Editoriali

Lettera a Nichi sulla violenza


Di:

foto: http://medias2.cafebabel.com

Caro Nichi,

il dolore rancoroso che si fa violenza non ha ragioni, è s-ragionevole, non ha pensieri lunghi sul futuro, sul come farlo questo altro e differente futuro. Così pensavo guardando la diretta tv su piazza San Giovanni il 15 Ottobre. Noi invece abbiamo il dovere di capire, decifrare, non solo di prendere le distanze da “metodiche” che non condividiamo. E non ti chiedo qui e ora di seguirmi in “costruzioni sociologiche”. Definizione, se vogliamo, corretta dal punto di vista gnoseologico. Infatti, come è noto, la legittimità di ogni lettura, del confronto tra interpretazioni anche divergenti, è una condizione sine qua non, non solo della democrazia, anche della scienza.

Ti voglio raccontare invece, qui e ora, una mia personale esperienza, che in qualche modo mi ha sospesa, lasciandomi vuota, e senza progetto, dalla seconda metà degli anni ’70. Fuori era l’inferno, ma io mi sentivo certa, in qualche modo al sicuro, nella mia scelta. Iscritta al corso di laurea in Sociologia, seduta in un’aula del Magistero in piazza della Repubblica a Roma, era un giorno di lezione come tanti. Le lenti per osservare e decifrare il mondo me le passava Franco Ferrarotti. Io ascoltavo, volevo capire, affamata di parole credibili, plausibili. Passare dalla FGCI alle Scienze Sociali per me allora aveva, infatti, un senso logico, di tipo politico-culturale. L’aula era affollatissima, io ero all’ultimo banco. C’era fermento incontenibile in aula e di lì a poco sarebbero state sospese le lezioni.

Un compagno mi dice: “Usciamo, andiamo a occupare una tipografia”. E io: “Per fare che?” E lui mi (s)piega e parla, parla, parla… mentre la mia attenzione diverge non di certo dalle sue buone ragioni, ma da qualcosa che stava accadendo lì, sotto i miei occhi, intorno alla cattedra. Del proff non vedo più nulla se non il suo braccio alzato che si agita convulsamente e stringe in mano qualcosa. Forse una cartella, il registro, non so. Parole urlate, spintoni, l’aria è soffocante. Ho paura. Del proff non vedo più nulla, solo un groviglio di corpi. Non so che fare. Esco dall’aula e mi butto giù, a rotta di collo per le scale. Mi fermo solo un attimo, grido al bidello qualcosa, non ricordo bene cosa, convulsamente. Lui mi dice, calma, ora salgo, tu aspetta qui.

Io, senza capire, istintivamente, “via dalla pazza folla”, tornai a casa, a Foggia. E dopo qualche mese (un anno? non ricordo) nell’inquadratura tv un cadavere rannicchiato nel portabagagli di una macchina: Aldo Moro. Ho, abbiamo il dovere, oggi, di non fuggire. Anzi, di farci lambire dalle pieghe del rancore e (s)piegarle. Ci tocca. Prima che sia troppo tardi.

(A cura dell’antropologa Anna Maria Di Miscio)

Lettera a Nichi sulla violenza ultima modifica: 2011-10-20T16:19:59+00:00 da Redazione



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