A Single Man – Ford, 2009

di Alessandro Cellamare
Pubblicato il 21 febbraio, 2010

A single man

A single man

Nota propedeutica alla lettura: convinto del rispetto per il lettore vergine della visione del film, segnalerò, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni di trama (spoiler) tramite l’utilizzo del grassetto, oltre ad indicare, a fine testo, un indice che tale rischio possa essere corso a causa di media o persone.

L’opera prima di Tom Ford, stilista statunitense noto per il rilancio di Gucci, è un film elegante, raffinato, sensibile, sentito, indubitabilmente personale, un esordio di gran classe su un soggetto assolutamente difficile.
L’ostacolo principale di A Single Man, tratto dal romanzo di Christopher Isherwood, non risiede tanto nella tematica omosessuale, di certo terreno minato da retorica, egualitarismo demagogico e cadute caricaturali, quanto nella stessa storia, essenziale, sostanzialmente scevra da colpi di scena o linee narrative che da sole possano raccogliere consensi, dunque necessitante di una perizia indispensabile in sceneggiatura per evitarne perdita d’interesse nello spettatore.
E’ il semplice racconto della solitudine di un distinto docente di Lettere che, alla scomparsa del suo compagno di vita di sedici anni, subisce un crollo emotivo: i suoi tentativi di ripresa, i suoi desideri perduti, i ricordi, i dolori, gli sprazzi di felicità, l’amicizia con Charlotte, la disperazione. L’altalenarsi di tutto questo, la descrizione del suo umano sentire sono la delicata pasta che avvolge l’intero film, imperniato completamente attorno all’unico protagonista, George Falconer, al punto che gli eventi perdono quasi del tutto la loro concretezza per diventare solo proiezione del dolore dell’uomo. Encomiabile è la bravura di Ford nel tocco garbato e al contempo limpido con cui disegna l’omosessualità, finanche dei personaggi secondari, riuscendo in un’operazione che raramente ho avvertito in altre opere di medesima tematica, quella, cioè, di trasmettere un’umanità trasversale alle preferenze sessuali, di rendere emotiva quella generale consapevolezza che spesso si mantiene solo razionale sull’accettazione del diverso. Il lavoro di Ford svolge, così, pur non essendone scopo principe, un ruolo educativo attraverso l’arte, l’unica in grado di far sentire oltre che comprendere. In questo è, a mio parere, superiore allo stesso decantato (troppo?) Brokeback Mountain, che si proponeva struggente più grazie all’affascinante fotografia che alle imperfette definizioni dei rapporti.

Non ci si stanca in alcun momento di seguire le passioni di George, da un lato per merito di una variazione adorabile su singole sfumature, dall’altro per un formalismo estetico che tradisce la natura cinefila di Ford, in certe soluzioni dichiarata senza timore. Così è difficile evitare di riconoscere ossequi estetici ad Hitchcock, se non nella ripresa dall’alto della bambina nell’atto di scorgere la pistola, almeno nelle scelte musicali (un brano è addirittura la Scene d’Amour di Bernard Herrmann) o nel parcheggio sotto un manifesto immenso dell’altrettanto immenso Psycho. Lo stesso desiderio formale, tuttavia, si offre anche come punto d’attacco del film, in alcuni momenti forse inopportunamente lasciato troppo libero dando l’impressione di una necessità di sperimentazione non controllata: piani-dettaglio, sequenze mute per rafforzare tragicità o distacco, ralenti sono sembrati talvolta mal giocati, seppure non commercialmente furbi.

Restano, ad ogni modo, durante la pellicola prevalentemente sequenze raffinate e funzionali.
Le lente falcate del professore nell’ateneo, contro corrente, distinto e solo, dignitosamente tale, scolpiscono un ritratto di elegante indipendenza solitaria che va al di là della tematica trascendendo in un manifesto di singletudine; il ricordo in bianco e nero sulle rocce con il compagno è di una struggente serenità quasi depurata dal “peso” dell’omosessualità; il monologo liberatorio del protagonista in aula è un outing più potente di quello sessuale, seppur di questo surrogato; infine il bagno al mare con lo studente e tutta la scena finale a casa di George, fino ai titoli di coda, è l’atto ultimo di un sentimento (di diversità) sofferto, recuperato e, paradossalmente, rinato.

A completamento del quadro (anche letteralmente) fa da sfondo una colonna sonora memorabile e, a tratti, nostalgica di un’epoca (gli anni ’60) rivissuta sul versante omosessuale, diegetica, infine, nella bella sequenza del ballo di George con l’amica (ed ex amante) Charlotte, in cui entrambi giocano coi movimenti, amabili ed adorabili, lui con uno charme omosessuale straordinario, lei con un look meraviglioso nei modi e disegni di una rivisitazione di Angie Dickinson.

Tutti gli attori sono convincenti, non solo protagonisti e comprimari. Colin Firth, attualmente candidato all’Oscar – segno in realtà poco indicativo, dato il livello artistico della manifestazione -, è decisamente bravo, ma forse sopravvalutato (Coppa Volpi), mentre Julianne Moore, al contrario, non gli è da meno e avrebbe meritato una nomination.

A Single Man non è un capolavoro, ma è un film importante: nasconde ancora le ingenuità dell’esordiente, ma sorprende per l’inaspettata cura.
E’, in una sola parola, leggiadro, omosessuale nella forma prima ancora che nel contenuto.

Voto: 8/10
Livello spoiler: 7/10

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