Macondo

Macondo – la città dei libri

Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞A volte la fotografia sa mentire∞
di Roberta Paraggio


La Spagna del 1936 non è u posto per giovani monache benedettine. Gli anarchici bussano con insistenza alle porte dei conventi, Barcellona freme di rabbia, rivoluzione e paura.
La Guerra Civile sembra uno scherzo per Felix, che per gioco tira di boxe, per gioco fotografa con la sua Leika e ancora più per gioco decide di fare la rivoluzione.
Zia Maria Berenguer, chiusa dietro la coltre polverosa della sua clausura, a malapena lo conosce, tratta in salvo e riportata alla vita di fuori, inizia ad assaporare il gusto del sole sulla sua pelle che non ha avuto il tempo di divenire grigiastra e opaca. Zia Maria è giovane, ed è ancora bella, pochi anni la separano da suo nipote Felix, col quale instaura una confidenza che rischia di creare buche e voragini lungo le piste preferenziali del suo rapporto con Dio.

Un Dio onnipresente, chiacchierone, abile osservatore, giudice che tenta disperatamente di essere imparziale, che non riesce a parteggiare per il Caudillo ma neanche per gli anarchici che gli bruciano le chiese.
Jordi Bonells, scrittore catalano, con “Dio non appare in foto”, romanzo edito dalla trentina Keller rende un omaggio alla sua terra e ai suoi ricordi, con questa storia dai toni romanzato autobiografici.
Il prestesto è una vecchia foto, e pellicole che si srotolano per raccontare la vita di suo padre e un’epoca dai ricordi sfuocati.

In una foto c’è zia Maria con suo padre, zia e nipote, lei non sembra una suora, lui non sembra un giovane rivoluzionario. C’è un qualcosa che rimanda a Roland Barthes in questo romanzo, il cercare se stessi, i propri malinconici affetti attraverso le immagini che sbiadiscono.
Quel momento irripetibile che è una piccola, infinitesima morte.Ci siamo in quella foto, poi non ci saremo mai più, non vivremo mai più quel momento, saremo sempre noi, ma mai più così.
Così sarà per Maria, che non riuscirà più a riprendere i grani dei suoi giorni, che si crederà responsabile di qualsiasi azione altrui. Così sarà per Felix, che chiuderà in una scatola di latta dai bordi arruginiti tutto quel passato. Al chiuso, forse le foto riusciranno a mentire, a celare gli anni che hanno portato alla follia.
E intanto Dio sta a guardare, supervisiona e si impiglia nella stessa rete che ha teso, nei suoi dubbi troppo umani, si pente quasi, ha uno sguardo pietoso per zia Maria folle d’amore che non ha potuto scegliere e resta lì, soggiogata dalla sua mente scollegata, nel luogo in cui la felicità è proibita.

Jordi Bonells, “Dio non appare in foto”, Keller 2010
Giudizio: 2,5/ 5 da mettere meglio a fuoco
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∞The twilight of the West ∞
di Piero Ferrante


Una realtà sconvolta d’un futuro per nulla lontano, la fine della società, la fine del lavoro, la fine delle fini. La crisi, quella definitiva, di un mondo troppo impegnato a rimirarsi nello specchio dalla parte del profilo giusto per accorgersi dello sconvolgimento in corso sull’altro. E così nessuno ha potuto evitare la degenerazione, nessuno ha potuto salvare la Terra dalla caduta morale, nessuno ha evitato alla barca di finire alla deriva. Solo un posto si è salvato. Una città fondata sulle sabbie delle utopie, del benessere, del divertimento, dello svago. Una città senza mura e senza proprietà, nei cui confini è vano tutto quanto avesse senso nel passato. Niente più Ipad, Ipod, capi firmati, autoricariche, tariffe telefoniche, cd e dvd, computer e tablet. Niente più barriere moralistiche. Niente più ruoli, incarichi, appalti. È un mondo livellato, sorto sull’idea del ‘tutti uguali’, punto d’approdo dei tanti disperati all’ultima spiaggia, in fuga da se stessi e dalle catene dell’Occidente. Americani depressi, australiani alcolizzati, tedeschi beoni, inglesi schiavi del progresso, italiani confusi. Nello straccio di Terra Nuova ci sono tutti, profughi di un’ondata migratoria a rovescio che, man mano, ne stravolge i connotati. Con il tempo, il sogno degrada a normalità e infine a incubo. Rozzezza, razzismo e intolleranza strabordano sotto forma di comizianti discorsi dalle bocche di ex frikkettoni, e mentre la Città si tramuta in un bordello a cielo aperto, si marcano, sempre più nette, le distanze tra la stirpe primigenia fondatrice della comunità e i ‘nuovi arrivati’.

