Capitanata

Hydro San Severo, confermata chiusura. Fiom: “Ma la battaglia continua”


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Il volantino dei lavoratori attaccato sul portone di Assidustria Foggia (St)

Foggia – STANCHI, con gli occhi arrossati dalla rabbia e dal dolore, ma con la voglia di andare fino in fondo. Così, questa mattina, i 42 operai della Hydro di San Severo hanno accolto il risultato di un primo incontro tra le parti. Un incontro, se si vuole, pericolosamente sbilanciato verso l’impresa. Ad ospitare il primo round di quella che si annuncia come una dura contesa, sono stati infatti i locali di Assindustria di Foggia. In una saletta al terzo piano del palazzone di Via Valentini Vista Franchi, ad un tiro di schioppo dalla Camera di Commercio, si sono confrontate azienda e parti sociali. La prima, rappresentata dal responsabile relazioni industriali, Walter Landini e dal responsabile di stabilimento Antonio Toga; le seconde, da Uilm e Fiom.

Alla fine, dopo due ore di tira e molla, non è stato registrato nessun passo concreto. L’azienda, in procinto di chiudere, chiuderà, gettando sul lastrico – e nel panico – 42 lavoratori a partire dal primo gennaio 2012. Unica concessione, la possibilità di accompagnare i dipendenti mediante cassa integrazione straordinaria. Una soluzione, questa, che presuppone, comunque, la chiusura della Hydro e che la Fiom ha rigettato senza troppi fronzoli. “Siamo in battaglia, la porteremo avanti insieme ai lavoratori. E’ una questione di dignità”, tuona a Stato il numero uno dei metalmeccanici di Capitanata, Tonino Ladaga, appena uscito dalle stanze degli industriali. La Cgil promette di non lasciare da soli i lavoratori.

La mobilitazione. Dal canto loro, i lavoratori in giubbino rosso della multinazionale norvegese non tireranno il fiato neppure per un secondo. A perdere il posto proprio non ci stanno. “Qui – confessa il capoturno ed Rsu Fiom Marcello Ciofi – c’è gente che ha sulle spalle mutui trentennali e famiglie a carico. Con quale logica, da un giorno all’altro, si pretende di calare su di loro una mannaia mortale?”. Già, perché quello di cui i 42 non riescono a inghiottire sono tempi e modalità. “Fino a tre settimane fa – si sfoga un ragazzo – ci chiamavano per gli straordinari. Ora dicono che non serviamo”. Per la verità, a tanto non si sono spinti neppure loro, i proprietari di questo gioiellino sanseverese. Nell’incontro con le parti sociali, sono stati costretti ad ammettere che “gli operai sono una ricchezza e che non gli si può muovere critiche”. Nei 12 anni di Hydro (ovvero, dal 1999), a far compiere il passo in avanti all’azienda sono stati proprio loro. Bassissimi tassi di assenteismo ed una coscienza lavorativa da fare invidia al Nord. Ciò ha prodotto – o, meglio, aveva prodotto – un sincretismo impeccabile con i vertici soprattutto in merito alle norme di sicurezza. L’anno passato, lo stabilimento dell’Alto Tavoliere ha ricevuto il premio Audit: “primi in Italia e secondi in Europa”, si vanta Ciofi a Stato. “Come si costruisce tutto ciò se non con noi operai?”

I lavoratori della Hydro (St)

