Scuola e Giovani

Università, sempre meno giovani attratti da Chirurgia

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Equipe medica Chirurgia Toracica (image: ausl.fo.it)

Equipe medica Chirurgia Toracica (image: ausl.fo.it)

(Adnkronos Salute) – La sala operatoria e il bisturi affascinano sempre meno i giovani neodiplomati che il prossimo 9 settembre affronteranno i test d’ammissione alle Facoltà di Medicina e Chirurgia. Le iscrizioni alle Scuole di specializzazione sono infatti in continuo calo. “E’ da un decina di anni che assistiamo a una riduzione dell’appeal della chirurgia – spiega all’Adnkronos Salute Luigi Presenti, presidente dell’Associazione chirurghi ospedalieri italiani (Acoi) – oggi divenuta minoritaria rispetto ad altre specialità. Quest’anno ci sono 257 posti a disposizione nelle scuole di specializzazione (39), distribuiti lungo lo Stivale. Ma spesso i posti rimangono vuoti”.

“Molte scuole – spiega Presenti – sono state accorpate perché non raggiungevano il numero di iscritti. Quando ho iniziato, nel 1980, per 16 posti a Roma i candidati erano 300. Numeri assai diversi rispetto a quello che accade oggi. I giovani sono spaventati dalla lunghezza del percorso formativo e dalle difficoltà occupazionale. Studiano molto, anche per 15 anni – sottolinea il chirurgo – e poi c’è il rischio che rimangano precari per altri 10”.

Sono oltre 7 mila, secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, i chirurghi generali che operano nel Servizio sanitario nazionale. Ma l’intera area, che comprende tutte le specialità del settore, conta circa 25 mila medici.

A mettere ‘ko’ il fascino del bisturi ci sono anche altri fattori. Per esempio, ricorda Presenti, “negli anni è aumentato esponenzialmente il rischio di avere delle denunce, con gravi conseguenze civili e penali per il chirurgo. Poi, è evidente come negli anni i tagli programmati al Servizio sanitario nazionale da parte dei governi che si sono succeduti non hanno fatto che ridurre le possibilità di assistenza ai pazienti. E così anche la qualità del lavoro ospedaliero”.

Per invertire questa tendenza, secondo il presidente Acoi “servirebbe una maggiore integrazione tra la formazione università e l’attività ospedaliera, per migliorare la parte ‘pratica’ che i giovani specialisti devono saper affrontare. E che oggi – conclude – viene lasciata un po’ da parte”.

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