Economia
In Spagna il PIL è ritornato in una percentuale positiva

Più PIL per tutti

All'indomani del fragoroso crack finanziario del 2008 si levò un coro unanime di voci "indignate" ai vertici delle principali istituzioni politiche internazionali

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Che cos’è il PIL? Il Prodotto Interno Lordo indica un dato statistico assolutamente falsato, nel senso che è distorto e manipolato ad arte dai vari “istituti di ricerca” (che non sono affatto indipendenti, checché se ne dica altrimenti), ad uso e consumo delle élites eurocratiche dell’alta finanza: la Trojka, la Commissione Europea, la BCE, il FMI. La stima del PIL è un esercizio che giova soprattutto alle oligarchie capitaliste che hanno l’interesse a massimizzare costantemente i loro profitti. Infatti, il prodotto interno lordo non è mai distribuito in modo equo tra le classi sociali di una nazione. Un Paese come la Cina, che vanta il più alto PIL del mondo, possiede oltre un miliardo di poveri.

In Spagna il PIL è ritornato in una percentuale positiva, ma in realtà sono cresciute le cifre che segnalano il livello della miseria e della disoccupazione ad esclusivo discapito delle fasce sociali più indifese. In Italia, da anni gli indici ed i calcoli relativi al PIL nazionale sono in una fase recessiva, eppure gli utili del grande capitale (cioè quello che comanda sul serio nell’economia internazionale, ovvero i circoli dell’alta finanza, le principali banche d’affari, i grandi gruppi multinazionali) sono schizzati a livelli record e ai massimi storici. Come mai? Non occorre essere esperti in materia di economia per capire che i conti non quadrano. È evidente che interviene qualcosa (o qualcuno, dall’alto) che non fa quadrare bene i conti. Nel senso che le statistiche economiche vengono costantemente manipolate ad arte a palese vantaggio di chi ci guadagna, cioè a profitto di alcune minoranze politicamente egemoni e dominanti, le oligarchie finanziarie che detengono il controllo dei settori nevralgici del potere: economia, politica, mass-media “mainstream”, banche centrali, atenei universitari, accademie scientifiche più prestigiose, ivi compresi gli istituti di ricerca che si occupano di diffondere i dati ufficiali relativi al PIL. Inoltre, la democrazia formale (delle istituzioni liberali-rappresentative borghesi) non è un elemento in grado di arginare la violenza dei mercati azionari. La memoria collettiva della gente, si sa, ha un raggio di azione estremamente corto e scarsamente duraturo.

All’indomani del fragoroso crack finanziario del 2008 si levò un coro unanime di voci “indignate” ai vertici delle principali istituzioni politiche internazionali (in primis cito il presidente degli Stati Uniti) per reclamare interventi volti a regolamentare e “moralizzare” i meccanismi della finanza globale, percepita come “rea e perversa” e additata quale capro espiatorio del dissesto economico di intere nazioni. Si invocarono misure tese ad arginare il cinismo e la sfrenatezza dei mercati speculativi, introducendo imposte fiscali sulle rendite azionarie e le transazioni finanziarie, per impedire che le attività speculative continuassero ad attrarre plusvalore sottraendolo all’economia reale e produttiva. Da allora sono trascorsi ben otto anni, ma nessuna proposta politica degna di tal nome è stata adottata in tal senso. Né poteva essere altrimenti, considerando le interferenze che le élites finanziarie sovranazionali sono in grado di esercitare nei confronti delle autorità politiche, ricorrendo a qualsiasi mezzo, ad espedienti spregiudicati e criminali, per limitare e condizionare la sovranità o l’autonomia decisionale di enti ed organismi eletti democraticamente. Pertanto, cianciare ancora di “democrazia” quando tale istituzione di governo è destituita di ogni principio e fondamento, non ha più senso. Forse acquisterebbe un valore concreto solo se si riuscisse a rilanciare o rinvigorire il funzionamento della democrazia a partire dal basso, allestendo canali e strumenti di controllo e di partecipazione diretta delle masse popolari ai processi politici decisionali. Insomma, rivoluzionando radicalmente l’attuale assetto socio-politico-economico internazionale.

Se la recessione economica degli ultimi anni “vanta” un merito, esso consiste probabilmente nell’aver messo a nudo tutte le insanabili contraddizioni insite nell’ingranaggio capitalistico, rivelando la sua irriducibile ed essenziale indole autoritaria. Una matrice che è assolutamente incompatibile con i valori della sovranità democratica e popolare e qualsiasi forma di legalità costituzionale e di civiltà giuridica.

(A cura di Lucio Garofalo, 21.08.2016)



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