Manfredonia
A Manfredonia, circa 60 anni fa, il mercato settimanale nasceva nella pineta che circonda il monumento ai caduti di guerra del '15-18'

“Il mercato settimanale”: il martedi’ dell’inferno e dell’inverno

Questo mercato, col passare degli anni, si è spostato in altre zone ed è cambiato anche il giorno

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Manfredonia , 8 Agosto 2015 – A Manfredonia, circa 60 anni fa, il mercato settimanale nasceva nella pineta che circonda il monumento ai caduti di guerra del ’15-18′. Ricordo che questo giorno era molto atteso durante la settimana; si faceva di domenica; era una vera fiera. Spesso lo si girava in compagnia, per meglio supportarsi nelle varie scelte. Questo mercato, col passare degli anni, si è spostato in altre zone ed è cambiato anche il giorno; esso si è sempre piu ingrandito, grazie all’intraprendenzadei commercianti ambulanti di Andria e del nord-barese, che ci hanno permesso di provare il piacere di essere sempre all’ultima moda e poter, cosi tenere alto il detto: Manfredonia “la piccola Parigi”. In parallelo ai commercianti,è sempre più cresciuto l’artigianato della sartoria. Le femminucce sipontine, giocando con la propira bambolettadi celluloide,sperimentavano i primi punti nel cucito. Per le bimbe di una volta, come me, non c’era la pubblicità televisiva e delle riviste, bastava uscire e passeggio di domenica, per mettere a punto tutta la creatività sipontina. In questo modo nascevano le prime impronte della sartoria dilettante e poi di professione, ben quotata. Nella mia famiglia le donne si sone sempre cimentate nel cucito; mia madre , pur lavorando in banca, si dilettava a confezionare semplici abiti e biancheria in genere. Ella e le mie zie, spesso, ci raccontavano che durante la guerra, grazie alle coperte americane, dopo averle tinteggiate con cura, si accingevano a confezionare persino il proprio paltò; lo abbellivano con mostrine , pattine e bottoni in velluto; cappellini sfiziosi, con comodi e caldi guanti, sferruzzati con le loro abili e laboriose mani, completavano il tutto.

Mia nonna paterna, Francesca Paola, era la primogenita di nove figli; la terz’ultima era maestra di taglio, cucito e ricamo. Da lei anch’io ho conseguito il diploma di taglio, che, autorizzata dalla provincia di Bari, rilasciava alle sue allieve. Mia madre, poiché zia Gina aveva scoperto di avere una grafia chiara e precisa,collaborava con lei, rendendosi disponibile nella compilazione di quel foglio di pergamena, adoperando con pennino a punta tondeggiante, immergendolo con con delicatezza nella china, rinseriva con ricercata precisione a redigere un atto scritto, diventando un valido documento di lavoro nelle loro mani; oggi esso è un autentico reperto storico. Le sue allieve , pur non avendo grandi competenze matematiche, con il suo aiuto imparavano a scoprire l’uso del metro, il famoso centimetro, che piegandolo e ripiegandolo si riusciva a frazionare, garantendo la riuscita di un modello base.

Zia Gina, però, avviava queste ragaze non solo alla professione di sarte, ma anche ad essere virtuose e pazienti moglie e madri. Con l’aiuto della preghiera, le avviava a confidare nella Madonna, punto di riferimento per ogni donna. A maggio, col mese mariano e con lea novena a Santa Rita, la casa di zia Gina era inondata dal profumo delle rose antiche, che provenivano dalla campagna, dove nonni e papà coltivavano per tradizione e le inviavano con gratitudine , perchè per primi avevano apprezzato le competenze che ella trasmetteva a queste ragazze a garanzia per una proficua attività, che la comodità della confezione, consetiva nell’abilità e rispettare le misure, che, non sempre, specialmente ad una certa età,non più proporzionate, creano difficoltà nell’abbigliarsi. Ora, invece, essi si sentono appagati, per il piacere di indossare comodi pantaloni e camicie da lavoroo anche mutandoni rispondenti alle loro fattezze.

Spesso era proprio lei a conoscere prima il loro amoroso, al quale non si sottraeva a dare brani e saggi consigli o tiratine di d’orecchi. I giovani di una volta accettavano questo suo confidenziale rapporto. Oggi questo riguardevole rispetto per la persona anziana, non esiste, quasi, più; perchè non disposti a rapportarsi col loro simile. La localizzazione, oggi, del nostro mercato settimanale è l’espressione di questa carenza, che nell’adulto genera delle scelte non molto funzionali. E’ faticoso e complicato recarsi al mercato dei sipontini, dove non esiste il fresco di un solo albero, la cui chioma, grazie allo sventolio delle sue foglie, genera un so’ di refrigerio, dove non esiste il riparo ombroso di un caseggiato, che tempera, anche, le sferzate dei venti invernali. Le barriere architettoniche, per i disabili, come me, presentano dei dislivelli, un pericolo per le carrozzelle che possono ribaltarsi, affaticando chi le guida.

In questo posto la luce è accecante le lenti da sole non sono sufficienti a far scoprire le “chiccerie” che sono in mostra. Dove sono i bagni pubblici ci sono poche panchine; due sono a ridosso del muro e due in punta al marciapiede, un vero pericolo! Esse trovandosi a nord, dove sferza la tramontana, per chi è ancora abile, può dare sollievo nel sedersi a terra per disperazione, dove si assapora, anche, un po di fresco. Questo è il regalo che i nostri esperti hanno riservato ai sipontini e agli ambulanti. Ancor più grave è sistemare le giostre e le accattivanti bancarelle, che giungono per la festa della Madonna di Siponto dovrebbe essere il fulero di questa festa, invece, è ignorata del tuto, dove abbondano e solitudine invadono il suo lungo ed elegante viale, da poco ristrutturato e pronto all’accoglienza. Si preferisce il fosso a Siponto, esso è, inoltre, circondato da una ferrovia fantasma, che strozza la visuale , per l’ex-Enichem a progettarla e mia inaugurarla; potrebbe servire a collegare molto bene l’entroterra della Danunia col Gargano,per un proficuo turismo.

Difficoltoso è, in alcuni punti, sconnesse e pericolosa per i veicoli che si interpongono fra i pedoni spaventati. Questo ingresso non ci onora; molti aspettano con trepidazione questi giorni della festa patronale, sia perchè venivano lontani dal paese d’origine, sia perchè si sentono legati alla tradizioni popolari, sperando di non snellire il desiderio di ricevere tanta positività , che li aiuta a vivere meglio per l’intero anno che li attende, essendo convinti che la vita e sacra e va fortificata, cosi’ , come il contadino, sempre vigile, coltiva le piante della sua terra.
Ecco che non è giusto sistemare carrozzoni e bancarelle , luna Park , imprigionandoli prorpio in quel fosso; proprio loro che con enormi sacrifici per sopravvivere continuano puntualmente a far rivivere le tradizioni popolari, che sono la storia di questo antico popolo sipontino.

(A cura della Signora Paola Prencipe in Falcone, Manfredonia agosto 2015)



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