Editoriali

Le conseguenze dell’amore

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Stalking, le conseguenze dell'amore (a cura della dr.ssa V.Gentile - image: corriereabruzzo)

LA maggior parte delle donne implicate in una relazione violenta resta con il proprio partner. Per sempre, per alcuni anni: comunque la rottura non è immediata e molto dipende dall’età delle donne, dalla presenza dei figli, dalla regione d’origine.

C’è questa ricerca dell’Università di Bologna e della fondazione Icsa che si chiama proprio “Strategie di risposta alla violenza: chi resta e chi va” che fotografa la nostra realtà e, in fondo, ciò che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente. Emerge che fra le donne nate negli anni Sessanta e Settanta “il 50 per cento abbandona il partner entro otto anni dall’inizio della relazione violenta“. Un tempo che si dimezza, scendendo a quattro anni e mezzo per le donne del decennio successivo (1971-1980), contro i dodici mesi delle più giovani, quelle nate dopo gli anni Ottanta. Mentre per le donne anziane, o comunque vissute tra gli anni ‘40 e ‘50, la statistica è quasi inesistente, perché era davvero raro che si fuggisse da un marito persecutore (lo sappiamo, le nostre nonne non l’avrebbero mai fatto); in assenza, anche, della legge sul divorzio, arrivata in Italia soltanto nel 1970.

E i dati sulla violenza sessuale, dentro e fuori le mura domestiche, il 7,8 per cento di tutti i reati denunciati e gli unici in ascesa invece che in calo, dicono che non c’è differenza tra Nord e Sud. Anzi è tra le regioni del Centro Nord che si registrano (dati Istat) il maggior numero di aggressioni contro le donne, in Lombardia, Toscana, Emilia Romagna. Raccontava una giovane mamma rifugiata con i due figli in uno dei centri antiviolenza di Roma: “Chiudeva la porta a chiave e alzava la televisione. Poi con un grosso asciugamano arrotolato e bagnato mi picchiava con rabbia. E quando uscivo pretendeva che coprissi braccia e gambe per non far vedere i lividi. Ma non riuscivo a lasciarlo: non avevo né soldi né amici, non sapevo dove andare. Sono scappata mentre lui era al lavoro, con l’aiuto di una vicina…”.

Fuggire da mariti, fidanzati, padri aguzzini sarebbe la cosa più ovvia, mettersi in salvo, proteggere i figli. E invece si resta: per paura, per povertà, per dipendenza. O per altro. Quasi fosse una specie d’amore malato. Un dato interessante della ricerca dimostra che l’aver assistito da piccoli ad abusi familiari, rende poi le donne più vulnerabili alla violenza di coppia, mentre i maschi tenderanno a ripetere da adulti ciò che hanno visto fare al padre. Un’eredità familiare distorta, ma potentemente evocativa. “I figli apprendono l’uso della violenza, e interiorizzano norme che giustificano ruoli di genere, nei quali la donna sia vittima, e all’uomo sia consentito adottare forme di coercizione fisica e sessuale”.

Quasi un copione relazionale impresso che si tende a riprodurre, più o meno consapevolmente o più o meno inconsapevolmente. Perché evidentemente “le relazioni tra gli uomini e le donne funzionano così”, e nei guai ci si continua a ficcare, in fondo non amandosi, come si è sperimentato non si amava la propria madre, o nessuno dei propri genitori. Queste dinamiche dovrebbero essere un monito per le coppie invischiate in amori malati, tanto più se hanno figli, giacchè responsabilità verso di loro significa impedire, bloccare, un ciclo degli abusi che può perpetuarsi attraverso le generazioni.

Le conseguenze dell’amore malato sono potenzialmente incalcolabili nella catena temporale e generazionale delle relazioni affettive. Le conseguenze dell’amore sano hanno esiti funzionali e di miglior adattamento non solo per i singoli, ma per l’intera rete sociale che li accoglie e che anche attraverso di essi si rispecchia e può riconoscersi (oppure perdersi).

Le possibili conseguenze dell’amore non sono, quindi, “soltanto un fatto privato” ma implicano l’assunzione di precise responsabilità sociali. Non bisognerebbe mai scordarsi, oppure privarsi, di tale personale potere d’ incisione in seno alla propria rete sociale di riferimento.

(A cura della dottoressa Vittoria Gentile)



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