Cinema

TOHff 2012 – Uno sguardo dall’ultima fila


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TOHff - locandina ufficiale 2012

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere suggerito, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione

Torino – 2012, dodicesima edizione per il Torino Horror Film Fest, rassegna di genere tra le più note in Italia, che quest’anno allarga gli obiettivi e si spalma su ben sei serate (nottate) dal 12 al 17 novembre. 21 le sceneggiature in concorso, 9 i lungometraggi, 23 i cortometraggi, con partecipazioni non solo italiane, segno di una meritata attenzione oltre i confini della Penisola.
Frutto della cooperazione di soli dieci appassionati, esclusi da qualsiasi contributo regionale o statale, auto-prodotti e finanziati unicamente dai ricavi degli ingressi, il TOHff si eleva a manifestazione libera e indipendente dove si respira un genuino desiderio di collaborazione collettiva, pubblico incluso, teso a una sola comune passione. L’artigianalità di molte opere, oltre alla partecipazione di sottogeneri messi ai margini dalla stessa distribuzione horror dei circuiti standard, sottolinea la coltura e cultura che pervadono la rassegna, una sorta di laboratorio in cui c’è chi azzarda, inventa e c’è chi scopre e sogna, un luogo dove sembra esserci ancora spazio per un dialogo tra le parti, un’intimità tra autori e pubblico. Intimità favorita anche dall’allestimento: una piccola sala da cineclub messa a disposizione dal BLaH BLAh, ricoperta da poster e locandine dei lungometraggi in gara, fornita di comode poltroncine mobili e un palchetto per assecondare interviste o letture.

Diverse le opere interessanti in concorso – non si fa riferimento alle sceneggiature, per le quali manca visibilità -, altrettante quelle forse troppo ingenue per traccia ancor prima che per fattura, un’altalena tra sorprendenti lavori che nascondono già gli evidenti connotati di autori sofisticati e opere meno brillanti, le quali, tuttavia, sottolineano i tratti positivi di un festival davvero aperto a tutti.

El monstro del mar - locandina

LUNEDI 12 – Prima serata e si viene subito spiazzati da due incantevoli lungometraggi.
Il primo, El monstro del Mar (AUS 2010 – 76′) di Stuart Simpson, celebra il cinema horror pulp con un’insolita storia tutta al femminile: tre feroci criminali sexy (ma non troppo) vengono coinvolte dalle ire di una altrettanto crudele creatura marina. Sulla linea di Dal tramonto all’alba per genere e struttura narrativa (il cambio registro dopo un terzo del film), El monstro del Mar è pulp a tutto tondo e non solo nell’omaggio, come per l’opera rodrigueziana, e intenerisce nei modi di una sana pellicola da drive-in dei vecchi tempi, con tanto di stop motion e fantasia splatter. Gli resta qualche limite del B-movie, come le interpretazioni, ma la rievocazione nostalgica è centrata in pieno. Tra i migliori lavori dell’intero festival.
Il secondo lungometraggio, Hidden in the Woods (CIL 2011 – 100′) di Patricio Valladares, è un pugno nello stomaco ben assestato, spietato e cattivo come poche volte visto sugli schermi negli ultimi tempi. Su pellicola la storia di un uomo e dei suoi tre figli, due ragazze e un freak frutto incestuoso da una delle sorelle. Violenze, atrocità e finanche cannibalismo decorano un film che è tutt’altro che mero e gratuito teatro grandguignolesco. Intervistato in sala prima della proiezione, lo sceneggiatore, Andrea Cavaletto, piemontese, dichiara di aver voluto foggiare un classico prodotto di exploitation, seguendo i canoni del genere, in primis la provocazione, tenendosi allo stesso tempo lontano dal semplice omaggio “ad alto budget” nella moda tarantiniana, che tradisce lo spirito e la filosofia del filone stesso. Se ne constatano con piacere i grandi risultati, ma si dissente, per i medesimi motivi, dal ritenere Hidden in the Woods ascrivibile al 100% a molto cinema exploitation, il quale, accanto a miseri budget, accostava anche misere abilità registiche – deficit che, fortunatamente, nel lavoro di Valladares manca.
A spezzare tra i due lungometraggi, tre corti tra i quali brilla Vadim (AT 2012 – 15′) di Peter Hengl, sfortunatamente non dotato di sottotitoli. Inquietante e macabro, questo manufatto austriaco possiede una patina fotografica che si integra particolarmente bene con il soggetto a base spiritica. Il finale agghiacciante che prosegue sui titoli di coda è segnale inequivocabile di una mano intelligente dietro la telecamera e lascia tristi solo per non averlo potuto gustare appieno per ragioni linguistiche.

