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Roma: esperti a confronto su "La musica spiata", primo appuntamento del ciclo "Rock, diplomazia sonora, intelligence nell'Italia della guerra fredda culturale"

Scalmanati, censurati, irriverenti. I pionieri dimenticati del rock italiano anni ’60

Organizzato dal Music Making History Research Unit

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Roma. Qualcuno la definì la musica del demonio. A Milano fu addirittura emessa un’ordinanza che vietava ai giovani di indossare i jeans a scuola per evitare il diffondersi dello stile di vita di quella gioventù bruciata del rock che già metteva in allarme l’America. La musica, il rock appunto, come in seguito farà anche il beat, che si fa veicolo di un pensiero, e che diventa punto di partenza per un cambiamento di mentalità.

Il rock and roll arrivò in Italia nel 1957, qualche anno dopo che negli States, destandovi le stesse preoccupazioni. I “ribelli”, i rocker di casa nostra, si chiamavano Adriano Celentano, Luigi Tenco, Enzo Jannacci, Fausto Leali, Tony Renis, Mina, e non solo. Accanto a questi c’era la parte più irriverente e scalmanata, fatta da cantanti, oggi a noi quasi sconosciuti, che, nel panorama della canzone italiana dell’epoca, dominato dal tema romantico, cantavano canzoni dai titoli emblematici come “Baciami la vena varicosa” (Clem Sacco, 1963), “Oh mama, voglio l’uovo a la cocque” (Clem Sacco, 1961) e dai contenuti altrettanto rivoluzionari per il tempo, come il brano “Coccinella” (Ghigo Agosti, 1958) dedicato al tema della transessualità. Stracensurati dalla televisione e dalle case discografiche, il loro terreno era pressoché solo il palcoscenico: ai loro concerti si vedevano “quasi più camionette della polizia che fan” sottolinea ironicamente Michele Bovi, giornalista e autore.

Lo stato di allarme che producevano, quindi, fece sì che vi si interessassero i servizi di sicurezza italiani e stranieri; spesso, tuttavia, il monitoraggio che veniva condotto su di essi serviva soprattutto a ottenere dei modelli predittivi che dessero un’idea di quella che era la “temperatura” sociale del tempo. In alcuni casi, invece, lo scopo del monitoraggio era del tutto politico: è noto il caso di censura imposta sulle parole “Vietnam” e “Vietcong” del brano “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, del 1966. Migliacci, autore del testo, si rifiutò di storpiarlo e suggerì, invece, a Morandi, di cantare “gli han detto va’ nel tatatà e spara ai tatatà”, proprio per mettere in evidenza l’avvenuta censura.

Video


https://www.youtube.com/watch?v=WFQfrbThKjk

(A cura di Valentina Sapone – valentina_sapone@libero.it)



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Commenti


  • Redazione

    La musica meglio della politica soprattutto quella degli anni 60
    di Antonio Monte da Milano

    La cultura contadina garganica paragona la politica alla vecchia caldaia cosparsa di fuliggine ancora sul fuoco, chiunque si avvicini si riempie il pancino togliendo il contenuto a poco a poco e si sporca sicuramente, ecco perché preferisce la musica soprattutto quella degli anni sessanta.
    La politica è come la matematica, calcolata e senza opinioni: invertendo l’ordine dei candidati le fregature non cambiano le situazioni.
    Gli onesti sempre più poveri e soli, i furbi che approfittano di loro.
    La musica della politica è fatta di menzogne forse è meglio ascoltare quella dei sogni, ecco allora che sovente mi ritorna in mente quella degli Anni Sessanta, le cui note semplici, facili e nostrane si sono affermate in terre lontane facendo dimenticare guai e povertà e riempivano le case di allegria e felicità.
    Non avevamo ancora l’età per amare e già volavamo nel cielo infinito.
    Il vecchio juke-box, in ogni osteria, diffondeva armonia e in fretta si faceva la “colletta del gettone” per ascoltare tre canzoni.
    Noi nullatenenti, viaggiavamo liberi con la mente.
    Con la fantasia abbiamo visitato il Continente nero dove “ i Vatussi, altissimi negri, ballavano l’hully-gulli”.
    Con vuota la pancia abbiamo visitato la Francia “ a S. Tropez, ballando il twist vestiti in lamé”.
    Abbiamo praticato la pesca subacquea nelle località più belle “con il fucile, le pinne e gli occhiali, dove il mare era una tavola blu”.
    Senza accedere al mutuo avevamo il cielo in una stanza e “ la stanza era senza pareti con alberi infiniti”.
    Per farci perdonare qualche scappatella si diceva alla compagna, stretta su una mattonella, “cuore, tu stai soffrendo, cosa posso fare per te, io sono innamorato, senza te più pace non c’é”… “senza te, che farei senza te morirei”.
    Dal lento si passava al rock con movimenti ricchi di frenesia senza conoscere i dolori della sciatalgia e si donavano “ semplici baci dove uno solo ne valeva almeno tre”.
    Si ammirava lo sguardo femminile con “una strana espressione negli occhi”.
    Il compagno era comprensivo con la propria compagna ed invitava gli amici a farla ridere spiegando il perché: “ha pianto troppo insieme a me”. La fidanzata a sua volta era espansiva e rassicurante e al fidanzato diceva: “ non essere geloso se con gli altri ballo il twist, non essere invidioso se con altri ballo il rock, con te, con te che sei la mia passione, io faccio il ballo del mattone”.
    La sera era festa grande, di bella musica ce ne era tanta, si ballava fino
    al cantar del gallo, sprigionando tutti insieme l’allegria e l’euforica libertà.
    “La libertà non era sopra l’albero, non era neanche il volo di un moscone; la libertà era lo spazio libero, la libertà era partecipazione”.

    Quindi, partecipiamo, e aiutiamo i nostri musicisti garganici, cantori e organizzatori di manifestazioni folkloristiche, a divulgare le note nostrane.
    Le note aiutano a stare meglio, a sognare, a non pensare i momenti difficili.
    Attraverso le note sono avvenute le contestazioni, si è sprigionato il “va pensiero” dei patrioti soffocati dalla tirannia.
    Le note della tarantola hanno scatenato le donne pugliesi a ribellarsi al duro lavoro cui i padri-padrone le sottoponevano nel quotidiano.
    E’ doveroso tutelare l’entusiasmo di tanti giovani e concedere lo spazio necessario per realizzare le loro invenzioni, i loro progetti affinché creino
    un pezzo di storia e portino il gusto dei sapori della nostra terra.
    Inventare altre note esaltanti come quelle che sono volate per terre lontane dipingendo le mani e la faccia di blu e che hanno ridato ai nostri Emigranti orgoglio e virtù.
    Sosteniamo i promotori dei GAL e che la musica di gruppo sii sempre l’Hully-Gulli.

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