Foggia

Gentile: “ogni 3 giorni una donna ammazzata da un uomo”

Di:

Conferenza Gentile Molendini (st)

Bari – “OGNI tre giorni una donna muore ammazzata per mano di un uomo. In Italia ne sono morte 110 dall’inizio dell’anno, quasi 3 donne a settimana”. Ė con queste parole che l’Assessore regionale al Welfare Elena Gentile ha aperto i lavori della conferenza stampa che si ė tenuta stamani alla presenza della consigliera di parità Serenella Molendini e delle consigliere provinciali, Stella Sanseverino di Bari, Stefania Campanile della BAT, Antonietta Colasanto di Foggia, Alessia Ferreri di Lecce e Barbara Gambillara di Taranto.

“Il femminicidio – ha continuato la Gentile – non ė una questione che ha a che fare con gli inquirenti che se ne occupano ma riguarda ogni uomo e ogni donna del nostro Paese, ė il sintomo di un disagio profondo, di un corto circuito culturale su cui i decisori hanno la responsabilità politica di intervenire con tempestività ed efficacia, sia per diffondere una cultura inclusiva che riproponga le differenze di genere, combattendo ogni atteggiamento sessista, sia per contrastarne il fenomeno, sia per prendersi cura delle vittime”.

In Puglia dal 2008 ad oggi sono state attivate azioni sistematiche per il contrasto del fenomeno della violenza contro le donne e i minori. Approvato alla fine del 2008, è attivo il Programma triennale contro la violenza di genere, le cui azioni sono state confermate dal Piano regionale per le politiche sociali che ha stabilito le priorità di intervento e gli obiettivi di servizio per qualificare le attività di prevenzione e di contrasto. A partire dall’agosto del 2010, attraverso la definizione delle Linee guida per la rete dei servizi di prevenzione e contrasto alla violenza, si è dato il via ai Piani di intervento locali (PIL), che in ogni provincia organizzano idee, azioni e strumenti per contrastare il fenomeno della violenza di genere. I sei piani, uno per provincia, sono attivi in ogni provincia dall’agosto del 2011.

“Oggi in Puglia – conclude la Gentile – grazie anche all’azione di riqualificazione messa in atto dalla Regione, sono attivi 18 Centri antiviolenza di cui alcuni pubblici e altri privati e 5 case rifugio che offrono una risposta concreta al fenomeno del maltrattamento. Ma sono in fase di realizzazione 16 nuovi interventi per la costruzione e l’adeguamento di Case rifugio, di Centri antiviolenza e di altri servizi, per un valore complessivo di circa 5,5 milioni di euro a valere sul Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR)”.

“Oggi grazie anche alla sottoscrizione, avvenuta a Strasburgo lo scorso 27 settembre, da parte della Ministra Fornero della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica cominciamo ad incamminarci verso un quadro legislativo più adeguato alle Raccomandazioni che l’ONU ha fatto all’Italia e naturalmente ci auguriamo che la ratifica avvenga in tempi brevissimi. La chiave del contrasto alla violenza sulle donne – ha concluso la Molendini – in ogni sua forma consiste nel cambiamento radicale di cultura e mentalità, nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società, nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra donne e uomini, nell’intervento delle Istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano essi italiane o italiani, straniere o stranieri”.


Redazione Stato@riproduzioneriservata



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Commenti


  • avv. Gegè Gargiulo

    Da: Avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    Il rifiuto immotivato di eseguire il test del DNA, può far scattare la presunzione di paternità!

    Nel contesto delle prove offerte dalla donna per dimostrare la paternità dell’ex può influire, ai fini della decisione del giudice, anche il rifiuto immotivato dell’uomo a sottoporsi al test del DNA.

    La disciplina normativa (Art. 116 cod. civ) stabilisce che, per affrontare un giudizio di riconoscimento della paternità, la madre può offrire ogni tipo di prova. Non esiste peraltro una “gerarchia” tra prove più importanti e prove meno importanti: tutte le prove, in questo tipo di causa, sono uguali e hanno lo stesso peso. L’unico limite è che la sentenza non si può basare – per come è ovvio che sia – solo sulle dichiarazioni della donna o sul fatto che tra lei e il padre del bambino vi sia stata una relazione.

    Tra le varie prove che la donna può portare in giudizio, però, secondo una recente sentenza della Cassazione (Cass. sent. n. 20235 del 19.11.12), potrebbe risultare influente il fatto che lui si sia opposto alla prova ematologica. Questo comportamento, se non vi è una giusta causa a sostenerlo, è infatti valutabile dal giudice.
    Il giudice è, difatti, libero di trarre argomenti di prova dal contegno che le parti hanno tenuto durante il processo.

    Conclude sul punto a Cassazione affermando che “Deve pertanto escludersi che il rifiuto ingiustificato di sottoporsi alla prova del ematologica possa essere valutato solo se sia stata provata aliunde l’esistenza di rapporti sessuali tra il presunto padre e la madre naturale
    Foggia, 21 novembre 2012 Avv. Eugenio Gargiulo

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