Cinema

Diaz – D. Vicari, 2012


Di:

Daniele Vicari (fonte: ilcinemaitaliano.com)

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere suggerito, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione

Titolo originale: Diaz – Don’t Clean Up This Blood
Nazione: Italia, Francia, Romania
Genere: drammatico

MACELLERIA messicana.
Questa fu l’espressione usata dal vicequestore Michelangelo Fournier, condannato in primo grado a 2 anni, poi assolto per intervenuta prescrizione, alla constatazione di quanto accadeva sotto i suoi occhi al primo piano della scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001. «Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: ‘basta basta’ e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza per terra c’erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze» [articolo de “La Repubblica”, 13 giugno 2007]

A oltre 10 anni di distanza dai terribili accadimenti del G8, Daniele Vicari costruisce un docu-dramma senza inserti reali ma ispirato completamente agli atti processuali per ricordare e far luce sugli episodi di quella notte del 21 luglio. Lo fa con una sterminata troupe di attori e comparse, appoggiandosi alla Romania come location per la ricostruzione della Genova 2001.

Diaz - Teaser

E’ bene dirlo subito: Vicari fa innanzitutto cinema, cinema d’autore, con personalità, gusto e stile. Siamo, cioè, lontani, almeno nelle intenzioni, da quella moda televisiva fortemente italiana di mettere in piedi film di denuncia pensandoli come una lunga puntata di Mixer e auto-assolvendosi in nome dell’impegno civile e sociale. Diaz è un esempio sotto questo fronte, un recupero dell’idea di cinema al servizio di una memoria, anche quando non troppo romanzata ma semplicemente fedele a trascrizioni e documenti legali. Si affranca dalla tv, dalla retorica che piace ai tanti, dagli approfondimenti grandguignoleschi che invadono le emittenti e punta sulla narrazione, sulla comunicazione per immagini e sulle interpretazioni. Queste tutte convincenti, alcune strepitose tra i non protagonisti: i vertici della polizia sono agghiaccianti per resa e di uno spessore attoriale che oggi in Italia si riesce a vedere poche volte al di fuori dei film di Sorrentino.

Se i fatti narrati non fossero ispirati strettamente a episodi reali non si farebbe alcuna fatica a definire Diaz un leggero torture porn. In alcuni frangenti l’umiliazione e l’accanimento dei poliziotti contro esseri umani inermi con le mani alzate trasfigura il film e spegne il ricordo dello spettatore migrandogli il pensiero verso il cinema di genere: i massacratori diventano solo figure nere di uomini non-uomini, coperti da caschi, divise, senza volti, anonimi, mostri deviati che per oscure ragioni infieriscono contro prede che non hanno scampo e vie d’uscita. L’incubo progredisce quando parte delle vittime, quelle ancora in grado di muoversi, viene conferita in caserma, lì nuovamente pestata e umiliata – terribile l’immagine di […]1 -, e il film diventa in quegli attimi un figlio minore del Salò di Pasolini con radici in un’infame realtà.
E’ ancora cinema nelle ultime sequenze, […]2, appartengono al cinema tout-court e non più al documentario impegnato.

Diaz - Dal film

Molto ben congegnata e sviluppata l’idea di Vicari di rendere Diaz un film corale con fratture temporali avvitate su un’unica immagine, una bottiglia infranta, una causa scatenante, il pretesto per un’esplosione troppo contenuta, l’innesco per la violenza, la rivalsa, la vendetta che non distingue l’obiettivo, non ne è più interessata.
La colonna sonora di Teho Teardo, ormai firma necessaria in ogni opera che cerchi di costruirsi una veste autoriale, è elegante, mai invadente ed oltre ad accompagnare con efficacia alcuni momenti della pellicola conferma questo autore musicale come il più importante oggi in Italia.

Assodate le indiscusse qualità di Diaz e la sua importanza civile – valutazione fuori dal perimetro di questa disamina -, non siamo, tuttavia, di fronte ad un’opera che andrà, nel tempo, molto oltre il suo valore sociale e la sua necessità di strumento di memoria. Vicari non è Sorrentino e, nonostante uno stile che – per farla breve – darebbe lezione di emancipazione televisiva anche al valido Marco Tullio Giordana, non riesce a regalare alla forma un dominio sul contenuto, non la eleva abbastanza a medium di narrazione dei fatti, ad occhio del regista: si confronti l’incipit oppure la breve sequenza in aeroporto con tanto del resto della pellicola e sarà immediato avvertire la linea di demarcazione tra racconto cinematografico e rappresentazione di semplici fatti, lasciati lì a parlare da soli. E’ qui il limite di Diaz, nel suo non aver osato abbastanza in sceneggiatura e in uno stile di cui Vicari dà prova a tratti e ci priva, poi, per tanto del film.

Sulla locandina è riportato:

«La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale.» [Amnesty International]

Dopo la visione si farà fatica a non crederci.

Valutazione: 7/10
Spoiler: 2/10

AltreVisioni

Quando sei nato non puoi più nasconderti, M. T. Giordana (2005) – angosciante avventura “on the sea” attraverso il problema dell’immigrazione. Tocco delicato, orginale, mai retorico * 7.5
La rivincita di Natale, P. Avati (2004) – sequel del cult Regalo di Natale. Meno intrigante ma più che potabile * 6
Buongiorno, notte, M. Bellocchio (2003) – occhio onirico e surreale per il rapimento di Aldo Moro. Affascinante * 7.5

In Stato d’osservazione

A Roma con amore, W. Allen (2012) – * 20apr
The Avengers, J. Whedon (2012) – * 25apr
Big House, M. Garrone (2012) – * 4mag
Chronicle, J. Trank (2012) – * 9mag
Dark Shadows, T. Burton (2011) – * 11mag


[…]1 un uomo costretto ad abbaiare a quattro zampe come un cane
[…]2 quando all’alba i quattro e unici black bloc, rifugiatisi di notte, per compassione del gestore di un bar, nel suo locale chiuso, escono e constatano la distruzione e la propria responsabile partecipazione all’innesco della violenza degli uni contro gli altri: l’immagine del ragazzo di colore che getta la maschera antigas nera e il ricordo della sua macabra figura ad inizio film, il volto da quella coperto

Diaz – D. Vicari, 2012 ultima modifica: 2012-04-22T17:49:56+00:00 da Alessandro Cellamare



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