Manfredonia
A cura di Michele Illiceto

“Ti scrivo, o morte!’

Me la ricordo ancora tra i banchi del liceo dove per tre anni abbiamo camminato insieme


Di:

Ancora una volta mi hai portato via qualcuno nel pieno della sua giovinezza, prima che sbocciasse sotto il delicato manto della sua femminilità, nel pieno ricamo della sua esistenza. Prima che fosse in grado di volare alto senza cadere nel vuoto.

Te la sei presa mentre ancora era alla ricerca di ciò che avrebbe potuto essere, prima che potesse capire che cosa davvero le mancava. Prima che imparasse a perdonarsi quella fragilità che tutti ci accomuna.

L’hai strappata ai suoi genitori con la scusa che non avrebbero sofferto, facendole credere che tu avresti sistemato tutto. Che avresti messo a posto ogni cosa, azzerando ogni tensione, ogni conflitto. L’hai invitata a venire con te prima che capisse che non era fatta per te.

Ancora una volta hai vinto tu. Le hai promesso un mondo migliore dove non esiste il dolore, né la fatica di esistere né le paure che ci investono quando si tratta di crescere. Le hai prospettato un mondo al buio dove la coscienza non ti rode e il pensiero non ti inquieta, dove nessuno più ti tormenta con la sua indifferenza. Le hai promesso il niente come parvenza del tutto.

Hai approfittato della nostra indifferenza, delle nostre lontananze, delle nostre solitudini, delle nostre distrazioni. Del fatto che eravamo altrove. Eravamo altri senza essere “suoi” altri. Eravamo vicini senza essere abbastanza prossimi. Anche se non era sola, tu le hai fatto credere che lo fosse. Ti sei proposta come compagna, tu che sei solitudine immensa.
E tu, hai approfittato facendole credere che fosse un angelo che poteva sfidare l’abisso. Che potesse varcare con un semplice salto nel buio le porte di chissà quale paradiso. Le hai fatto credere che poteva avere tutto in un attimo, tu che togli il tempo alla nostra sete di eternità. E, invece, lei, come tutti noi, era solo un respiro custodito in un piccolo vaso di creta.

A lei piaceva molto Pascal, specie quando diceva che siamo solo una canna, ma una canna che pensa, o quando diceva che anche se non sappiamo chi ci abbia messo al mondo, nè che cosa sia il mondo, nè che cosa siamo noi stessi, la vita vale sempre la pena di viverla. E proprio di questo tu eri invidiosa: che lei amasse la vita.

Ora tu ridi di noi, ti prendi gioco delle nostre parole, ti giuggioli felice e sazia tra i nostri commenti e le nostre diatribe di spettatori inermi e impotenti che sui social network cercano solo di avere ragione più degli altri. Ci guardi sorniona mentre ci masturbiamo con le nostre acute analisi e le nostre erudite interpretazioni di studiosi falliti che hanno pure l’arroganza di spiegare il come e il perché ciò sia avvenuto.

Ma io sono qui, come tutti coloro che l’hanno amata e conosciuta. Me la ricordo ancora tra i banchi del liceo dove per tre anni abbiamo camminato insieme. Lei alunna e io suo docente. Abbiamo parlato di tante cose: dell’amore, della vita, dei grandi perché, delle domande a cui non c’è risposta sicura, dei dubbi, del dolore. Di quanto sia difficile crescere senza a volte anche cadere o sbagliare.

Abbiamo parlato anche di te, o morte. E, ricordo una volta, citammo E. Jabès che di te ebbe a dire: “La morte è di Dio il pensiero più freddo”. Lei ebbe un sussulto e ci pensò. Si perchè a Serafina piaceva pensare, leggere, dialogare, cercare, porre domande. Era una domanda vivente. E, a volte, quando non c’era risposta, un poco si arrabbiava. Ma poi pazientava. Stava imparando l’arte di viere. E tu eri gelosa.

A dire il vero dava un poco di ragione a Epicuro che affermò che quando ci sei tu, noi non ci siamo, e che, finché ci siamo noi, tu non ci sei. Che bel gioco di parole hai usato per convincerla a seguirti! Che grande bugia le hai detto per nascondere l’unica verità che invece dice che noi non siamo fatti per la morte! Se tu fai parte di noi, noi non facciamo parte di te. E’ questo è stato il nostro errore: che ti abbiamo sottovalutato. Non abbiamo capito che tu c’eri. Eri là, presso di lei. Lo eri da giorni. E noi non ce ne siamo accorti. Tu eri là per sedurla ed ammaliarla. Ti sei proposta come la soluzione ai suoi problemi, quando invece eri e sei tu il problema.

Hai vinto, è vero, perché lei non c’è più. Hai vinto, perché te la sei portata via prima del tempo, prima che ce ne accorgessimo. Hai vinto perché hai portato il buio nel cuore di chi l’amava. E il dolore sembra essere l’ultima parola.
Eppure io so che non è così. Tu ce l’hai solo portata via, ma lei non è con te. No! Lei è rimasta con noi. E come?, ci chiedi tu.

Ci basta una lacrima. Si, una lacrima. Tu l’hai strappata con la violenza di un volo assurdo, e noi te la strappiamo con una lacrima che bussa alle porte del cielo, per custodirla per sempre in pace con se stessa e con tutti. E’ il nostro affetto per lei che te la strappa. Ora lei è dentro di noi. E il nostro amore per lei te la strappa dalle mani. Il nostro amore, o morte, oggi ti vince.
E se, da domani, sapremo amare i nostri giovani per tempo, mentre tu raminga ti aggiri tra le loro vite fragili, non ti daremo altra occasione per portarceli via.

Li ameremo prima, per non doverli amare dopo che tu hai giocato le tue carte false con loro. E anche se ciò dovesse di nuovo accadere, ricordati che potrai strapparceli dalle mani e dagli occhi, ma non dal luogo dove li abbiamo amati. Perché, come dice il Cantico dei cantici che tanto piaceva a Serafina, più forte della morte è l’amore.

(A cura di Michele Illiceto, 20 agosto 2017)

“Ti scrivo, o morte!’ ultima modifica: 2017-08-20T20:53:40+00:00 da Redazione



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Commenti


  • cittadino

    Il cantico della vita e dell’amore….
    Mi complimento per gli orizzonti che spalancate, sperando nelle riflessioni di chi le legge.
    Lei sicuramente sarebbe uno di quelli che terrebbe il LUC attivo…


  • antonella

    Bellissimo testo, analisi profonda e toccante, prof. Illiceto, credo interpreti i pensieri di tanti, mi permetta, nel piccolo, di scrivere un piccolo pensiero, è comunque difficile avere ragione della morte, vincerla, forse siamo tutti un po soli, come tante isole di un arcipelago, ma senza ponti di collegamento, forse, servono più ponti e più amore.
    R.i. p. Serafina.

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