Zero Killed - locandina

MARTEDI 13 – Seconda serata all’insegna dell’introspezione e si comincia con Gut (USA 2012 – 90′) di Elias, pellicola che sceglie la chiave ansiogena e del sottile disagio psicologico narrando l’insolito rapporto d’amicizia tra due colleghi di lavoro. La relazione acquista un’inquietante piega di fronte a crudeli filmati recuperati in rete.
Per mezzi tecnici, di fattura superiore a un consueto lungometraggio amatoriale, Gut tenta una strada difficile e ci riesce a metà, richiedendo l’alto obiettivo un’abilità di ricamo delle dinamiche psicologiche di rara frequenza. Non mancano momenti affascinanti, ma si vede troppo spesso la costruzione dietro le quinte e la programmaticità.
Intervallo con tre cortometraggi in gara prima dell’ultimo film e si viene piacevolmente rapiti da Apartment 15 (ITA 2012 – 16′) di Mattia Puleo, una mistery story ambientata in un appartamento da affittare: un gruppo di colleghi entra per visionarlo, ma non riesce più ad uscirvi. La chiave del mistero e una sequenza finale geniale per contenuto e travolgente per ripresa riescono a far soprassedere su debolezze recitative e banalità di sceneggiatura della prima parte. Per gli amanti di Twilight Zone.
Chiusura di serata con Zero Killed (GER 2011 – 81′) di Michal Kosakowski, insolito documentario tedesco in cui il regista lascia parlare alcuni intervistati delle loro fantasie omicide o suicide a patto di farsi, poi, riprendere nel ruolo di vittima o carnefice in una simulazione cinematografica. Intrigante e macabra, la pellicola di Kosakowski trascina per le interviste più che per le brevi sequenze di finzione, complice il tema morboso e la vicinanza ad esso, più o meno consapevole, di ognuno di noi. Centrata l’overdose, qualche taglio e ricamo avrebbe giovato all’intero lavoro.

Beyond the grave - locandina

MERCOLEDI 14 – La terza puntata del TOHff prende avvio con La casa nel vento dei morti (ITA 2012 – 86′) di Francesco Campanini, noir criminale con digressioni da soft torture porn. Curate riprese, una nostalgica scenografia nostrana, la fotografia naturalistica e finanche una coraggiosa colonna sonora fanno da contraltare (molto) positivo a una deludente recitazione con non poche cadute nel ridicolo involontario, oltre a una sceneggiatura irritante per un finale non all’altezza del carico generato. Ricetta: assoldare attori di mestiere, cambiare la messa in scena e ripartire alla grande.
La pausa con altri tre cortometraggi in gara non risolleva la serata e non si lascia segnalare per nulla di memorabile, neanche Dentro lo specchio (ITA 2011 – 10′) di Luca Caserta, che conta, tuttavia, una presentazione al Festival di Cannes 2011 e la selezione per il David di Donatello dello stesso anno.
Si chiude in nottata con Beyond the grave (BRA 2011 – 89′) di Davi de Oliveira, delirante e mistico prodotto exploitation ambientato in un futuro post-apocalittico. Nonostante gli omaggi surreali al cinema di Jodorowsky e a quello pulp, la pellicola sfianca troppe volte per sceneggiatura e se ne esce provati come dopo una sbronza. Solo per appassionati? Forse.