In questa dimensione, si agitano le ansie di Jenny, ‘appena arrivata’ ma adorata da tutti, della cicciona Marsha, degli avventori del ‘Paradiso Terrestre’, di Noemi e Daniel e del loro NON amore, del protagonista senza nome, voce narrante di una storia convulsa e tremolante, tra i fondatori di questo mondo parallelo. Lui, di Jenny, ne è innamorato. Ma la loro storia è un coacervo di bugie e invenzioni, di stranezze e fantasie, di parole, vomito e false redenzioni. L’unico che pare non accorgersi di nulla è un misterioso uomo d’argento, fermo, immobile, stentoreo su una panchina della piazza principale della città. Il Maestro. Nessuno lo conosce, nessuno sa dire quando e come sia arrivato. Nessuno sa spiegarne il colore. Nessuno, tranne il protagonista, pare nemmeno accorgersene. E ora che la perversione sta corrodendo il mondo dall’interno lui, il Maestro, non fa altro che guardarsi intorno. Muto come sempre. Incurante come sempre. Indifferente come sempre.

È dalla sua prospettiva periferica e leggermente strabica, la prospettiva di chi guarda il fallimento dall’interno, la prospettiva di chi c’è e decide di estraniarsi, che è quella di quanti hanno scelto di aprire gli occhi per abbandonare definitivamente un sogno degenerato, che Claudio Morici sceglie di guardare. Nasce in questo modo “L’uomo d’argento” (edito da E/O a marzo di quest’anno), surreale romanzo sospeso in equilibrio su un filo di nylon, ora cascante dalla parte della fantapolitica, ora da quella della fantascienza. Un lungo racconto di disillusione e di dolore, narrato con un’ironia tanto spietata da far male, che prende i vizi della contemporaneità, li rivolta, li ‘steroidizza’ e li proietta in una dimensione a-temporale e a-locale. Una dimensione dove tutto è consentito, dove la notte della ragione si consuma nell’alba del vizio, dove l’umanità si bestializza, dove la regola è il non avere regole, dove si perde la consapevolezza dell’essere, ci si estranea dalla vita e ci si burla della morte fino al punto da non essere più in grado di riconoscerla.
Leggere Morici è leggere tra le pieghe del tempo, sbirciare in una sfera di vetro e fumo riconoscendovi, di spalle, l’Occidente in cammino sulla via maestra del vizio. Una via cinta di campi appassiti e dimore derute, dove il sole sparge ombra anziché luce e grigiore invece che calore. Sì, Morici, con i suoi echi lontanamente asimoviani e le atmosfere orwelliane, è come uno zingaro che ha piantato tenda ai margini del luna park. “L’uomo d’argento” non è che il suo tarocco nefasto. Crederci o non crederci spetta a noi.

Claudio Morici, “L’uomo d’argento”, E/O 2012
Giudizio: 3.5 / 5 – profezia
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SCELTO DA MAMMEONLINE
di Donatella Caione

