Lavoro

Lavoro: licenziata per motivi economici è stata reintegrata

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Lavoro, donna (@)

A distanza di un mese dalla prima ordinanza del Tribunale di Bologna che aveva ordinato la reintegrazione nel posto di lavoro in un caso di licenziamento disciplinare, lo stesso Tribunale, con un diverso giudice, ha disposto la reintegrazione nel posto di lavoro di una dipendente licenziata per giustificato motivo oggettivo (cd. licenziamento economico).

Il caso è quello di una lavoratrice cinquantasettenne, dipendente part-time da oltre venti anni di Ricci Casa, alla quale, in occasione della chiusura di un punto vendita ad Anzola dell’Emilia (Bologna) svolto dalla società sotto il marchio e con l’insegna Mobdì, era stata proposta l’assunzione a Modena presso un nuovo esercizio Ricci Casa, a condizione che accettasse le condizioni di lavoro praticate agli altri dipendenti (rapporto di lavoro a tempo pieno, con tutti i sabati e le domeniche lavorati). La lavoratrice si rifiutava e in data 25 luglio 2012 veniva licenziata, contrariamente ad altre sue due colleghe addette allo stesso esercizio di Anzola, trasferite a Bologna. Impugnato il licenziamento con la nuova “legge Fornero” la lavoratrice, assistita dall’avv. Alberto Piccinini, lamentava la violazione del decreto legislativo n. 61 del 2000 a tutela del lavoro part time (art. 5) , secondo cui il rifiuto di un lavoratore di trasformare il proprio rapporto di lavoro da tempo parziale a tempo pieno (e viceversa) non costituisce giustificato motivo di licenziamento: conseguentemente chiedeva la reintegrazione nel posto di lavoro ai sensi dell’art. 18 Statuto dei lavoratori, prevista per i licenziamenti discriminatori e per quelli determinati da “motivo illecito”.

Il giudice del lavoro di Bologna, dott. Carlo Coco, con ordinanza depositata il 19 novembre 2012, accoglie integralmente la domanda, dando atto che “la manifesta violazione di tale norma integra il motivo illecito nonché il carattere esclusivamente ritorsivo (e come tale discriminatorio: v. Cass. S.L. n. 6282/2011) e quindi la nullità del licenziamento intimato, che rende applicabile a favore della ricorrente la tutela reintegratoria prevista dal novellato art. 18 co. 1 della legge n. 300/1970 avverso il licenziamento discriminatorio nonché riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai senso dell’art. 1345 del codice civile”.

Dopo la Legge Fornero i licenziamenti individuali per “motivi economici” hanno subito un’impennata, nella diffusa convinzione che una qualunque motivazione basata su fatti “non manifestamente insussistenti” consenta ai datori di lavoro di liberarsi di lavoratori sgraditi, correndo il rischio, al massimo, di dover pagare un indennizzo fissato nei suoi limiti massimi in 24 mensilità. Tale facoltà viene meno solo nel casi, non sempre facilmente dimostrabili, di licenziamento discriminatorio o per motivo illecito. La fortuna della dipendente di Ricci Casa è stata quella di poter agevolmente dimostrare che – come accertato nell’ordinanza del Tribunale di Bologna , v’è stato “il tentativo di esercitare, in coincidenza con la chiusura di un punto vendita, una coazione sulla lavoratrice per ottenere l’accettazione di condizioni di lavoro deteriori (l’out-out posto è oggetto di ammissione…)”. Si confida che la decisione sia di monito per chi, di questi tempi, sta approfittando della situazione di crisi per liberarsi di dipendenti più o meno scomodi: i diritti dei lavoratori possono ancora trovare una forte tutela giudiziaria.


Redazione Stato



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