P.O.E. - locandina

GIOVEDI 15 – La quarta serata cambia scaletta e prende vita da quattro dei cortometraggi in gara.
Segnalazione d’obbligo per il gioiellino Le blanc c’est le meilleur (FR 2010 – 5′) di Greg Ruggeri, commedia horror in perfetto stile Landis con dialoghi frizzanti e un finale macabro perfetto.
Menzione immancabile anche per lo sfortunato The caller (GRE 2009 – 15′) di Bill Kalamakis, proiettato senza supporto di sottotitolazione per un problema tecnico, dalla tensione (presumibilmente) costruita audacemente proprio sui dialoghi. Regia e interpretazioni (corporee) lasciavano ipotizzare sui titoli di coda la perduta occasione di gustare forse uno dei corti più interessanti della rassegna.
Fine serata con P.O.E. – Project of Evil (ITA 2012 – 90′) di autori vari, progetto collettivo ad episodi che tenta la creazione di qualcosa di nuovo semplicemente ispirato, suggestionato dalle geniali idee di Poe. L’eterogeneità degli episodi risulta evidente non solo per stili ma per fattura, alternando storie dalla messa in scena immatura ad altre che sembrano addirittura annunciare cavalli vincenti e future promesse.


Inbred - locandina

VENERDI 16 – La penultima serata prende anima con Inbred (GB 2011 – 90′) di Alex Chandon, già ospite di diversi festival, a cavallo tra il genere villain e il torture porn con l’aggiunta di evidenti dosi di ironia. Su una linea cara all’Eli Roth di Cabin Fever, Chandon gioca coi cliché del filone senza rinunciare alla componente gore. Nota di grande merito proprio per gli effetti speciali, che si permettono di lasciare sotto l’occhio efferatezze solitamente mascherate senza tuttavia abusare di inquadrature di dettaglio. Ultimo quarto convincente, ma il resto lascia molti dubbi su una sceneggiatura un po’ diluita, già vista e poco efficace.
Si chiude la serata con sei cortometraggi, tra i quali, pur con alcune pecche recitative, si fa ricordare La tanatoesteta (ITA 2012 – 26′) di Giovanni Giacobelli e Stefano Ricco, che nasconde tra le pieghe sapienti soluzioni di tensione e paura, e che decide persino di giocare di provocazione – ma con autoironia – col pubblico cinefilo osando una clonazione della famosa sequenza della doccia di Psycho.
Briciole di autorevolezza anche per Tears (ITA 2012 – 6′) di Matteo Macaluso e Tanith (ITA 2012 – 15′) di Germano Boldorini, imperfetti (soprattutto il secondo) ma suggestivi.

Versipellis - locandina

SABATO 17 – Serata finale il 17 novembre con Dracula 0.9 (SP 2012 – 81′) di Emilio Schargorodsky alle 19:45, reinterpretazione del mito di Stoker. Camminando su un terreno minato, il regista spagnolo compie, invece, un miracolo e firma un’opera personale, cinefila, evocativa e romanticamente nera, evidenziandosi come una delle migliori pellicole artigianali tout-court dell’intero festival – Gut e Inbred hanno un taglio tecnico che lascia sospettare un budget ben più importante.
A seguire ancora tre cortometraggi, di cui due pregevoli gioiellini. The path – No way out (ITA 2012 – 10′) di Marco Lamanna paga dazio solo per un soggetto prevedibile e annunciato, ma ha dalla sua una splendida fotografia assolata e un ottimo senso dei tempi. Lamanna è chiaramente autore già maturo. Subito dopo, Versipellis (ITA 2012 – 23′) di Donatello Della Pepa rincara e sfonda lo schermo, su un tema di difficile gestione (la licantropia) e a rischio di derive scontate. Vince su tutti i fronti e spiazza con un’effettistica inaspettata, che completa un’opera alla quale si riesce a rimproverare davvero poco.

PREMIAZIONE – All’ombra del blasonato Festival di Roma e dell’imminente Festival di Torino, il Torino Horror Film Fest chiude le proiezioni e dichiara i vincitori attorno alla mezzanotte tra il 17 e il 18 novembre, consegnando ai trionfatori il simpaticissimo trofeo-mannaia.

Primo premio per la miglior sceneggiatura a La furia di Giorgio Pirazzini, “per originalità di trama e capacità di tenere alta la tensione”. Menzione speciale a Oltre il confine di Riccardo Degni e due Citazioni per Rooms di Nicola Lucchi e Turno di notte di Giampaolo Cufino.
In giuria: Pasquale Ruju e Fabrizio Borgio.

