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I medici dell'Unità di Nefrologia e quelli di Ginecologia e Ostetricia hanno accettato la sfida con entusiasmo e spirito di collaborazione, seguendo giorno per giorno la donna e lo sviluppo del suo bambino

Il coraggio di Sara, madre con insufficienza renale

Un recente studio italiano, pubblicato da Giorgina Piccoli su Nephrology Dialysis Transplantation, ha valutato l’incidenza di bambini nati in donne dializzate nei centri italiani dal 2000 al 2012

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Sara, una donna in dialisi da cinque anni presso l’Ospedale Generale Regionale “F. Miulli”, ha dato alla luce una splendida bambina di nome Giorgia. La bambina, nata con taglio cesareo a 35 settimane di gestazione, era in buone condizioni generali e aveva un peso alla nascita di 2.440 grammi. Pur consapevole fin dal primo momento dei rischi, Sara ha deciso assieme al marito di portare avanti la gravidanza: una rivincita della vita sulla malattia renale cronica. I medici dell’Unità di Nefrologia e quelli di Ginecologia e Ostetricia hanno accettato la sfida con entusiasmo e spirito di collaborazione, seguendo giorno per giorno la donna e lo sviluppo del suo bambino. I controlli clinici e gli esami di laboratorio sono stati intensificati: la dialisi è passata da 4 ore per 3 volte alla settimana a una dialisi quotidiana, dal lunedì al sabato, con aumento progressivo del tempo ti trattamento che ha raggiunto le 34 ore per settimana. L’alimentazione è stata modificata in rapporto alle esigenze metaboliche, il peso corporeo progressivamente aumentato e la terapia farmacologica accuratamente scelta in funzione del rischio di malformazioni. Sara, con spirito di sacrificio e grande coraggio, per arrivare in dialisi ha dovuto percorrere due volte al giorno la strada che da casa porta dall’Ospedale: circa 40 km percorsi in ogni condizione di tempo metereologico, persino sotto la neve. Solo nell’ultimo periodo, quando il monitoraggio del feto si è intensificato, ha deciso di ricoverarsi.

Questa meravigliosa storia è il risultato di un lavoro svolto con grande professionalità e dedizione da tutto il personale del Miulli. Un lavoro multidisciplinare e multiprofessionale, che ha visto il coinvolgimento di nefrologi, ginecologi, anestesisti, neonatologi, ostetriche puericultrici e infermieri. Tutti insieme, con il loro lavoro, hanno contribuito ad un evento eccezionale: realizzare il sogno di avere un figlio per una donna in dialisi.

Per molte donne avere un figlio è naturale, per altre è una sfida. Nelle donne con malattia renale cronica in dialisi la gravidanza è un evento raro, a volte considerato come un miracolo e altre volte come una follia, poiché comporta un elevato rischio di complicanze per la mamma e per il bambino. L’incidenza del concepimento in donne tra i 20 e i 45 anni, in trattamento dialitico, è passata dal 2% negli anni ’90 al 7% in casistiche più recenti. Tuttavia, in meno del 50% dei casi si ha un esito favorevole con la sopravvivenza del bambino. Il primo caso di gravidanza a termine con nascita di feto vivo e vitale è stato descritto proprio in Italia dal Prof. Pietro Confortini nel 1971 a Verona. II problema è stato a lungo trascurato, e solo di recente, grazie a crescente numero di segnalazioni, la comunità scientifica ha mostrato un rinnovato interesse sull’argomento. Studi condotti negli Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda hanno dimostrato che avere un figlio in pazienti dializzate non è impossibile, anche se le donne devono essere ben informate sui rischi.

Un recente studio italiano, pubblicato da Giorgina Piccoli su Nephrology Dialysis Transplantation, ha valutato l’incidenza di bambini nati in donne dializzate nei centri italiani dal 2000 al 2012. Nel periodo esaminato sono nati 24 bambini, di cui il 33,3% prima di 34 settimane, e avevano un peso medio alla nascita di 1200 grammi. L’incidenza di nati vivi è pari a 0,7-1,1 per 1000 donne emodializzate, mentre è di 72,5 per 1000 donne nella popolazione generale.



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