Cinema

The Tree of Life – T. Malick, 2011

Di:

Terrence Malick (copyright: thesundaytimes.co.uk)

Nota propedeutica alla lettura: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere proposto, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento possa incidere su una sua corretta fruizione.

Titolo originale: The Tree of Life
Nazione: Stati Uniti
Genere: drammatico

NELL’ORMAI lontano 1998, nello stesso periodo in cui furoreggiava nelle sale l’acchiappa-oscar Salvate il soldato Ryan, in molti meno locali in Italia, silenzioso, si proiettava La sottile linea rossa di Terrence Malick, straordinaria parabola sul male e sull’allontanamento dell’Uomo, una discesa all’inferno sui binari di un sanguinoso episodio della Seconda Guerra Mondiale.
Ricordo – e mi si perdoni il coinvolgimento in prima persona – di aver terminato la proiezione “attraversato”, diverso, ripensato, consapevole, non solo per questo, di aver assistito a qualcosa di magnifico, più grande di quanto le personali ottime valutazioni del momento mi suggerissero. Il tempo confermò la sensazione e il film crebbe dentro visione dopo visione, come la ricca vegetazione immortalata stupendamente nella pellicola, e mi lasciò comprendere quanto ancora mi fosse sfuggito di questo immenso film.
Conservai, tuttavia, dei dubbi.

2011, 18 Maggio, l’ultimo lavoro di uno dei registi più osservati dell’entourage cinematografico, The Tree of Life, giunge nelle sale italiane, lasciando al pubblico nostrano la possibilità di goderne parallelamente alla sua attuale partecipazione alla 64esima edizione del Festival di Cannes. Principale candidato alla Palma, The Tree of Life arriva dopo sei anni dall’affascinate ma molto discusso The New World, in cui Malick confermava la poetica naturalistica de La sottile linea rossa ma su una traccia meno intrigante della Seconda Guerra Mondiale, dunque meno compensativa per lo spettatore distratto.
Guidato ambiziosamente da un tema universale, quest’ultimo lavoro di Malick parla ancora dell’Uomo, figlio sui generis della Natura, e lo fa attraverso la storia di una famiglia americana degli anni 50, con attenzione su uno dei tre figli e i rapporti col severo padre.

The Tree of Life (copyright: salottodelcinema.com)

Per pellicole di questo calibro è assolutamente superfluo discutere di regia, montaggio, scelta di attori, interpretazioni, scenografie. Quel che si vorrebbe assodato in qualunque lavoro filmico con Malick lo è, e con risultati che puntano verso l’eccellenza. Spinto da un fervore meritocratico, ci si concede un unico lungo applauso per un attore che ormai da tempo non può più essere visto solo come fenomeno di massa per un pubblico mediocre in cerca di canoni estetici o modelli comportamentali. Brad Pitt è superbo ed è una delle concrete speranze del futuro del Cinema.
Tralasciato quanto v’è di assodato, resta l’incontro tra ambizione e risultato, proposito e comunicazione, tecnica e arte.
Fischiato da una parte del pubblico a Cannes e osannato da un’altra, si rincorrono già, dopo l’uscita nelle sale italiane, voci che confermano lo spaccamento, accompagnate da un non esaltante risultato al botteghino. Si è soliti affermare che tali fratture provengano sempre da grandi lavori, ma è naturalmente una sciocchezza per chi ama vivere per modelli deterministici della realtà che possano indicare vie d’interpretazione sicure senza la presa di responsabilità di un’analisi personale.

The Tree of Life è un capolavoro?
La memoria ritorna alla personale esperienza di inizio articolo, alla sensazione di essersi trovati ancora una volta di fronte ad una comunicazione diversa e spiazzante, questa volta più sperimentale, ambiziosa, forse pretenziosa, di aver assistito all’audacia di un regista che, in una coraggiosa scelta onnicomprensiva, prova a costruire un film definitivo sulla propria filosofia, sulla sua immanente religiosità e, inevitabilmente, su se stesso. Ma la memoria torna prepotente anche ai dubbi, a quelli mai risolti e che si vorrebbe, nella ricerca affannosa della verità, venissero dipanati da una nuova comprensione che non ci dia ragione, pena l’alternativa: che essi vengano confermati.