Per la sezione cortometraggi, il primo premio va a Versipellis di Donatello Della Pepa, “per il riuscito obiettivo di riassumere gli stilemi di certo cinema e la depravazione di cui è permeato il lavoro”. Menzione speciale a Tanith di Germano Boldorini, “per il senso di inquietudine, spesso assente in molti prodotti e che non dovrebbe mai essere dimenticato in un genere come l’horror”.
In giuria: Fabrizio Modonese Palumbo, Giuseppe Savoca e Alberto Viavattene.

Sezione lungometraggi e il primo premio va a Inbred di Alex Chandon, “per gli elementi disturbati e disturbanti alla Lynch e i guizzi di follia”. Menzione speciale, invece, a Hidden in the woods di Patricio Valladares, “per i temi coraggiosi, provocatori e una regia serrata, oltre che per la potenziale trasversalità di pubblico che potrebbe raccogliere”.
In giuria: Claudio Bronzo e Paolo Di Orazio.

Tra i premi speciali del festival, il premio Anna Mondelli all’opera che maggiormente lascia intravedere crescita e speranza su un progetto innovativo, e destinatario di quest’anno è P.O.E. – Project of Evil di Aa. Vv. Infine il premio Antonio Margheriti, dedicato al noto regista italiano di genere, che viene assegnato al lavoro dai connotati artigianali più marcati, e che per il 2012 va a Masks di Andreas Marschall, proiettato fuori concorso.

Tulpa - locandina

EVENTI – Non solo proiezioni al Torino Horror Film Fest e, tra gli “extra” più interessanti, l’incontro con Federico Zampaglione dei Tiromancino, entrato in silenzio nel mondo del cinema dietro la telecamera con Nero bifamiliare nel 2007 e, nel regno del terrore, con Shadow (scheda) nel 2009. Ospite speciale della rassegna, ha presentato la sua prossima pellicola, Tulpa, della quale, in mancanza del trailer promesso (non ancora completato il giorno dell’incontro), ha regalato al pubblico in anteprima i primi sei minuti. Le aspettative sono alte per un film che lascia alle spalle il genere villain/torture porn di Shadow e si addentra nel terreno preferito dal regista, il giallo. Il profumo è quello dei primissimi lavori di Argento, e agli appassionati di efferati omicidi il regista garantisce esserci pane per denti con ben 40 minuti di assassinii. Non mancheranno anche forti componenti erotiche essendo Tulpa ambientato nel mondo underground dei privé. Tra gli attori, Claudia Gerini e Michele Placido. Probabile uscita: tarda primavera, inizio estate 2013.

Segnalazione per la mostra video di Donato Sansone “Milkyeyes”, proiettata nella serata finale del festival, stupefacente e travolgente come una fantastica e surreale montagna russa, a tratti finanche “imbarazzante” per una qualità quasi inopportuna in un contesto di amatorialità da prime armi.

Affetto ma non solo, invece, per la puntata zero di Road to Horror, magazine prodotto dal TOHff improntato alla discussione cinefila sul cinema horror a tutto tondo attraverso brevi clip di pellicole più e meno importanti. Ad accompagnarle le voci narranti in e fuori campo di presentatori in “contesti insoliti” (inseguiti da zombie, torturati). Protagonisti: parte della troupe della stessa rassegna torinese.
Amatorialità che parla non solo di amatorialità, genuina e sincera, piena di buoni propositi e che riesce a farsi perdonare quasi tutto. Quasi.

Piena solidarietà, infine, per il regista Raffaele Picchio, intervenuto in sala per portare testimonianza della recente censura distributiva del suo film Morituris, presente alla scorsa edizione del Torino Horror Film Fest. Delusione, soprattutto, per l’avvenuta presa d’atto della mancata archiviazione della pratica censoria dopo il film Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, che si riteneva, come tanti, essere stato punto di svolta ormai definitivo.

fonte: strategieevolutive.wordpress.com

CRITICHE – A margine del sentimento di entusiasmo e apprezzamento per una deliziosa manifestazione, ci sono i film e i premi ma anche le critiche. Non quelle che colpiscono inutilmente là dove budget più importanti consentirebbero organizzazioni altrettanto più efficienti – non siamo neanche sicuri di desiderarle -, ma quelle che prendono forma da mancanze di attenzioni a costo zero e francamente poco perdonabili.

