il pianto fu la liberazione momentanea di quell’angoscia; sapevo che avrei pianto ancora, perciò mi asciugai le lacrime e pensai alla partita. Pranzai alla buona, senza cucinare; così facendo provai cosa mi aspettava già da lì a pochi giorni. Il dottore mi venne a prendere alla corriera e disse che il permesso delle ventiquattro ore per lui e per Ӗlsio lo aveva in tasca, così come il documento e la dispensa del parroco: «Alle dieci ci sarà la cerimonia nuziale». Mi strinse il braccio; ci guardammo ed eravamo contenti: ma che brutto momento era per essere felici. Mezz’ora prima della partita eravamo ai bordi del campo. Era venuto fuori da una vecchia cava servita per la costruzione di un porto di una città marina vicino al paese. Finito il porto, la società che eseguì i lavori la donò al comune e questi la concesse al parroco, in prestito, per far giocare i ragazzi della parrocchia. Poi venne il calcio e si trasformò in campo per giocare al pallone. Tagliato su di una piccola collinetta, prese forma di un rettangolo: da una parte una parete di dieci metri, dall’altra finisce a livello della strada. Sulla parete alta fu costruito un muretto, non tanto alto, per protezione; comunque era pericoloso affacciarsi; specie per i più piccoli: troppo alta la parete per quel muretto così basso, facilmente scavalcabile anche dai bambini. A tal proposito si ricorda un brutto fatto: un bambino di dieci anni cadde giù dal muretto mentre giocava stando seduto a cavalcioni. Si salvò, unico ricordo che ha sono i capelli bianchi che gli vennero precocemente; dissero che gli erano venuti per lo spavento della caduta. La parrocchia e l’orfanotrofio erano posti di fronte al campo, in mezzo ad essi c’era una piccola pineta, ben tenuta dai ragazzi dell’orfanotrofio. Ci mettemmo proprio lì per vedere la partita; distanti due metri, come ci dissero, dalla linea che indicava il confine del rettangolo di gioco. Il campo era tutto rastrellato e ben disegnato con polvere di gesso; una perfetta geometria dalle due parti, con un grande cerchio al centro; come era bello così pulito, sembrava una grande piazza fatta di terra: si aveva paura di calpestarlo per non rovinarlo. Quando arrivammo non c’era tanta gente, ma da lì a poco, prima dell’inizio, ne arrivò molta che quasi riempì i bordi del campo. Erano vestiti a festa con le mogli e i figli a seguito, come quando si va ad una fiera paesana.

Le donne e i bambini restarono nella pineta a giocare e a me venne la voglia di stare con loro a giocare; ma non potevo: il mio “bambino” stava lì nel campo e io dovevo giocare con lui. Gli spettatori cominciarono ad applaudire e gridare vedendo del movimento di gente vicino agli spogliatoi, di certo era premonitore dell’inizio della partita. Mi sentivo un po’ imbarazzata, essendo una delle pochissime donne che era lì, fra tanti uomini che a poco avrebbero corso “mentalmente e con entusiasmo” dietro al pallone con i giocatori in campo, gridando a squarciagola, “aizzandoli” a colpire il pallone prima degli avversari. Abbassai la testa per pudore. Mi venne in aiuto il dottore dandomi la mano, me la strinse e così ebbi la consapevolezza che ero con lui e non da sola. Contemporaneamente a questo sentii gli applausi; alzai la testa e vidi che dagli spogliatoi, un fabbricato fatiscente con un tetto in metallo ondulato, posto all’angolo del campo, sotto la parete più alta, uscivano dalla porta centrale i giocatori. Intravidi subito Ӗlsio, i miei occhi erano solo per lui. Aveva il pallone sotto il braccio destro, attaccato al fianco e con la mano sinistra si aggiustava la coppola ripetutamente: quei gesti erano un modo per scaricare la tensione.

