Capitanata

Riuniti, “Ortopedia insufficiente”. “A 92 anni si ha diritto a morire con dignità”


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Ospedali Riuniti di Foggia (archivio, fonte image N.Saracino)

Foggia – “CREDO che anche a 92 anni si abbia il diritto di morire dignitosamente, tra lenzuola pulite, ulcere medicate (anche quattro volte al giorno), flebo sempre presenti, e soprattutto con quella dovuta gentilezza da parte di primari, medici e personale infermieristico”. Lo dice a Stato la dr.ssa Francesca Romana Di Febo, residente a Roma ma con natali foggiani, dopo che lo scorso 6 settembre 2011 la mamma Lucia Cupertino, in seguito a una frattura del femore, veniva ricoverata presso il reparto di Ortopedia dello stesso plesso ospedaliero. “Con questa nota è mio intendimento narrare quanto avvenuto da quel momento in poi, per evidenziare non solo i disservizi fin troppo noti di tipo sanitario e funzionale che riguardano il reparto di Ortopedia ma, soprattutto, per sottolineare la carenza di rapporti umani del personale della struttura con i pazienti ed i loro familiari”. La dottoressa Di Febo ha inviato la segnalazione via missiva al governatore Vendola, all’assessore alla sanità Fiore, al direttore sanitario dei Riuniti dr. Deni Procaccini e al Tribunale del Malato di Milano.

“Sento il dovere di escludere da tali indicazioni i dottori Di Pietro e Rabaglietti che hanno, invece, mostrato professionalità e rispetto per la dignità del malato. La signora Cupertino, sin da quando è stata ricoverata non ha ricevuto la benché minima attenzione sul suo stato di salute ed è stata affidata alle cure del personale infermieristico che ha mostrato poca disponibilità, scarsa efficienza e soprattutto poca educazione, fatti salvi alcuni sporadici momenti – dice la dr.ssa Di Febo nella nota – In situazioni di necessità non ricevevamo alcuna assistenza, ma solo risposte seccate, scoprendo poi, nel frattempo, che gli stessi soggetti si intrattenevano sul balcone del reparto, ovviamente in pieno orario di servizio, fumando e ridacchiando, come può essere anche confermato dalla presenza di diversi testimoni, oltre che con una fotografia all’uopo scattata”. “Dopo alcuni giorni dal ricovero, è subentrata nella paziente un’ipertermia con febbre a 38 gradi per un’infezione generata da un’ulcera sopraggiunta a seguito di una manovra ortopedica, non adeguatamente curata nel reparto”.

“A tale proposito si segnala la dimenticanza della profilassi antibiotica che normalmente viene praticata con una simile patologia e sicuramente anche subito dopo l’intervento chirurgico. La terapia antibiotica è stata somministrata solo al terzo giorno post intervento, dopo sollecitazione da parte mia. La prima medicazione dopo l’intervento è stata effettuata dopo tre giorni”.

“Riguardo alle carenze funzionali, vi racconto che nel reparto di Ortopedia di Foggia le lenzuola sporche di materiali organici (tre giorni senza medicazione) possono anche non essere sostituite per due giorni, ed a tale proposito i preposti ribadivano che “…. in reparto non ci sono lenzuola pulite, non ce le hanno mandate“. Così come si affermava che il reparto non disponeva di flebo ricostituenti “….perchè la Direzione non ce le passa“!!!. Altrettanto dicasi per i termometri non funzionanti, in quanto quelli in dotazione di tipo auricolare registrano una temperatura inferiore di 2/3 gradi rispetto a quella reale. Ma il personale con assoluto candore, misto a totale stupidità, si giustificava profferendo frasi del tipo: “…. sappiamo che non funzionano, ma non ci possiamo fare niente“.