Le proiezioni, innanzitutto, tutte affette da frequenti scattosità nella riproduzione, evitabili, se non con delle sessioni di prova pre-festival, con la banale presenza di un membro dello staff in sala. Nonostante l’atmosfera da drive-in anni 80, siamo spiacenti, ma non si riesce ad equipararle alle spuntinature di pellicola e tutti quei difetti diventati di maniera nella rievocazione del cinema pulp. Proprio no.

Ci si rammarica, inoltre, per l’assenza di sottotitoli in tre dei lungometraggi in gara, Vadim, Hawk e The caller, peraltro di discreta fattura. Pur essendo venuti a conoscenza, durante la serata finale, dell’opera di altruismo dei produttori dei testi di traduzione e assumendo, per garantismo, che per i primi due corti sia mancato l’ultimo afflato di energia linguistica, non si riesce a soprassedere sul caso di The caller, del quale si è certi fossero disponibili i sottotitoli in inglese. Il regista, in sala, accortosi dell’intoppo a inizio proiezione, segnalava prontamente il problema, senza che, però, questo fermasse lo spettacolo. Dopo i titoli di coda (a spoiler avvenuto), Bill Kalamakis si scusava e rassicurava il pubblico su una replica il giorno successivo; effettivamente inserito in scaletta e annunciato dal presentatore il venerdì, The caller non sarebbe stato più proiettato. E senza che lo staff se ne accorgesse.

Inhumane Resources - locandina

Assenza misteriosa, infine, all’ultima serata, di Inhumane Resources (ITA 2012 – 21′) di Michele Pastrello, scomparso nel nulla, senza alcuna ragione, disponibile, per i curiosi, sul sito ufficiale.
Errore o cambio programma?
Nel secondo caso, nessuna giustificazione è stata fornita.
Nel primo, ancora una volta, sarebbe bastato poco: solo un uomo del team in sala, a controllo anche saltuario tra una birra e l’altra.

L’ultimo guizzo di fastidio è per Masks, inserito in palinsesto in sovrapposizione con P.O.E. e proiettato al cinema Romano. Davvero così difficile guadagnare in scaletta un buco di un’ora e permettere agli indefessi di gustare anche il lavoro di Andreas Marschall?
Assumiamo di sì, per il solito garantismo, ma non ne troviamo ancora conforto.

TIRIAMO LE SOMME – L’aria che si respira al TOHff è un’aria d’altri tempi, probabilmente rara in Italia.
E’ nel fascino di sedersi davanti a uno schermo ed essere in venti con un cocktail in mano.
E’ nell’attesa sui titoli di testa per la visione di un film imprevedibile, un cult o forse una boiata, ma sicuramente un lavoro che parla a noi in sala e non al pubblico di Mediaset.
E’ nell’assistere alle proiezioni accanto agli autori dei lavori in gara e sentirli poi parlare con le difficoltà di uomini non speciali.
E’ nel partecipare al gioco per il gioco, fuori da propositi commerciali di fronte ai quali si parte spesso arresi, su un terreno così più sereno, di sfida genuina, dove una mannaia incastrata in un pezzo di legno suscita più emozione di un sacco d’oro.
Un’arena intima, in due sole parole, per chi vuol sforzarsi di capire chi cerca di parlare e di parlare a chi finalmente ha intenzione di ascoltare, senza molto altro che il puro intrattenimento e lo stupore infantile di fronte a prestigiatori alle prime armi.

Di questa “carboneria culturale” non si può che essere entusiasti.
Così tanto da augurarle persino di non uscire mai dal circuito underground per diventare un fenomeno di massa.

TOHff 2012 – Uno sguardo dall’ultima fila ultima modifica: 2012-11-22T22:54:52+00:00 da Alessandro Cellamare



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