Cronaca

Allevatore 32enne ucciso ad Apricena: continuano le indagini

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Controlli carabinieri (ammnot.)

Controlli carabinieri (archivio, ammnot.)

Apricena – UCCISO con alcuni colpi di fucile (uno alla testa – nuca – ad entrambe le braccia e dietro la schiena) e poi abbandonato nelle campagne di Apricena. Potrebbe essere stata questa la dinamica alla base dell’omicidio di Giuseppe Padula, 32enne allevatore incensurato, trovato morto ieri, 20 settembre, dai carabinieri in agro di Apricena, località Coppa di Rapa (alla spalle della statale 89). L’uomo sarebbe stato ritrovato dai militari del Comando Provinciale di San Severo dopo una serie di controlli stabiliti nel territorio dagli stessi, a seguito della scomparsa di Padula avvenuta lo scorso 10 settembre alle 17 e 30, quando lo stesso Padula si sarebbe recato in auto nella sua masseria in località San Nazario. Sarebbe stata la moglie dell’uomo (Padula era sposato con un bambino) a denunciare la scomparsa della vittima alla stazione dei carabinieri di Apricena. La denuncia sarebbe avvenuta il giorno successivo alla scomparsa dell’uomo. In seguito i controlli dei militari del Comando Compagnia di San Severo con il corpo di Padula – vestito ed in stato di decomposizione causa probabile morte avvenuta il 10 settembre – ritrovato in terra, verso le 9 del mattino, in una zona boschiva nella località citata. In ogni caso si è parlato anche di un ritrovamento a seguito di una chiamata anonima alla centrale operativa dei carabinieri. Continuano le indagini da parte degli inquirenti. L’arma utilizzata per uccidere Giuseppe Padula sarebbe stata un fucile calibro 12 caricato a pallettoni. Nessun segno di collutazione o altro venne trovato vicino l’autovettura parcheggiata il 10 settembre da Padula vicino la sua masseria.

DEBOLE L’IPOTESI DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA – Possibile fra le ipotesi emerse per motivare la morte dell’uomo – anche se attualmente sembrerebbe debole – quella di un’azione della criminalità organizzata: Giuseppe Padula era infatti nipote di Vincenzo e di Giuseppe Padula, i due fratelli condannati all’ergastolo il 27 febbraio del 2009, riconosciuti colpevoli – lo scorso 26 febbraio dalla corte d’assise di Foggia – di concorso in duplice omicidio e occultamento di cadavere ai danni di Michele Russo e suo figlio Matteo, scomparsi da Apricena il 2 novembre del 2001 ed in seguito ritrovati l’estate del 2009 all’interno della cd ‘Grava di Zazzano’ (ritrovamento c.da Zazzano: Ritrovamento corpi Zazzano).

EMERSA ANCHE L’IPOTESI DI ALCUNI “DISSIDI DI NATURA PRIVATA” – Ma fra le varie ipotesi emerse finora (per motivare l’omicidio del 32enne allevatore di Apricena) anche la possibilità di alcuni dissidi fra la stessa vittima ed un parente dell’area. Il padre di Giuseppe Padula – allevatore con podere sito in zona San Nazario, verso la superstrada per Vieste – è descritto in paese come una persona di “tutto rispetto”, analogamente alla posizione di un altro fratello dedito alla ristorazione. Due fratelli (su cinque in totale) “lontani” dunque dalla parte della famiglia coinvolta in passato in episodi di criminalità organizzata. La madre del 32enne morto stamane sarebbe deceduta invece in età giovanissima. Qualcuno in paese parla di possibili raffreddamenti nei rapporti tra padre e figlio negli ultimi tempi e di dissidi, al contrario, con un parente della zona. Ma anche questa pista resta soltanto un’ipotesi, con le indagini degli inquirenti che continuano incessanti attraverso le diverse testimonianze. Le indagini sono dirette dal pm del Tribunale di Lucera Elena Sabusco.

IL PROBABILE MOVENTE ALLA BASE DELL’OMICIDIO DI MICHELE E MATTEO RUSSO – Probabile movente al tempo del presunto omicidio, secondo gli inquirenti, il tentativo di vendicare la morte di Guido Padula, apricenese genero di Michele e cognato di Matteo Russo , ucciso nella sua auto da ignoti lo scorso 11 settembre del 2001, quando lo stesso si trovava in compagnia di un’amica di sedici anni. L’omicidio di Guido Padula avvenne pertanto 51 giorni prima della scomparsa degli allevatori Michele e Matteo Russo, padre e figlio, dei quali si persero le tracce dallo 2 novembre 2001 dopo che gli stessi avevano raggiunto un podere agricolo in località ‘San Giovanni del Piano’ in agro di Apricena, già di proprietà dello stesso Guido Padula, podere di cui padre e figlio entrarono successivamente in possesso.

In seguito la scomparsa, con i carabinieri che ritrovarono nella stessa masseria l’auto delle vittime vittime regolarmente parcheggiata, con chiavi e documenti di Michele Russo.

L’ARRESTO DEI FRATELLI PADULA – I fratelli Vincenzo e Giuseppe Padula, parenti come detto di Giuseppe ritrovato stamane in località Coppa di Rapa ad Apricena, furono arrestati dai carabinieri lo scorso 16 novembre 2005, nel cd blit Quasimodo, per il presunto omicidio di Michele e Matteo Russo. I due uomini – che si sono sempre proclamati innocenti – furono in seguito scarcerati per decorrenza termini. Secondo la pubblica accusa due le motivazioni alla base dell’omicidio di Michele e Matteo Russo da parte dei fratelli Padula: sia per vendicare la morte del fratello Guido Padula ma anche per riprendersi le proprietà del fratello (centinaia di capi di bestiame e una grande masseria) di cui i Russo si erano come detto impadroniti dopo l’omicidio di Guido Padula.