In attesa che l’arbitro uscisse, i compagni di squadra e gli avversari fecero gli auguri ad Ӗlsio, con un grido all’unisono, per la sua prima partita. Poi, ogni giocatore gli diede la mano e una pacca sulla spalla: capii che era un gesto di incoraggiamento. Questo rito non lo sapevo e non lo immaginavo neanche. Quanta emozione mi diede ciò ed ero certa che questo fatto, nel tempo, l’avrei portato ad esempio della lealtà che lo sport aveva insegnato a quei ragazzi. Mi rifugiai ancora una volta nella mano del dottore, gliela strinsi forte e lui capì la mia emozione, sorridendomi. Arrossii e i battiti del cuore mi arrivarono forte alle tempie, ero bloccata ma alzai di più la testa, orgogliosa che lì, in mezzo a tutti quei ragazzi, c’era il mio Ӗlsio: mio figlio! E perciò non volevo, ma anzitutto, non dovevo perdere un attimo della partita.

L’arbitro uscì, era vestito tutto di nero, con giacca abbastanza lunga che quasi toccava la piega dei pantaloni che era sulle ginocchia; camicia bianca abbottonata al collo senza cravatta. Aveva al collo una cordicella alla quale era legato il fischietto, abbastanza grande; pensai che servisse per far sì che quando emetteva il fischio lo sentissero tutti. Comunque il suo abbigliamento era troppo elegante per una partita di calcio su un campo di terra; alla fine come diventerà quell’abito? Probabilmente era l’abito adatto per far sì che i giocatori lo rispettassero: probabilmente. L’orologio l’aveva sulla manica della giacca ben in vista, per non sbagliare allo scoccare dei quarantacinque minuti per decretare la fine del primo e del secondo tempo. Con un cenno, i capitani delle squadre si affiancarono a lui e tutti gli altri giocatori, in fila indiana, dietro i propri capitani. Quando le file si completarono a passo svelto, si avviarono verso il centro del campo. Arrivati, si schierarono allineati spalla a spalla, ai lati dell’arbitro, che era al centro. Il pubblico prese ad applaudire calorosamente, incitando i propri beniamini; erano arrivati anche dal paese della squadra ospite. Ӗlsio consegnò il pallone all’arbitro e questi lo mise a terra poggiandovi il piede destro sopra, dando l’idea di essere il padrone e facendo capire che “Qui comando io!”. Che gioia vedere quei giovani! Belli, forti, pieni di vita, allineati come se fossero in una parata militare lì in mezzo al campo; impettiti di orgoglio per una sola cosa: giocare. Intanto che cominciasse osservai gli abbigliamenti. Vidi che le maglie dei due portieri erano uguali, color marrone scuro, invece i pantaloni sulle ginocchia di colore diverso; grigio a mio figlio e verde chiaro all’altro portiere; i calzettoni uguali ai pantaloni.

Molto in evidenza le ginocchiere, quando le comprai non mi sembravano così grandi. Sì che dovevano proteggere le ginocchia, però così grosse! La coppola era per tutti e due uguale, grigio scuro, elegantemente portata come le persone di rispetto. Le maglie dei compagni di Ӗlsio erano grigio con il colletto giallo, i pantaloni erano bianchi ed i calzettoni neri. L’altra squadra, invece, aveva la maglia a strisce orizzontali bianco e celeste, fasce abbastanza larghe, con i pantaloni neri ed i calzettoni bianchi. Onestamente, a malincuore però, devo dire che quest’ultimo abbigliamento mi piaceva di più; meno noioso e più giovanile nell’aspetto. Mentre facevo questa analisi di costume, nella pineta i ragazzi si rincorrevano gioiosamente sotto gli occhi attenti delle madri: ciò mi faceva tenerezza ricordandomi quando Ӗlsio era piccolo. I giocatori erano allineati mentre i capitani aspettavano che l’arbitro li chiamasse a centro campo. In attesa che cominciassero guardai i compagni di Ӗlsio. Li osservai attentamente; vestiti in quel modo bisognava guardarli bene bene per riconoscerli. Li avevo visti a casa mia, ma così e a distanza erano irriconoscibili: però ce la feci. Quello accanto ad Ӗlsio, alla sua destra, era il figlio del macellaio, capitano della squadra. Lavorava con il padre nella macelleria, non più giovanissimo, ma con un corpo e un paio di spalle da far paura ad un toro; tant’è che a scaricare la carne, mezzo animale alla volta, per la sua macelleria, era lui; glielo vidi fare quando andavo a comprare la carne: impettito lì al centro del campo, sembrava ancora più grosso. Alla sinistra c’era un artigiano dell’ago, bravo anche a disegnare, tant’è che lavorava per il teatro comunale; disegnava manifesti; collaborava alla sceneggiatura ed era il costumista: era bravo in tutte le mansioni. In strada lo vedevo più gracile, invece era tutto muscoli; ben spartiti nel corpo. Appresso a lui stava il fratello del macellaio; lavorava come garzone in un negozio di ferramenta. Più piccolo di età, ma anche di stazza corporea, faceva di tutto per apparire grosso come il fratello; a dire il vero ci riusciva benissimo, imponendosi all’attenzione di tutti: anche questo in un giovane è bello ammirare.