Malick, come noto, nella breve e intensa filmografia ha fatto del naturalismo la propria forza espressiva, supportato da una fotografia suggestiva, evocativa, straziante. Vedere The Thin Red Line significa muoversi coi soldati attraverso l’erba, nel fango, tra gli insetti, farsi colpire dal sole, dalla luce che cambia, dal vento, bagnarsi nell’acqua. La natura è mezzo ma anche tema, soggetto e interesse principe di un regista che è soprattutto un pensatore. Gli eventi umani vengono descritti nella loro immersione indissolubile con la natura, un rapporto spesso distruttivo, presuntuoso, dimentico delle origini, come chi ignora una madre da cui si sente ormai lontano.
Malick non fa buonismo né moralismo new age. La Natura di cui parla persegue obiettivi più grandi delle proprie creature, è madre amorevole o matrigna feroce, ma è un ente che si può e si deve comprendere: l’allontanamento è il Male, anche qualora sembri giustificato dalle umane paure.
Ne La sottile linea rossa sono continue le inquadrature, i tempi dilatati, le attenzioni per gli eventi naturali, le integrazioni tra i mutamenti della terra, le nascite, le morti, le decomposizioni delle creature e gli indigeni dell’isola di Guadalcanal, e altrettanto ricercate sono le fratture semantiche coi soldati, emblemi narrativi di invasori innaturali, quasi una nuova razza che attraversa guardinga un mondo che non riconosce giacché da troppo tempo abbandonato. In The Tree of Life Malick tenta la strada epica e dipinge la Natura, in un parallelo narrativo, attraverso la sua evoluzione, ne comunica intenzioni e l’assoluta indifferenza alle sorti che non rientrino nelle sue dinamiche, dunque anche quelle umane così come da noi sognate. E’ una Natura selvaggia, che non concede, che travolge e che sembra ormai lontana dall’Uomo, nel bene e nel male; Malick intravede, tuttavia, in questo atroce e realistico panorama, una speranza: non più l’opposizione inutile e dannosa contro una Madre che non può essere fermata ma una sorta di aspirazione foscoliana, uno slancio vitale laico che ci renda capaci di perdono e lasci trascendere interiormente quanto appare ingiusto e insensato – in realtà solo naturale. E’ questa per Malick l’unica possibile alternativa: si è con la Natura o si è nella Grazia.

The Tree of Life - una sequenza (copyright: stanzedicinema.com)

Sul fronte umano, del racconto della famiglia, Malick procede per pennellate quasi espressioniste, fratture di montaggio, ripresa non sempre stabile, espressioni, silenzi, attese, tutto perfettamente realizzato e funzionale, come una delicata poesia moderna. Parallelamente il regista dà fondo alla sua compulsiva necessità naturalistica e racconta l’universo e il mondo con riprese spettacolari su eventi naturali, lo spazio, il micro e macrocosmo, iniettando nello spettatore uno spaesamento ai limiti dell’agorafobia da contrastare con le umane sorti della famiglia O’Brien. L’ispirazione kubrickiana a 2001: Odissea nello spazio appare così lampante da credere, per opposto, che non sia referenziale, ed è, ad ogni modo, personale ed autorevole.
I due impianti si muovono paralleli e si integrano per significato e non per narrazione, al contrario di quanto accadeva per La sottile linea rossa. Se qui Natura e Uomo erano sullo stesso piano scenico, sull’isola di Guadalcanal, in The Tree of Life si punta a un’indagine differente dell’intimo umano, non immediatamente integrabile e affiancabile con il contraltare. La scelta dicotomica risulta, dunque, comprensibile sotto quest’ottica, il metodo condivisibile, ma restano dubbi sull’efficacia finale. I punti d’incertezza dell’opera, difatti, intaccano due aspetti del lavoro di Malick, entrambi confinati alla linea narrativa naturalistica.
Il primo risiede nella reale comunicatività delle maestose scene, che non sempre convincono. Accantonati gli effetti soggettivi di fronte ai contenuti (vulcano che erutta, sconvolgimenti climatici, ecc.), quel che resta non è strepitoso né più interessante di quanto non sia godibile in un buon documentario del National Geographic, soprattutto non regala pari potenza visiva a quanto già assaggiato nei suoi precedenti lavori. Si resta, dunque, delusi, memori delle potenzialità, tranne in pochi frangenti fascinosi, e l’impressione è che gridi al miracolo solo chi abbia il pregiudizio di vederci un autore dietro.

The Tree of Life - una sequenza (copyright: cinemagnolie.blogspot.com)

L’accumulo di immagini di questa portata sortisce la prevedibile reazione emotiva di incontrollabilità e ridimensionamento umano, ma appare costruita, programmatica e, paradossalmente, poco naturale, nello stesso modo in cui il bombardamento visivo di un colore non può che sortire l’effetto di quel colore ma solo per overdose decisa a tavolino. Il sospetto di un didascalismo nella proposizione, di un “detto ripetutamente” anziché uno spontaneo “raccontato e suggerito”, non lascia pensare al genio e rappresenta il secondo fronte di perplessità, che affonda le radici più indietro nel tempo. Sono gli stessi dubbi ancora coltivabili nell’affascinante La sottile linea rossa, dove in più di un’occasione (non troppe) il contrappeso delle immagini naturali di fronte alle devastazioni dell’uomo appare affiancamento forzato e non spontanea integrazione narrativa. In The Tree of Life tutto questo appare ancora più smaccato e, a tratti, irritante, insinuando la paura che in Malick il naturalismo come dottrina stia lasciando il passo al naturalismo come esasperazione, acquistando la forma di un grumo che non riesce ad amalgamarsi.

No, The Tree of Life, dopo una prima visione, non appare un capolavoro, e qualcosa fa temere che non lo diverrà neanche alle successive. Conserva le sue grandi qualità indiscutibili che ne fanno una motrice che può correre in solitaria, ma da Malick ci si aspettava un TGV con più di una carrozza giacché questo è quanto, in maniera evidente, prometteva.

Da vedere e rivedere, ma scevri a tutti i costi da pregiudizi su autorevolezza e risultati attesi.

Valutazione: 8/10
Spoiler: 2/10

AltreVisioni

Hunger, S. Hentges (2009) – ruffiano, malfatto e inutile captives-movie sulla linea Saw * 3

The Tree of Life – T. Malick, 2011 ultima modifica: 2011-05-22T18:30:29+00:00 da Alessandro Cellamare



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