Cultura

Foggiantica, Lucia Lopriore ricorda neviere e carbonaie


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Un esempio di carbonaia

Foggia – CONTINUANO gli appuntamenti con il ‘Mercatino del sapere’ organizzato, di comune accordo, da Spi Cgil e Auser. Come ogni settimana, si discuterà di temi rigorosamente connessi con la tradizione dauna. Venerdì 25, alle ore 19, nella sede dell’Auser di Via della Repubblica (di fianco all’ingresso principale della Camera del Lavoro), il ciclo d’incontri ribattezzato ‘Foggiantica’ proporrà la riconsiderazione di “Due antichi manufatti in via d’estinzione: le neviere e le carbonaie”

Ospite della serata, Lucia Lopriore, membro ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia.

LA CARBONAIA – Ovvero, metodo artigianale della produzione del carbone, ricavato mediante strutture appositamente costruite. I primi ad adottare questa tecnica di costruzione in Italia furono i perugini, intorno agli anni compresi tra il 1917 ed il 1924. Tale tipologia di carbonaia era costituita da due grossi tronchi ai lati dei quali si disponevano altri tronchi in linea orizzontale, fino a raggiungere l’altezza dei primi in modo da creare un vuoto a forma di prisma quadrangolare detto rocchina. Poi si procedeva mettendo altra legna intorno e si disponeva lo spiazzo per affiancarvi l’altra carbonaia. Per attizzare il fuoco, si utilizzavano i mozzi costituiti da piccoli pezzi di legna che dalla bocca della carbonaia si inserivano nella rocchina. La produzione oscillava dall’impiego di 1500 q.li di legna mista ovvero carpino, faggio, acero, cerro ed elce, per ottenere 500 q.li di carbone. Per quanto attiene al territorio del Gargano, per la costruzione delle carbonaie si procedeva disponendo tre tronchi robusti della lunghezza di mt. 1,30 -1,40, in uno spiazzo formato da una piramide triangolare che costituiva la rocchina, ossia il nido ai lati del quale nella parte posteriore si collocavano tre tronchi piccoli; proseguendo nella parte anteriore ai lati del triangolo, si appoggiavano al nido altri due tronchi un po’ più alti e se ne collocavano altri intorno, sempre in linea obliqua, ed ancora due pezzi ed altra legna intorno, procedendo così fino a formare sette, otto, nove file di legna, e fino a 50 a seconda delle quantità da carbonizzare; sui grossi tronchi si inserivano quelli medi infine, i rami più grossi e quelli più piccoli. Il tronco conico che si ricavava dalla disposizione obliqua della legna su pianta circolare poteva avere un diametro di 2, 3 o 4 mt. a seconda della quantità di carbone da ottenere. I tronchi di legna disposti davanti al nido conservavano la forma triangolare e formavano la portella, si disponevano nel mezzo, in linea orizzontale, altri grossi tronchi di alberi affiancati dai minori di dimensioni e poi da altri in linea trasversale ai primi; su questa fila di pizzi che formavano la lettere se ne formavano altre di dimensioni minori e su di esse si disponevano i cavallotti ed altri attrezzi in modo circolare, al fine di dare alla carbonaia la rotondità. L’intera massa legnosa era coperta da foglie fresche o secche oppure di erba, per impedire che la terra penetrasse nei fori formati dai tronchi degli alberi. Sui fasci e sulle foglie secche si deponeva la terra: due palmi di sperone sui fasci e quattro palmi sulla testa. Una volta formata la carbonaia al centro del nido, si inseriva una grossa quantità di legna secca e si attizzava il fuoco, alimentandolo con cura per 3 o 4 volte al giorno. Dall’apertura della portella al fuoco centrale si ponevano i tronchi di albero, che erano sollevati da due carbonai e venivano passati sotto le gambe degli stessi ogni qualvolta questi assumevano la posizione inginocchata o carponi, dovendo entrare nella portella per alimentare il fuoco e verificare se fosse ben alimentato.

Trascorsi 4 o 5 giorni i carbonai, accertatisi che la produzione di carbonella era soddisfacente, a seconda della quantità di legna da carbonizzare, dopo essersi garantiti l’ottima combustione, inserivano questi pizzi nella portella e la coprivano di foglie e di terra aprendo al di sopra della carbonaia gli sfiatatoi per favorire l’entrata dell’aria e l’uscita del fumo. Dopo 13 o 14 giorni di cottura si sfornava la carbonella e si faceva raffreddare; fatto ciò, si procedeva alla conservazione nei sacchi ed al trasporto nei luoghi in cui essa era richiesta. Grossomodo la tipologia delle carbonaie era identica dappertutto, certo è che questa importante attività era legata al taglio dei boschi e, certamente, il carbone è stato un combustibile con cui per secoli è stato possibile trasformare i minerali ferrosi in ferro di alta qualità. Per quanto attiene alle zone del Gargano e non solo, i carbonai hanno continuato a carbonizzare la legna secondo i metodi tradizionali e, con qualche accorgimento, hanno migliorato la tecnica di produzione lasciando però quasi inalterato il sistema.

Redazione Stato

Foggiantica, Lucia Lopriore ricorda neviere e carbonaie ultima modifica: 2011-11-23T10:57:00+00:00 da Redazione



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