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Andar su per campanili a scattare foto a San Marco in Lamis

A cura di Antonio Del Vecchio

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San Marco in Lamis. Da qualche tempo è in vetrina, a San Marco in Lamis ed altrove, l’ultima “chicca” fotografica e letteraria di Michele La Riccia, già noto in luogo per aver pubblicato una serie di altri preziosi ed introvabili opuscoli. Si tratta di “13 click” dal Tetto del Campanile”, pubblicato per i tipi di Edizioni del Rosone “Franco Marasco”, in Foggia. Il testo si compone di appena 32 pagine, di cui 13 fotografie di originali scorci panoramici del paese. In esso c’è l’essenza artistica al massimo livello: occhio, occasione e plasticità espressiva. A dargli, poi, ulteriore importanza e pregio, ci pensa Joseph Tusiani, letterato plurilingue di fama mondiale. Lo fa con la sua prefazione, altrettanto unica ed originale, scritta a mano con la sua tipica grafia tondeggiante, a significare la limpidezza e sincerità del suo animo e carattere. La stessa è tradotta in inglese da Cosma Siani. Tusiani è fortemente turbato dalla visione di quelle foto che per lui rappresentano fonti di ispirazione insopprimibile, perché gli ricordano l’ infanzia spensierata trascorsa accanto alla madre, all’ombra di quel Campanile da dove sono state scattate le foto, avendo abitato per lungo tempo nella casa natale di vico Palude. Stabile riacquisito e usato sino a qualche anno addietro per la sua annuale vacanza italiana.

Anche chi scrive è stato vivamente colpito dai “13 scatti” che, a suo avviso, non è né può significare un numero riduttivo, ma moltiplicatore di una serie di rappresentazioni di insieme e nel contempo di particolari, mai riscontrati in altre foto sullo stesso tema. Guardandole ad una ad una scopriamo nuove cose e proviamo nuove emozioni, come se fosse la prima volta.

Per di più la “lettura” che si fa è istruttiva, perché ci fornisce in modo visivo una serie di notizie sullo sviluppo urbanistico della città. Non è la prima volta, anche negli altri libri, La Riccia dimostra la sua bravura di ricercatore incallito, amante non tanto dei luoghi bui ed impolverati, come possono essere gli archivi, ma quelli aperti ed accessibili del paesaggio antropico e naturale. La Riccia è un creativo umile. Non ama ostentare il suo “savoir faire”,dimostrato più volte in vari campi dello scibile e dell’arte. Se non fosse stato per l’intraprendenza di Raffaele Cera, Presidente della Fondazione “Pasquale ed Angelo Soccio”, nonché scopritore eccellente di Talent Scout nostrani, il libro giacerebbe ancora, sperduto o perduto, in qualche cassetto del suo super accessoriato negozio di ottica in Corso Matteotti. Da rilevare, infine, che un’esperienza simile l’ha vissuta pure chi scrive, inerpicandosi in compagnia di Domizio De Cata sul Campanile delle Grazie. Lo ha fatto non per riprendere il panorama, ma per scattare una foto su una delle due campane in bronzo firmata: “Magister Manfredinus me fecit”. Il tutto è contenuto in un apposito capitolo del voluminoso catalogo dal titolo ”Magister Manfredinus me fecit”, presentato ad Ortisei (Bolzano) nel luglio 2009, imperniato sulla vita e le opere dell’anzidetto scultore, attivo a Venezia intorno al ‘300. Lo studio comprende una decina di campane. La notizia dell’esistenza del “bronzo” sammarchese era giunta per pura casualità a Tobia Moroder e allo stesso direttore del Museo ladino, Stefan Planker (autori del libro), grazie ad un articolo, apparso su La Gazzetta del Mezzogiorno, a firma di chi scrive, nell’aprile 2006, il cui contenuto appare oggi del tutto destituito di fondamento ossia che l’anzidetta campana non fu portata in loco dai fuggiaschi della distrutta Arpi, bensì dai Veneziani che avevano il loro centro commerciale in Manfredonia. Insomma, i campanili non sono solo luoghi aerei dove sfrecciano gli uccelli e ci permettono di scorgere impensabili scorci panoramici, ma anche depositi di testimonianze storiche di grande valore sull’origine della città, qual è appunto la campana in parola.

(A cura di di Antonio Del Vecchio)



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