ManfredoniaRicordi di storia
A cura di Marilina Ciociola

L’abiura di Galileo

Il 25 febbraio 1616 il cardinale Millini riferisce alla Congregazione della censura delle due proposizioni

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Il processo a Galileo Galilei, sostenitore della teoria copernicana-eliocentrica sul moto dei corpi celesti in opposizione alla teoria geocentrica, sostenuta dalla Chiesa Cattolica, iniziò a Roma il 12 aprile 1633 e si concluse il 22 giugno 1633 con la condanna per eresia con l’abiura forzata delle sue concezioni astronomiche. Galilei viene interrogato per tutto il mese di gennaio 1616 dal Sant’Uffizio; il 24 febbraio 1616, i teologi del Sant’Uffizio esaminano le due fondamentali proposizioni del De Revolutionibus di Copernico, censurandole. La prima, per la quale «Sol est centrum mundi, et omnino immobilis motu locali», viene definita «stolta e assurda in filosofia e formalmente eretica», dal momento che contraddice le Sacre Scritture; la seconda, che la «Terra non est centrum mundi nec immobilis, sed secundum se totam movetur, etiam motu diurno», per i teologi è censurabile in filosofia e almeno erronea nella fede: «hanc propositionem recipere eandem censuram in philosophia; et spectando veritatem theologicam, ad minus esse in fide erroneam».

Il 25 febbraio 1616 il cardinale Millini riferisce alla Congregazione della censura delle due proposizioni; il Papa Paolo V ordina al cardinale Bellarmino di ammonire Galileo, in presenza di un Padre commissario, ad abbandonare le due proposizioni e a non insegnarle, difenderle o trattarle, pena il carcere: «non doctrinam et opinionem docere aut defendere, seu de ea tractare; si vero non acquieverit, carceretur». Il 28 settembre 1632 il Sant’Uffizio emette la citazione di comparizione di Galileo a Roma. È nuovamente interrogato il 30 aprile; dice di aver riletto il suo Dialogo e ammette che il libro gli apparve «quasi come scrittura nova e di altro autore […] distesa in tal forma che il lettore, non consapevole dell’intrinseco mio, arebbe avuto ragione di formarsi concetto che gli argomenti portati per la parte falsa, e ch’io intendevo confutare […] vengono veramente […] avalorati all’orecchio del lettore più di quello che pareva convenirsi a uno che li tenesse per inconcludenti e che li volesse confutare […] di essere incorso in un errore tanto alieno dalla mia intenzione che […] s’io avessi a scriver adesso le medesime ragioni, non è dubbio ch’io le snerverei di maniera che elle non potrebbero fare apparente mostra di quella forza della quale essenzialmente e realmente son prive».

Firma il verbale e viene allontanato ma poco dopo chiede di ritornare dinnanzi all’inquisitore a ribadire ancora di non aver mai sostenuto «la dannata opinione della mobilità della terra» e di esser pronto a riscrivere un prossimo libro per dimostrare che egli considera la teoria di Copernico «falsa e dannata e confutargli in quel più efficace modo che da Dio mi sarà somministrato». In una riunione riservata tenuta il 16 giugno dagli inquisitori in presenza del Papa, si decide di utilizzare anche la tortura pur di far confessare Galileo; in ogni caso viene deciso che il suo Dialogo sarà proibito. Il 21 giugno si tiene l’ultimo interrogatorio: Galileo dichiara preliminarmente di non aver nulla da dire; richiesto se sostenesse o avesse sostenuto la dottrina eliocentrica, risponde che «avanti la determinazione della Congregazione dell’Indice e prima che mi fusse fatto quel precetto [così ora chiama l’ammonizione del Bellarmino del 26 febbraio 1616] io stavo indifferente e avevo le due opinioni, cioè di Tolomeo e di Copernico, per disputabili, perché o l’una o l’altra poteva esser vera in natura; ma dopo la determinazione sudetta, assicurato dalla prudenza de’ superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, sì come tengo ancora, per verissima e indubitata l’opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della Terra e la mobilità del Sole».
ll giorno dopo, nella Sala capitolare del convento domenicano adiacente alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, viene letta in italiano, a un Galileo inginocchiato, la sentenza sottoscritta da sette inquisitori su dieci.

Io Galileo, fìg.lo del q. Vinc.o Galileo di Fiorenza, dell’età mia d’anni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Emin.mi e Rev.mi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la S.a Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo S. Off.o, per aver io, dopo d’essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere ne insegnare in qualsivoglia modo, ne in voce ne in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo e imobile e che la terra non sia centro e che si muova; Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze V.re e d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non fìnta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla S.ta Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più ne asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò.

Dopo la lettura della sentenza Galileo abiurò: Giuro anco e prometto d’adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Off.o imposte; e contravenendo ad alcuna delle dette mie promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da’ sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m’aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani. Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633. Io, Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.

(A cura di Marilina Ciociola, Manfredonia 22.06.2016)



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Commenti


  • Zuzzurellone Sipontino

    Che vigliacca la chiesa, prendersela con un vecchio, malato, quasi cieco. Condannato perchè “assoluto” e la chiesa “relativa”, in quel momento storico. Oggi la chiesa invece condanna il relativismo. Purtroppo siamo ancora il paese della controriforma, un paese di cortiggiani.


  • Zuzzurellone Sipontino

    Dimenticavo, se non sbaglio fu il primo ad affermare che la lingua dell’universo è la matematica. Per chi ha la fortuna di leggere i suoi scritti, sono di una eleganza tale, che ne fanno una colonna della letteratura e lingua italica. Se non ricordo male fu Italo Calvino a sostenere che fosse il più grande scrittore della letteratura italiana.

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