“LA DONNA ABITATA” (di Gioconda Belli, E/O 2011.)
Che grande sorpresa che è stato questo libro, ma soprattutto questa autrice, le cui opere sicuramente continuerò a leggere!
Gioconda Belli è una scrittrice nicaraguense (ma con antiche origini italiani, leggo su Wikipedia che il bisnonno partì da Colma di Biella per il Nicaragua nel lontano 1865), ma anche poetessa e giornalista. Quando ho visto la sua foto mi ha trasmesso una tale simpatia che ho preferito inserirla qui al posto della copertina del libro!
La protagonista del libro è una giovane architetta, figlia dell’altra società di un paese dell’America Latina come il Nicaragua (anche se la capitale, città in cui è ambientato il romanzo, ha un altro nome), appena tornata a casa con la sua laurea presa in Italia. Lavinia deve reimparare a vivere in un paese in cui poche donne svolgono attività come la sua, in cui per andare a vivere da sola una donna deve mettersi contro la famiglia, ma soprattutto un paese in cui, mentre la maggioranza fa finta più o meno di nulla, pochi coraggiosi lottano contro la dittatura. Ma Lavinia non è sola, è abitata dallo spirito, o dall’anima, (o potremmo dire che ne ha condiviso il codice genetico) di una donna indigena che, nell’america precolombiana, ha combattutto come un uomo contro gli invasori spagnoli.
E lo spirito che la abita le dà la forza per fare delle scelte…
Tra i temi principali del romanzo vi è anche il femminismo, quel femminismo che ha animato ed è stato animato dalle donne della generazione di Gioconda, nata nel 1948 e che oggi stiamo dimenticando, considerandolo ormai arcaico, senza renderci conto che oggi come 30 anni fa ne abbiamo bisogno! In particolare una riflessione mi ha colpito: sono le donne che allevano, educano i figli maschi… sono le donne le prime maschiliste!
Un libro che decisamente consiglio!
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LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (Libreria STILE LIBERO FOGGIA, pagina fb: qui)
1. Gabriella Genisi, “Uva noir”, Sonzogno 2012
2. Tonino Benacquista, “Gli uomini del giovedì”, E/O 2012
3. Siri Hustdvet, “L’estate senza uomini”, Einaudi 2012

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI IN ITALIA (fonte: ibs.it)
1. Ken Follet, “L’inverno del mondo. The century trilogy vol.2”, Mondadori 2012
2. E. L. James,“Cinquanta sfumature di grigio”, Mondadori 2012
3. E. L. James,“Cinquanta sfumature di rosso”, Mondadori 2012
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ABUELAS, MACONDO CON LE NONNE DI PLAZA DE MAYO