Quelli dopo erano i tre studenti al loro secondo anno di Università, in paese li ammiravano per la loro dedizione allo studio e la loro umiltà, dando il meglio, per far sì che i sacrifici dei loro genitori, semplici contadini, fossero onorati dai risultati. La loro umiltà era che non mancavano di dare una mano in campagna, specie quando c’era da mietere il grano; ma anzitutto non avevano, di fronte alle altre persone, la puzza sotto al naso per essere degli universitari. Il lavoro in campagna, anche se sporadico, evidentemente gli faceva bene perché anche loro erano ben messi fisicamente. Intanto io ebbi ancora tempo di osservarli uno per uno, perché la cerimonia al centro del campo andava per le lunghe. L’arbitro chiamò a sé tutti i giocatori e, parlando dell’imminente tragedia, fece gli auguri a tutti di potersi ritrovare, dopo, ancora su di un campo da gioco: me lo disse Ӗlsio dopo la partita. Il ragazzo che stava dopo gli universitari era il figlio dell’ortolano; mi stupì, lo vedevo sempre al mercato in un angolo seduto a vendere i prodotti che producevano nella loro terra. Di fianco agli altri faceva la sua figura; non credevo che fosse così fisicamente a posto: non l’avevo mai visto in piedi! Alto quasi quanto Ӗlsio, bruno di carnagione, piuttosto carino, teneva la sua posizione corretta al fianco degli altri, ma a differenza di loro aveva la testa abbassata, quasi si vergognasse di essere lì a divertirsi, mentre i suoi genitori stavano a lavorare nell’orto e il fratello piccolo, molto piccolo, era al mercato a vendere i loro prodotti. Quella vergogna non dava la giusta misura della sua stazza atletica. Il fabbro era al fianco dell’ortolano; il suo collo da toro sopportava benissimo la testa del gladiatore che aveva e l’impazienza di cominciare lo rendeva irruento tanto da scalpitare e muovere la terra sotto i piedi: questo gli veniva dalla spavalderia di esprimere la sua giovinezza. Gli ultimi due erano i figli dei ricchi del paese, li chiamavano i “baronetti” tanto erano eleganti nel vestire e nel portamento. Certo però che quel nuovo gioco li aveva coinvolti scuotendo il loro sangue e la loro mente; la passione per il pallone rese loro la giovinezza viva, scrollando di dosso la noia che dissolveva nel nulla le loro giornate. Ora però avrebbero ricordato per sempre la loro giovinezza per “quel giorno; quella partita”. Stando in fila con quelli della “plebe”, si liberarono da pregiudizi sociali godendo di far parte della squadra di giovani e non di “ricchi”.

A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

REDAZIONE STATO QUOTIDIANO.IT – RIPRODUZIONE RISERVATA



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