Cinema

Splatter nipponico – Due casi

Di:

The Machine Girl & Tokyo Gore Police (copyright: ugo.com)

Nota propedeutica alla lettura: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere proposto, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento possa incidere su una sua corretta fruizione.

Titoli: The Machine Girl (Kataude mashin gāru) & Tokyo Gore Police (Tōkyō zankoku keisatsu)
Nazione: Giappone
Genere: horror splatter

RELEGATI ad un’isola preclusa dalla distribuzione cinematografica italiana, esistono, prima ancora che film di nicchia, veri e propri fenomeni culturali, distanti dal comune fruire in quanto rappresentanti di mondi altri, delle loro ossessioni, paure, fantasie e, in una sola parola, emozioni.
Un incremento della diffusione del sapere, da alcuni decenni possibile grazie ai mezzi multimediali e al commercio internazionale, permette ormai a chiunque di poter colmare lacune una volta impensabili da appianare, e di navigare, a patto di averne desiderio, in territori alieni e, con un po’ di sforzo, goderne punti di vista sul mondo. Tali visioni diventano, purtroppo e a volte, fenomeni di tendenza e pretesti di snobbismo, ma per chi sa coglierne spirito, pregi e limiti con limpidezza mentale divengono non solo utile e pregevole apertura verso culture differenti, ma ispirazioni artistiche per chi, alla fine, diventa intermediario tra noi e questi mondi. Saccheggiatori dichiarati come Tarantino e Scorsese cibano, per così dire, un pubblico non avvezzo tramite un linguaggio noto, proponendo modelli già da tempo consolidati altrove ma, per chi ne è estraneo, assolutamente nuovi. Si resta, dunque, di stucco e piacevolmente colpiti dalle acrobazie visive, dalle soluzioni grafiche e di montaggio, dalle fantasie a tratti deliranti di film come Kill Bill (si pensi alle sequenze fumettistiche non solo in senso stretto) o da articolazioni di trama come in Departures, ignorando le fonti ispiratrici, che, nei casi migliori (come per gli autori sopraccitati), vengono omaggiate ma rielaborate in formule originali e personali.

Tra i generi che maggiormente subiscono il filtro della distribuzione, nonostante le sostanziali libertà da censure, vi è naturalmente l’horror, che, limitatamente ad alcune forme, proposizioni e contenuti, talvolta non viene ritenuto commercialmente appetibile da un pubblico ormai tarato su modelli alla Saw.
Dall’oriente, su questa linea, proviene una delle tendenze più interessanti di cui è notoriamente ghiotto il regista di Pulp Fiction e il compagno di merende Robert Rodriguez. Si tratta dello splatter nipponico, sottogenere cinematografico di cui i giapponesi sembrano essere maestri e che saltuariamente, pubblico ignaro, contamina pellicole di ben nota fama come Kill Bill o sottovalutati lavori, in quanto per l’appunto diversamente dal solito codificati, come Planet Terror.

Si riportano qui di seguito due casi, per chi vi scrive particolarmente identificativi di tale categoria, non solo utili a comprendere le ispirazioni (interesse quasi esclusivamente culturale), ma preziosi per chi volesse decodificarne canoni e, dunque, calibrare valutazioni, a patto di aprirsi verso un mondo che, altrimenti pensato attraverso i modelli mentali occidentali, rischia di apparire sciocco o pacchiano. E’ questo, più in generale, uno dei rischi maggiormente corsi dal cinema splatter, del quale è bene sottolineare la lontananza da quello gore, pietanza ben nota al palato del pubblico nostrano. Senza cadere in accademismi, tra l’altro già in passato soggetti a ridefinizioni, si rammenta la necessaria distinzione fra le due forme d’espressione orrorifica: la prima (splatter), fondata su rappresentazioni fumettistiche, volutamente grossolane e paradossali della violenza, fino ai limiti, a volte intenzionalmente valicati, del grottesco e del comico (splatterstick) – The Evil Dead, Drag Me to Hell, Planet Terror; la seconda (gore), incentrata sulla rappresentazione realistica delle efferatezze, dove l’effetto, al contrario dello splatter, è assolutamente mascherato a favore di una credibilità raccapricciante – quasi tutta la produzione horror moderna, soprattutto occidentale.