«Qualcosa è cambiato in Argentina». Scandisce le parole Estela Barnes de Carlotto, combattiva presidente dell’associazione Nonne di Plaza de Mayo, che da oltre trent’anni cerca i figli dei desaparecidos della dittatura. Per tre decenni ha atteso che il suo Paese rendesse giustizia a lei, a sua figlia Laura, massacrata dai golpisti insieme ad altri trentamila oppositori e a suo nipote Guido, strappato alla madre poco dopo la nascita e, da allora, scomparso. «Dopo vent’anni di rimozione collettiva, la società argentina si è decisa a fare i conti con questa pagina buia della sua storia», commenta. Negli ultimi anni, c’è stata una presa di coscienza reale sui crimini compiuti dai militari tra il 1976 al 1983. Crimini a lungo taciuti dai governi democratici che subentrarono ai generali in nome della «pacificazione nazionale». Dopo il crollo del regime, ci fu un tentativo di processare i responsabili delle violazioni dei diritti umani. Ma in seguito le leggi di «Obbedienza dovuta» e «Punto finale» hanno bloccato tutto. Insieme all’amnistia concessa da Menem.
Signora Carlotto, a cosa si deve questo recente mutamento?
Il punto di svolta è stata l’elezione, nel 2003, di Néstor Kirchner a presidente della Repubblica. Tra i suoi primi atti ufficiali, il capo dello Stato ha chiesto di incontrare le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo. Una novità assoluta. E ci ha promesso che avrebbe fatto il possibile perché ottenessimo giustizia.
Ha mantenuto l’impegno?
Sì. Ha esercitato pressioni sul Congresso affinché fossero annullate le leggi «Punto finale» e «Obbedienza dovuta», dichiarate incostituzionali dalla Corte Su¬prema nel 2005. Questo ha consentito di riaprire i procedimenti nei confronti degli aguzzini. Ora centinaia di militari sono sotto processo. Nel 2004, inoltre, Kirchner ha compiuto un gesto simbolico molto importante, decidendo di trasformare la Escuela Mecánica de la Armada (Esma), uno dei più efferati centri di detenzione e tortura clandestini dell’epoca militare, in un museo della memoria. È stato un atto di rottura. I vertici delle Forze Armate hanno cercato di opporsi in ogni modo. Ma il presidente è stato irremovibile. Così, il 24 marzo 2004, ventottesimo anniversario del colpo di Stato, Kirchner ha dato l’annuncio ufficiale.
Ricordo bene quel giorno. Tutti attendevano l’apertura dei cancelli con aria incredula.
Certo, non ci sembrava vero che stesse accadendo davvero. La Esma era uno dei simboli più drammatici di quella macchina inumana – la dittatura – che aveva ingoiato i nostri figli, i nostri nipoti. La mia Laura è stata torturata lì. Quando il presidente è arrivato, ha fatto aprire i cancelli e ci ha permesso di entrare, ha squarciato il muro di silenzio che anche negli anni della democrazia ha continuato a straziare i desaparecidos. Kirchner ha ammesso i crimini dei militari e ha chiesto perdono a nome dello Stato. Gli assassini dei nostri figli si illudevano di poterli cancellare facendoli scomparire. Ma la loro memoria resterà custodita nella Esma.
Le Nonne di Plaza de Mayo lottano anche per restituire la vera identità ai nipoti sequestrati dai militari. C’è chi dice che si tratta di una forma di crudeltà verso i ragazzi, cresciuti ormai in un’altra famiglia. Che cosa rispondete?
È un’assurdità. Ogni essere umano ha diritto alla propria identità, a conoscere la propria storia, la propria famiglia. Non si possono costruire le vite sulle menzogne. Finora abbiamo recuperato novanta nipoti dei cinquecento rapiti dai golpisti e nessuno ha mai subito un trauma. Anzi, si è sempre trattato di una liberazione. Per i militari, i figli dei desaparecidos erano «bottino di guerra». Noi restituiamo a quei ragazzi la libertà di essere se stessi.
Voi avete iniziato a lottare nell’epoca della dittatura. Come avete trovato il coraggio di opporvi a un regime sanguinario?
Il dolore per la perdita di mia figlia e di mio nipote era troppo grande. Non potevo darmi pace. Vagavo da un posto all’altro per cercare informazioni. Poi, durante le interminabili attese nei commissariati, ho conosciuto altri genitori che vivevano la mia stessa situazione. Molte erano mamme e nonne. Così abbiamo iniziato a incontrarci, per parlare, darci forza a vicenda. Così sono nate le Nonne di Plaza de Mayo. Ci hanno minacciato tantissime volte. Nel 2002 hanno cercato di uccidermi, sparando con dei kalashnikov dentro casa mia mentre dormivo. Non mi hanno colpito per un soffio.
Ora che gli ex torturatori si sentono sotto pressione per la riapertura dei processi le intimidazioni, però, si fanno più frequenti.
Gli episodi sono molti. Nel settembre 2006 è scomparso Julio López, un teste chiave che aveva deposto contro il noto aguzzino Miguel Etzecholatz. Hanno aggredito un altro testimone, Luis Gerez, e una Nonna di Cordoba, Sonia Torres.
E non avete paura?
È la stessa domanda che mi hanno fatto dopo il mio tentato omicidio. Le darò la stessa risposta, che vale per me e per tutte le altre Nonne. No, non abbiamo paura. Ci hanno già strappato il bene più prezioso: i nostri figli, i nostri nipoti. Cosa possono farci di peggio?

(Dalla testimonianza di Estela Barnes de Carloto, presidente delle Nonne di Plaza de Mayo)

PER SAPERNE DI PIU’
Massimo Carlotto, “Le irregolari”, E/O 1999
Padoan Daniela, “Le pazze. Un incontro con le nonne di Plaza de Mayo”, Bompiani 2005
Victoria Donda “Il mio nome è Victoria”, Corbaccio 2010

[In collaborazione con la Libreria StileLibero di Foggia]
Per consigli, precisazioni, indicazioni, suggerimenti, domande, curiosità, collaborazioni, dubbi, potete scrivere a macondolibri2010@gmail.com



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