“Vorrei dilungarmi ancora nella descrizione dettagliata di tutta una serie di eventi inaccettabili, ma ritengo che quanto esposto sia sufficiente a rilevare uno stato di degrado e disfunzione che non coincidono con i requisiti minimi di un sistema sanitario di un paese socialmente e culturalmente avanzato. Il reparto in questione, per molti aspetti ricorda un ospedale di Kabul, anche se probabilmente i medici volontari in quei luoghi di sofferenza conoscono sicuramente l’umanità e l’educazione. Viene spontaneo chiedersi a chi conferire il merito di questo disservizio, atteso che altri reparti dello stesso Nosocomio, per esempio sullo stesso terzo piano dell’Ospedale, sono perfettamente organizzati, tanto da riscuotere l’apprezzamento ed il riconoscimento di una notevole qualità nelle prestazioni sanitarie rese ai pazienti. Non c’è quindi da meravigliarsi se, per talune patologie, ed il reparto Ortopedia degli Ospedali di Foggia è sicuramente al primo posto, ancora oggi esiste il fenomeno del ‘turismo sanitario’, per cui l’utenza è costretta a lasciare la nostra città, anche per curare una banale rottura di un femore, evidentemente perché altrove tutto funziona meglio rispetto al reparto di Foggia”.

Altri Ospedali, anche in città del circondario e del Sud Italia, sono puliti ed efficienti, forse perché la scelta dei primari avviene con criteri di meritocrazia e di valorizzazione della loro professionalità e della capacità manageriale. Mia madre è stata dimessa dal reparto di Ortopedia di Foggia con ben 38,2 gradi di febbre e la paziente, seppur di 92 anni ma perfettamente lucida, ha più volte implorato personalmente i medici di reparto, ma invano, di non essere dimessa. Noi tutti abbiamo dovuto anche ringraziare i medici del reparto per averci concesso una prorogadi un giorno che ci ha consentito la possibilità di organizzare il ricovero presso altra struttura. Nessuno potrà darci mai risposte esaustive sull’accaduto, ma sta di fatto che l’unica certezza è che mia madre Lucia Cupertino è deceduta lo scorso 26 settembre 2011 presso la Casa di Cura Villa Igea in Foggia, dove è stata ricoverata, appena dimessa dagli Ospedali Riuniti di Foggia, per curare quell’ulcera agli arti che ne andava a determinare il decesso. Ho parlato fino ad ora di malasanità, disservizi, maleducazione e purtroppo abbiamo raccolto almeno altri cinque episodi riferiti ad altri pazienti che hanno ricevuto il medesimo ‘trattamento privilegiato’ nel reparto di Ortopedia di Foggia.

Una doverosa segnalazione di ‘buona sanità’ deve, invece, essere sinceramente rivolta alla Casa di Cura ‘Villa Igea’ dove – oltre che la pulizia, la professionalità e la serietà – non è mai mancata la necessaria umanità che, in casi come questi, è prerogativa ancor più importante per chi è considerato in fin di vita. Credo che anche a 92 anni si abbia il diritto di morire dignitosamente, tra lenzuola pulite, ulcere medicate (anche quattro volte al giorno), flebo sempre presenti, e soprattutto con quella dovuta gentilezza da parte di primari, medici e personale infermieristico. Ben consapevole di aver narrato eventi fin troppo ricorrenti e noti, affermando che da parte mia e dei miei familiari non sarà mai fatta richiesta di risarcimento di danno alcuno, ma per puro senso civico, sottopongo alla Vostra attenzione, con ampia facoltà di prova, quanto da me segnalato”.


n.marchitelli@statoquotidiano.it

Riuniti, “Ortopedia insufficiente”. “A 92 anni si ha diritto a morire con dignità” ultima modifica: 2011-10-21T16:59:07+00:00 da Redazione