Sotto la pioggia. Malgrado il futuro si tinga di colori bigi, la loro protesta è impeccabile. Sempre presenti ma nel rispetto delle regole. Nel fine settimana, gli operai della Hydro si sono fatti vedere al corteo pro aeroporto e, domenica, erano sugli spalti dello stadio Ricciardelli di San Severo. “Saremo come il vento. Dappertutto porteremo la nostra causa attraverso le nostre voci”, raccontano. Anche questa mattina, il corpo rosso, era un blocco unico. Malgrado il freddo invernale e la pioggia a tratti battente, chiusi nella stretta via degli industriali tra una camionetta della Polizia e due macchine di Carabinieri. In mano, un volantino tristemente ben costruito. “E’ venuta a mancare con morte improvvisa la Hydro San Severo alla tenera età di 13 anni. Ne danno il triste annuncio 42 lavoratori”. Poche parole, sferzanti. Non hanno avuto bisogno di aggiungere altro. Che sono soli, lo hanno capito. Tranne le due sigle sindacali, né istituzioni, né partiti hanno manifestato vicinanza. Qualcuno, come il sindaco di San Severo Gianfranco Savino ed il vicesindaco Paolo Calvo, hanno provato ad accostare il proprio nome alla lotta. E anche Dino Marino e Giannicola De Leonardis hanno redatto un paio di comunicati stampa. Tranne queste azioni fugaci, comunque, l’impegno è molto al di là da venire. Anche per questo, i lavoratori ci affidano il desiderio di “spostare la battaglia sui tavoli della Regione Puglia”. Fanno il nome di Elena Gentile, assessora al Welfare che “in quanto tale non può non occuparsi della nostra causa”. Il tutto, mentre danzano molleggiando le gambe per scaldarsi da un freddo pungente che entra nelle ossa e volgono gli occhi alla finestra di Assindustria quasi come fedeli in Piazza San Pietro in attesa della fumata bianca.

“Non si spartiscano i dividendi”. Parlare con loro, affiancarli, è fare un viaggio nelle viscere del corpo molle di un capitalismo deregolamentato in cui, a pagare, sono poi sempre gli stessi. In particolare, ai dipendenti sanseveresi toccherà sanare 700 mila euro di buco prodotto dal managment italiano della multinazionale della lamiera. Un cratere tutto sommato neppure così grande. Che, però, ha comportato scelte drastiche. La Hydro, studiate le carte, ha deciso di fermare la produzione in uno dei quattro stabilimenti in suolo italiano. Resteranno aperti Ornago, Atessa e Aielli. Chiuderà San Severo. Nei piani, la probabile esternalizzazione del servizio di ossidatura. Che, verosimilmente, sarà destinato ad un’impresa diversa. La discussione potrebbe anche riprendere da qui. Nell’incontro di oggi non sono emersi interessamenti da parte di altre ditte. Ma, ci dovessero essere, chiaro che i sindacati chiederanno l’assorbimento dello zoccolo attualmente impiegato. “Non saremo noi a pagare i loro sbagli” fanno coro i lavoratori. E, anzi, per bocca di Ladaga stuzzicano la finanza: “Se realmente sono interessati a noi e ci reputano importanti come dicono, obblighino i loro azionisti a non spartirsi i dividendi. Così mostrerebbero in concreto che non si tratta di slogan e noi gli crederemmo”.

p.ferrante@statoquotidiano.it
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Hydro San Severo, confermata chiusura. Fiom: “Ma la battaglia continua” ultima modifica: 2011-11-22T16:50:59+00:00 da Piero Ferrante



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Commenti


  • avv. Eugenio Gargiulo

    Da: Avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    Se il Comune è inadempiente alle sentenze di condanna , sono cumulabili gli strumenti giuridici del “commissario ad acta” e dell’ “astreinte”.

    Cattive notizie per quei Comuni che, perennemente “in bolletta”- come nel caso della città di Foggia-, non rispettino le sentenze di condanna emesse dai Giudici di Pace o di Tribunale nei loro confronti. Fino a pochi anni fa ,difatti, era davvero arduo , per un qualsiasi avvocato italiano, poter “porre in esecuzione” quelle sentenze favorevoli ,“ottenute” a scapito di un Ente Pubblico, che si “trincerava” , di contro, dietro le insuperabili giustificazioni del “bilancio in rosso”!

    Oggi, invece, finalmente, il legale che ingiunga all’Ente – sia esso Comune o Provincia – di “ottemperare” alla sentenza di condanna , emessa da un qualsiasi magistrato della Repubblica Italiana – può utilmente chiedere, in via contestuale, sia la nomina di un “commissario ad acta”, che provveda all’esecuzione del provvedimento giudiziale al posto dell’amministrazione inadempiente, sia la condanna alla cosiddetta “astreinte” alla francese, vale a dire al pagamento di una somma di denaro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione del “giudicato”!