IL RITROVAMENTO DEI CORPI DEGLI ALLEVATORI MICHELE E MATTEO RUSSO – Nell’agosto 2009, alcuni operai e speleologi che stavano effettuando un’opera di bonifica, finanziata dalla Regione Puglia, in una cavità carsica nell’agro di San Marco in Lamis, località “Zazzano”, si presentarono nella sede del Comando Compagnia dei Carabinieri di San Giovanni Rotondo denunciando di aver rinvenuto verosimili resti umani all’interno della grotta. In particolare, nel rimuovere alcune carcasse di auto, trovavano una cassa toracica avvolta da una maglietta da uomo intrisa di fango; in aggiunta parte di polsi e mani legate con un laccio di colore rosso, nonché due femori. I carabinieri, dopo aver posto sotto sequestro l’area, in armonia con l’autorità giudiziaria facevano proseguire le attività di bonifica monitorando giornalmente i diversi rinvenimenti che emergevano dalle cavità di Zazzano. Al termine delle operazione sopra menzionate, si ricomponevano resti scheletrici umani per un totale di quattro corpi.

“UN CIMITERO DELLA MAFIA”: questa la definizione data dal procuratore della Repubblica di Bari, Antonio Laudati, sulla grava profonda oltre 100 metri, e larga 4, sita in agro di San Marco in Lamis, nei pressi del convento di San Matteo, nella quale sono stati ritrovati i cadaveri umani. La cava dunque sarebbe stata usata da esponenti criminali locali come “cimitero” per i cadaveri caduti sotto i colpi delle esecuzioni stabilite (ed eseguite) dai componenti della Faida del Gargano. L’ultimo corpo ritrovato risale allo scorso 24 agosto, mentre il 4 agosto furono trovati, a 107 metri di profondità, dei resti umani appartenenti ad altre due persone. L’ipotesi investigativa al vaglio dei carabinieri fu subito quella che i resti umani appartenevano a tre vittime della «lupara bianca» scomparse all’inizio del 2000 nel corso della Faida. Il sacco, simile a quelli utilizzati per conservare il mangime e quasi completamente coperto da detriti e fango, fu consegnato ai carabinieri che l’affidarono, al tempo, ai responsabili del settore dell’istituto di medicina legale degli Ospedali Riuniti di Foggia. I rilevamenti furono stabiliti per l’identificazione dei corpi.

L’IDENTIFICAZIONE DEI CORPI – Successivamente, dai riscontri genetici e dagli esami tecnici effettuati da consulenti, nominati dalla Procura di Foggia i carabinieri riuscivano a stabilire l’identità di tre corpi, risultati essere: Russo Michele e Russo Matteo, rispettivamente padre e figlio, spariti per lupara bianca il 2 novembre 2001 in località San Giovanni in Piano, agro di Apricena. Per il duplice omicidio la Corte d’assise di Foggia, il 26 febbraio scorso, condannò all’ergastolo i fratelli apricenesi Vincenzo e Giuseppe Padula, che si sono sempre proclamati innocenti. Secondo la pubblica accusa, il delitto maturò per rancori familiari e motivi economici. Dalle ossa recuperate, si potè ricomporre solo uno scheletro, che secondo il medico legale poteva appartenere ad una persona di circa 30 anni. Non era stato possibile, invece, ricomporre l’altro scheletro perchè le poche ossa ritrovate. I tre scheletri vennero rinvenuti nel corso delle operazioni di bonifica della grava all’interno della quale, nel corso degli ultimi 30 anni, sono state scaricate autovetture e trattori. Come sottolineato al tempo dallo stesso Laudati, nel Foggiano si sono verificati ben 77 omicidi senza alcuna “definizione” di movente, cause, autori e ritrovamenti dei corpi.


IL DUPLICE OMICIDIO DEI RUSSO – FRANCO ROMITO NEGO’ DI CONOSCERE I FRATELLI PADULA -IL manfredoniano Franco Romito, ritenuto al vertice al tempo della mafia garganica, aveva sempre negato di d’aver mai conosciuto i fratelli apricenesi Vincenzo e Giuseppe Padula, accusati del delitto dei Russo, così negando d’essere stato in auto con Vincenzo Padula il pomeriggio del 9 aprile del 2004 quando l’apricenese – senza sapere di una microspia piazzata nella sua auto «Alfa 164» – parlando con un tale Franchino avrebbe confessato un duplice omicidio (fonte: Gazzetta). Ma gli avvocati Ettore Censano e Giuseppe Scarano, difensori dei Padula, chiesero alla corte d’assise una perizia fonica per dimostrare, al contrario, che il «Franchino» con cui parlava in auto Vincenzo Padula era proprio Franco Romito che, quale confidente dei carabinieri, agiva nella veste di agente provocatore per far parlare l’apricenese. Romito, 42 anni, manfredoniano, detenuto dal settembre 2004 e in seguito assassinato lo scorso 21 aprile 2009, quando percorreva alle ore 10 e 20, assieme al suo autista personale, il 64enne Giuseppe Trotta (morto anch’esso), viale degli Eucalipti a Siponto.

Redazione Stato, riproduzione riservata



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