The Machine Girl - fotogramma (copyright: wikipedia)

The Machine Girl (2008, Noboru Iguchi) è un esempio DOC, quasi un archetipo, non solo del genere cinematografico in esame, ma della specifica linea nipponica. Soggetto essenziale, trama ridotta all’osso, dialoghi spesso banali e prevedibili sono struttura portante che appare presto voluta, volontaria e non la negligenza di chi non sa fare. Storia di una vendetta, The Machine Girl vede come protagonista la giovane Ami, orfana con il fratello, che, dopo il suo omicidio, si mette a caccia dei suoi persecutori e assassini.
Infarcito di cultura manga (lolite vestite da scolarette, ragazzi in divisa collegiale, arti marziali), il film di Iguchi si arricchisce di visionarietà sin dai titoli di testa, dove è immediato apprezzare creatività grafica e fumettistica montata ad arte con azioni violente, come in una sequenza di vignette pulp. Tutti i modelli immaginifici da rivista popolare vengono riproposti come in un gioco eseguito con dovizia, e, laddove ciò appare di semplice esecuzione – come si diceva, lo scarso spessore di soggetto e sceneggiatura -, risulta palesemente più complesso e meno improvvisabile quando sviluppa la componente violenta, delirante e grottesca. La perizia tecnica degli effetti e l’equilibrio che permette a The Machine Girl di muoversi sul delicato filo separatore fra smaccato irrealismo e coinvolgimento action sono nettamente percepibili, accettate le regole del genere, e risultano di una calibrazione raramente riscontrabile, lasciando lo spettatore immedesimato godere di una fantasia di cui il nostro cinema è privo. Il suo essere contraltare di una trama esile e uno sviluppo narrativo ridotto a lume di candela è prova, proprio per contrasto, dell’intenzionalità, e tutto appare chiaro come in un grande mosaico visto dall’alto.
Scoprirete in The Machine Girl il disegno di un genere e i modelli ispiranti: armi biomeccaniche (Planet Terror), spruzzi di sangue a pressione (le mutilazioni di Kill Bill), grafica pulp e molto altro, finanche dettagli minori citati ad omaggio in opere tarantiniane (il nome del clan yakuza, Hattori Hanzo).
Assodata l’ottima adesione didattica a un genere, The Machine Girl non si eleva, tuttavia, ad opera d’arte, ma resta un gioco che si accontenta di essere tale e divertire come una giostra. In questo senso mostra i suoi limiti cinematografici, assestandosi su un compito che solo allo spettatore vergine risulta nuovo e originale, mentre rientra in una prassi consueta nella sua terra d’origine.

Tokyo Gore Police - fotogramma (copyright: wikipedia)

Ancora nel categoria splatter rientra l’iperbolico, perverso, malsano Tokyo Gore Police (2008, Yoshihiro Nishimura), il quale, sempre muovendosi in perfetta coerenza con le principali codifiche di un genere, tenta un salto ulteriore e vince, meritandosi anche un riconoscimento ufficiale come miglior film al Fant-Asia Film Festival. La trama si mantiene essenziale nella traccia base, ma si contorce in virtuosismi sul dettaglio, in un gioco farraginoso e volontario che fa il paio con i contenuti estetici estremi del film. La sinossi: in un futuro non identificato, la polizia è privata e usa metodi poco ortodossi, violenti e giustizialisti per mantenere l’ordine a Tokyo; Ruka, figlia adottiva del capo della polizia, è parte della squadra e, con essa, dà la caccia a umani mutanti detti Engineer, caratterizzati da un tumore singolare a forma di chiave.
Se in The Machine Girl le abilità grafiche e tecniche lasciano deliziati, in Tokyo Gore Police si raggiunge a tratti l’incanto con un montaggio, una creatività e una fantasia delirante portata avanti con una sicurezza autoriale spiazzante. La pellicola appare, addirittura, condotta con due stili differenti ma ben integrati: l’uno, semplice, classicamente splatter e forzatamente artigianale, ed un altro modernamente tecnico seppur mai lontano dalle regole del genere. Sono svariate le sequenze memorabili, di cui si segnala, per brevità, solo quella esemplare […]1. A condimento ulteriore dell’iperrealismo della pellicola vi è una fantasia perversa, anche sessuale, che rende l’intera pietanza morbosamente ostile ad un palato non abituato, a tratti disturbante e intollerabile.
La modernità di Tokyo Gore Police e la sua capacità di rinnovamento ne fanno uno statuto imperdibile, da gustare, però, solo dopo esser riusciti a comprendere i canoni del genere – mettendosi alla prova, ad esempio, con lo stesso The Machine Girl oppure con Meatball Machine, per citare un altro titolo – ed esser pronti a superare le proprie eventuali (e probabili) difese mentali da uno spettacolo estremo.

The Machine Girl – voto: 6.5/10
Tokio Gore Police – voto: 7.5/10

AltreVisioni

Grace, P. Solet (2009) – insolito horror “materno” ma senza brio e mal sfruttato. Guardabile * 5

In Stato d’osservazione

World Invasion: Battle Los Angeles, J. Liebesman (2011) – vedremo un buon film d’invasione aliena? * 21apr
Thor, K. Branagh (2011) – Kenneth Branagh al servizio di un fumetto? Chissà * 27apr
Machete, R. Rodriguez & E. Maniquis (2010) – in ritardo, torna il pulp di Rodriguez. Speriamo * 6mag


[…]1 dello scontro finale con uno schiavo mutilato rivestito di pelle e fornito di lame al posto degli arti

Splatter nipponico – Due casi ultima modifica: 2011-04-23T18:22:00+00:00 da Alessandro Cellamare



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