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Dura vita quella dell’operatrice di cultura

Musica e notti d’arte: il museo vivo di Elena Antonacci dal Mat e PAZ

Nel gruppo del Mat trovi il restauratore, lo storico dell’arte, l’archeologo, l’esperto di comunicazione, di musica e video, un decollo che parte, anche, da un riconoscimento

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Foggia. Tempi serrati e convulsi: “Corro da una parte all’altra, il fisso squilla insieme a due cellulari, bussano alla porta, nel frattempo scrivo”. Benvenuti al Mat, Museo dell’Alto tavoliere, alla vigilia della mostra ‘Omaggio ad Andrea Pazienza”, fumettisti da tutta Italia ed emigrati all’estero, dove il genere riscuote più successo, che regalano il loro estro al genio della matita e del pennello. Elena Antonacci, direttore del Museo, lotta contro le lancette, per dire: “Ma non è solo Paz, prima la mostra di Keziat ci ha occupato molto, il suo approccio visionario al mondo femminile toccando temi basilari rientra nella nostra attenzione continua a questo mondo”.

Il mondo femminile. In estate si animano le arcate del museo, ‘Inchiostro’ gioca proprio sullo “stato in luogo” e l’arte della pittura, per i prossimi afosi giorni il tema sarà “Intrecci di creatività”, quell’impulso di cui Elena ha fatto la stella polare della sua vita lavorativa passando dal Museo civico di Foggia a quello di San Severo. Vince il concorso nel 1998 ad appena dieci giorni dalla nascita del figlio. Anni di precariato con borse di studio come archeologa, “senza lavoro fisso”, secondi molti, in base ad una certa categorizzazione del lavoro, “per me anni di studio ed esperienze con la fiducia dei docenti di Bologna”. Suo padre avrebbe preferito che facesse l’insegnate, lei invece va in giro per l’Italia e quando le si aprono le porte di un lavoro stabile ha paura: “Temevo di non essere più libera, di rimanere ingabbiata, ma poi la capacità di contrattazione nelle relazioni con gli altri mi ha fatto rimanere me stessa”.

Il rapporto con la politica. Dura vita quella dell’operatrice di cultura che ogni giorno si confronta con gli amministratori pubblici: “La cultura deve essere libera da condizionamenti politici, se avessi avuto un altro carattere sarei stata più accomodante ma certi giochi non mi piacciono. Certo potremmo anche accettare mostre preconfezionate di questo o quell’artista, ma non bisogna abbassare la qualità”. Punti di vista diversi, a volte, con i politici. Frizioni più forti quando si oppose all’organizzazione del concorso per dirigente di area cultura in cui si contemplava la laurea in scienze sociali e non in lettere. Vinse al consiglio di stato.

Le evoluzioni del Mat. Quando arrivò nel paese dell’alto tavoliere trovò una struttura la cui fruizione era riservata ad un pubblico circoscritto ed elitario. “Mi sono accorta che quel territorio aveva fame di novità e chi mi diceva che ero pazza, che un museo non è un pub, si è dovuto ricredere. La primo ‘Notte al museo’ l’abbiamo organizzata noi tenendo presente quanto avveniva nel mondo, abbiamo avuto tante prime pagine dei giornali e sulla home del ministero del Beni culturali. E’ arrivata la musica nel museo, la caccia al tesoro per i bambini, ero felice di poter far vivere tutti i miei sogni. Anche se oggi sono più famosa ricorderò sempre quel primo anno. E non dimentichiamo che è cambiata la comunicazione e che noi usiamo tutti i social network”.

Direttori e competenze. La direzione dei museo è sempre più donna, hanno scritto, il che è vero con una preponderanza di formazione di base che è umanistica. Il discorso di Elena va ancora sulle competenze e sul com’erano 10 anni fa: “Il museo non è più solo un luogo di conservazione ma di fruizione e promozione della cultura che deve liberarsi da quell’aura di sacralità per cui ci sono cose che si possono fare e altre che sono blasfeme”. I bimbi imparano con i laboratori, la musica ravviva quelle stanze, le mostre fanno girare tele, artisti, pennelli e poetiche: “E poi qualcuno dice che noi prendiamo più soldi dall’amministrazione. Non è vero, oggi con i tagli le attività sono sempre più difficili da organizzare, ogni tanto ci viene lo sconforto ma per noi il lavoro di squadra è tutto. Con me c’è un gruppo di giovani che ha cominciato a 26-27 anni arrivando da università quali Siena e Parma. Hanno scelto di tornare nel loro territorio. Io delego, mentre parlo con lei un altro è intervistato da Isoradio, delegare non significa essere scavalcati, ho provato sulla mia pelle cosa significhi non lavorare in squadra”.

Il gruppo del Mat. Nel gruppo del Mat trovi il restauratore, lo storico dell’arte, l’archeologo, l’esperto di comunicazione, di musica e video, un decollo che parte, anche, da un riconoscimento: “Quando sono arrivata qui un dirigente ha creduto in me vincendo anche la mia ritrosia nel presentare progetti. Si chiamava Augusto Ferrara”. Scettici o fiduciosi, chiusi nel dorato mondo del museo vecchio stampo o aperti all’innovazione, nell’elenco del direttore si scrivono soprattutto i nomi di chi ha permesso “l’espansione di sé non in senso narcisistico ma come condivisione di idee e progetti”. Appassionata di Capitanata e di Daunia dai tempi di una tesi sulla ceramica policroma della zona e del dottorato di topografia nella zona di San Paolo Civitate, rimane dal 1999 al 2005 al Museo civico di Foggia. Poi spicca il volo con i suoi progetti. Nel Mat, stabilito con delibera consiliare, funziona un archivio su Pazienza non celebrativo ma che aiuta a conoscerlo meglio: “Arrivano da noi anche studenti per la tesi”. Negli anni ’70 l’associazione ‘Il cenacolo’ di cui faceva parte organizza il primo premio a lui dedicato che nel 1998 diventa nazionale. Avanguardia in un paese di 40 anni fa, un preludio.

(A cura di Paola Lucino – paola.lucino@virgilio.it)

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