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Commenti


  • Mafalda Corvino

    Purtroppo mia madre ha vissuto un’esperienza per molti versi simile a quella descritta nell’articolo.Ho avuto modo anch’io di rilevare la pressocchè totale mancanza di sensibilità e umanità da parte del personale e di alcuni medici.Ci sono delle infermiere che assolutamente meriterebbero di essere licenziate in tronco per far posto a qualcuno più meritevole di loro!La situazione di mia madre ha avuto un epilogo fortunatamente più felice della povera signora dell’articolo.Purtroppo mia madre è emiplegica e quindi non posso spostarmi in altre città e in altre strutture ospedaliere, ma confesso che lo farei volentieri perche’ e’ un problema che riguarda parecchi altri reparti. Non solo quello di ortopedia.Io, personalmente, sono diventata una migrante della sanità a seguito di diverse esperienze negative vissute sulla mia pelle e mi rincresce molto non poter spostare agevolmente mia madre. Prego sempre, quando si ricovera, che tutto vada bene!


  • Antonio

    Cara francesca,sono antonio dionisio.mio papa’bruno insieme a mia mamma e mia sorella il giorno 22 aprile hanno avuto un incidente stradale sulla ss16 per foggia.mio padre arrivato in codice rosso al pronto soccorso del riuniti ,dallaprima tac e’ risultato truma cranico ,frattura all ischio e VERSAMENTO A LIVELLO EPATICO.e’stato due giorni e mezzo dall incidente senza nessun intervento ,poi in una notte si e’ sentito male sono intervenuti i medici e hanno visto dall emoglobina (era scesa a4.2mg/l)quindi perdeva sangue e l lo hanno operato di urgenza ma in questi due giorni e mezza aveva perso piu’di due litri di sangue,dall operazione chirurgica e’risultato il distaccamento parziale della coliciste.poi tutto e’degenetato terapia intensiva e infine rianimazione decedento il 2 maggio.per tutto cio’ sono stati indagati il primario e altri cinque ortopedici.dopo due anni di indagini il ctu consulente del magistrato ha concluso che i medici non hanno colpa per il decesso di papa’ma il nesso causale e’stato l impatto da incidente.non si puo’ morire per un distaccamento parziale della coliciste la quale oggi si asporta per routin.per tutta la nostra famiglia la causa della morte e’stata causata dalla loro sufficienza non leggendo nemmeno la tac del pron.socc.dove cera un VERSAMENTO a livello epatico.e’ sempre un incidente stradale e gli urti a livello toracico addominale sono forti.grazie a dio mia mamma e mia sorella stanno bene e sono state ricoverate all ospedale di san severo.


  • ciro

    La mia esperienza circa il mio ricovero, dopo un incidente stradale avvenuto qualche mese fa (0ttobre 2015), mi mette in condizione di dare il mio giudizio. Il reparto del Dott. Macchiarola insieme ai suoi colleghi medici e collaboratori infermieri ed ausiliari ed o.s.s., in quanto la mia esperienza è stata molto positiva, le cure sono state adeguate al mio caso, l’assistenza è stata educata, umana ed adeguata per approccio e professionalita’. Adesso cammino è l’unica cosa che posso fare è ringraziare il reparto dell’ortopedia in primis il Dott. Macchiarola.Grazie


  • antonella

    Grande solidarietà alla Dottoressa Francesca.
    Mio zio, di soli 62 anni e in buon salute, in quel reparto ci ha lasciato la vita lo scorso luglio! Un ricovero programmato per una banale protesi all’anca, ma un post intervento privo di qualsiasi attenzione. Continue richieste di aiuto durante la notte fatte da mia zia che è rimasta ininterrottamente al suo capezzale , sono state soddisfatte solo con banali antidolorifici somministrati dall’infermiere e senza mai vedere un medico in camera, il mattino seguente immediatamente lo sottopongono a una TAC e si prova ad organizzare intervento d’urgenza. Ma è luglio, è sabato e forse sono impreparati ad intervenire per un infarto addominale, che era già in atto da 24 ore. Hanno perso così tanto tempo che mio zio è morto in sala operatoria ancor prima di essere anestetizzato! Pensare che il giorno prima dell’intervento mi aveva confidato di avere paura e che quel reparto non gli piaceva e io l’ho confortato e ancora peggio gli ho dato coraggio …

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