    L’astreinte – spiega l’avv. Eugenio Gargiulo – è una vera e propria forma di coercizione indiretta, mutuata dall’ordinamento francese, nonchè introdotta nel processo amministrativo italiano dal nuovo codice (ex D.Lgs 104/10) sul modello della riforma del processo civile di cui alla legge 69/2009.

    I due rimedi di legge del commissario ad acta e dell’ astreinte, a disposizione ora degli avvocati – evidenzia sempre il legale foggiano Eugenio Gargiulo – , sono giuridicamente compatibili, anche se il TAR Campania, con una recente sentenza emessa dalla quarta sezione, ha escluso, tuttavia, che si possa condannare, in base all’istituto di provenienza transalpina dell’astreinte, quella Amministrazione Pubblica che risulti inadempiente rispetto solamente a un’obbligazione pecuniaria.

    L’Ente Pubblico, condannato in forza di una sentenza o di un provvedimento giuridico come un decreto ingiuntivo esecutivo,ha l’obbligo,entro sessanta giorni di tempo dalla notifica o dalla comunicazione della sentenza relativa al giudizio amministrativo di ottemperanza, di dare esecuzione alla sentenza che lo condanna e , quindi , nel concreto, di provvedere al pagamento delle somme di denaro fissate nel provvedimento giudiziale, oltre agli interessi legali fino al soddisfo, alle spese relative alla pubblicazione, all’esame e alla notifica del pronuncia giurisprudenziale e a quelle relative ad atti accessori (di registrazione, di esame, di copia e di notificazione; spese e diritti di procuratore relativi all’atto di diffida).

    Cosa accade se l’amministrazione pubblica, che abbia già ignorato la sentenza ordinaria di condanna , decida di non eseguire anche quella amministrativa relativa al “giudizio di ottemperanza”? In quel caso – spiega l’avv. Eugenio Gargiulo – interverrà, al fine di pagare le somme a cui è stato condannato l’Ente Pubblico, la sezione regionale di competenza “controllo atti della Corte dei conti”, modificando, se necessario, il bilancio del Comune o della Provincia inadempiente. L’Ente Pubblico “surrogato” , solo per tale ragione, dovrà versare in aggiunta, successivamente, alla “magistratura contabile” mille euro per aver reso necessaria la “surroga” con lo svolgimento della funzione commissariale!

    La domanda di nominare un “commissario ad acta”, da un verso, e la richiesta di condanna all’astreinte, dall’altro, sono cumulabili – conclude l’avv. Eugenio Gargiulo – perché obbediscono a logiche diverse: l’una consistente nell’indicazione di un soggetto diverso, tenuto a “provvedere” al posto dell’amministrazione inadempiente, l’altra identificabile in uno strumento giuridico, definito dalla stessa dottrina come “compulsorio”, in quanto esercitante una pressione sull’Ente Pubblico inottemperante, che risulta di solito molto efficace in presenza di obblighi di “facere” infungibili.

    Nell’ipotesi di obbligazioni di denaro, di fronte alla prudenza della legge, per i giudici amministrativi non sembra, tuttavia, equo, allo stato, condannare l’Amministrazione Pubblica, inadempiente alla sentenza di condanna, al pagamento di ulteriori somme di denaro, laddove l’obbligo giudiziale non onorato si risolva esso stesso nell’adempimento di un’obbligazione pecuniaria.

    In tutti gli altri casi, invece, la recentissima riforma del processo civile, operata con L. 18 giugno 2009, n° 69, ha introdotto per la prima volta nell’ordinamento italiano un meccanismo simile alle “astreintes” alla francese, ovvero la cosiddetta coercizione indiretta, prevista all’art. 614bis c.p.c, il quale demanda al Giudice la facoltà di fissare una somma di denaro dovuta dall’obbligato( anche nel caso di Ente Pubblico inadempiente) per ogni sua violazione, successiva inosservanza o ritardo nell’esecuzione di un obbligo di fare infungibile o di non fare!
    Foggia, 22 novembre 2011 avv. Eugenio Gargiulo

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