Manfredonia
Conseguenze psicologiche di un disastro ambientale

Manfredonia, “Oltre la Città divisa” (I)

A cura del dottor Antonio Marchesani

Di:

Oltre la Città divisa – Conseguenze psicologiche di un disastro ambientale
(A cura del dottor Antonio Marchesani)

Prologo

La storia di Manfredonia è scritta nel suo stemma di pietra. San Lorenzo Maiorano, patrono della città, domina dal ponte, le acque paludose dove si annida un drago minaccioso. Lorenzo veniva dall’Oriente inviato dall’Imperatore Zenone al quale si erano rivolti le Autorità sipontine per pacificare la città divisa. Maiorano si rivelò l’uomo giusto…. e divenne santo.

Il Drago simbolo malefico delle forze arcane e incontrollabili riappare in una fiaba di Ulissina Schettino, pubblicata nei giorni di protesta per l’arrivo della nave dei veleni, la famigerata Deep Sea Carrier. Narra, la fiaba, di una città che si affaccia sul mare, acque trasparenti, ricche di pesce e di sorgenti benefiche. Un grande Drago dalle cui fauci escono fumi e veleni, si impadronisce della città. Gli ulivi si seccano, il fico inaridisce, in mare pochi pesci. Un giorno il Drago attira un altro mostriciattolo pieno di rifiuti velenosi. A questo punto le principesse del luogo si risvegliano e insieme ai cittadini più consapevoli respingono il pericolo e salvano la città. A quei tempi la Deep Sea Carrier, la nave dei veleni, rappresentava il persecutore esterno, visibile, contro il quale la cittadinanza insorse al grido c’nuaj! (se ne deve andare!). La lotta cittadina allontanò sia la nave dei veleni che lo stesso persecutore interno cioè l’EniChem. Nel 1993 la fabbrica chimica si trasferisce e lascia Manfredonia “sedotta e abbandonata” come nelle migliori commedie all’italiana e come per tante storie di industrializzazione del Mezzogiorno.

SAN LORENZO MANFREDONIA - 08022016 (255)

Il cittadino operaio Lovecchio

Il 9 aprile del ‘97 muore Nicola Lovecchio, operaio capoturno, stimato nell’ambiente. Aveva contratto un cancro ai polmoni già ai tempi dell’ANIC, ma la sua situazione clinica era stata superficialmente sottovalutata dai medici del petrolchimico. Quei giorni, in città, cupi silenzi ed occhi bassi. La sottile percezione di “essere inquinati” che già serpeggiava nella popolazione, con la morte di Lovecchio diventa una dura verità: l’Enichem è stata una madre cattiva che nel latte nascondeva il veleno. Ma, come quando ti dicono che hai il cancro, ci credi non ci credi, sei turbato: “Non può essere!” ….e ti fai tante domande.

E’ vero in quei giorni di fine settembre ‘76 si respirava aria dal sapore amaro acido: “Perché tanti animali furono portati al macello?! E perché quella volta tutti fuggivano di corsa verso San Giovanni!? Cos’era quella nube giallastra sulle nostre teste?! E se davvero mangiamo pane e arsenico?!” Tutto ritorna come una pellicola che torna indietro. E senti i tuoi parenti che si dividono tra “a favore o contro l’EniChem”. E provi la sofferenza di essere internamente scisso. Non puoi crescere tranquillo nella tua comunità perché devi essere o a favore o contro. E continui a pensare: se mai un parente stretto o un mio amico muore per tumore è o non è colpa dell’Enichem? La tensione interna produce la rottura dei legami affettivi, si determina una profonda ferita tra il terrore di essere inquinati e la immediata negazione, “non è vero niente!”.

In questi casi l’Io per difendersi fa ricorso a meccanismi di difesa primordiali come l’immediata negazione o la rimozione. La rimozione è quel meccanismo di difesa molto studiato nella letteratura psicoanalitica che consiste nel rimuovere eventi spiacevoli, non sopportabili. Come se l ‘Io per andare avanti spostasse giù nel calderone dell’inconscio l’emozione indesiderata. Senonché il materiale rimosso, al momento opportuno, appena si apre una breccia, emerge nella coscienza e negli atti e chiede gratificazione. Come è successo nelle rivolte dell’88 e come sta accadendo ora con la forte reazione all’installazione del megadeposito di GPL Energas/Q8. C’è una analogia tra la situazione dell’essere terremotati o alluvionati e quella dell’essere inquinati. Mentre nel terremoto e nell’ alluvione si può vedere come una vendetta della Madre Terra contro la devastazione fatta dall’uomo, ma alquanto imprevedibile; nell’ inquinamento ambientale c’ è una situazione colposa e cosciente e per questo ancora più drammatica. A Taranto alcuni operai hanno affermato: sappiamo di poter contrarre il cancro e anche morire ma dobbiamo lavorare, lavorare.

(A cura del dottor Antonio Marchesani)

Lavori operai Enichem (st - image: CMMF@)

Lavori operai Enichem (st – image: CMMF@)

REDAZIONE STATO QUOTIDIANO.IT – RIPRODUZIONE RISERVATA



Vota questo articolo:
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota. Si informano i lettori che la testata giornalistica Statoquotidiano (www.statoquotidiano.it) è responsabile solo dei contenuti multimediali (video, foto etc) e dei testi presenti nella sezione "Articoli" e "Documenti". Non è in alcun modo responsabile dei contenuti e dei commenti presenti in tutte le sezioni del sito.

Articoli correlati