Cultura

I dauni settentrionali (VIII ) – Ze’ Peppe da Pantalon


Di:

Treviso Fontana Tette (ST)

Meolo – “… vaga donna marmorea sovra conca marina con ambe mani stava spremendosi le turgide poppe, e due vivi zampilli d’acqua cristallina, mercé industre congegno di ruote, tolta al vicino Cagnano 1, offriano abbondante liquore alle case e bot¬teghe circostanti.” Da Ponte Pretore (il podestà Leonardo Da Ponte NdA), in seguito a straordinaria siccità, la costruiva nel 1559, e da quel tempo fino alla caduta della Veneta Repubblica, ogni anno per tre giorni di seguito, a festeggiare l’ingresso del nuovo Podestà, quella fontana gettava dall’una poppa pretto vin bianco, e nero dall’altra, a sollazzo del popolo esultante. (MS)

Così scriveva Matteo Sernagiotto, medico e storico trevigiano, scomparso nel 1888, e la fontana delle tette, se non è diventata logo ufficiale di Treviso, lo è di fatto nel suo aspetto popolar-godereccio, quasi un marmoreo carro allegorico innalzato in permanenza. Forse, per farne una comparazione, a Manfredonia andrebbe simpaticamente bene come sua omologa, la fontana del caparrone, posta all’inizio del lungomare per Siponto.

Il sipontino a Treviso, ma in ogni caso è un fatto di tempo o di propensione all’adattamento, non riesce nell’immediato ad intravederne tutta l’allegrezza rinomata nel cinema, nella televisione, nelle letterature. Nel periodo di Carnevale, ad esempio, i giovedì e le domeniche, osserva perplesso un’affluenza di genitori che, seri e impeccabili come svolgere un’incombenza lavorativa, accompagnano i loro piccoli in costume, tra i piccioni di Piazza dei Signori. Non impatta, insomma, per il centro storico, con la coreografia di vivaci bande musicali, spettacolose scolaresche, ondeggianti majorette e giovani urlanti e burleschi, spesso questi fin troppo. Bisogna attendere l’ultima domenica o il martedì grasso per assistere ad un’euforia collettiva lungo il viale dove sfilano i carri, comunque moderata.

Sfilate, tuttavia, parecchio ridimensionate dalla recessione globale e della quale perfino le sagre, patronali e d’altro, risentono vistosamente, le ultime ad arrendersi, viste le cadute dei patrocini istituzionali. La partecipazione curiosa e straniata delle famigliole extracomunitarie, ormai domestiche figure nel paesaggio, concorre in verità allo storico clima di moderazione.

Poi, piano piano, quando entra nella cerchia degli amici veneti, ecco che s’accorge del sottobosco degli spassi e delle voluttà, il cui accesso è guadagnato tramite i trattenimenti di carnevale, dove più facilmente incontra compagnia, un contatto sicuramente non laborioso in circostanze e luoghi diversi, ma questa volta favorito dall’atmosfera più avvincente rispetto alla notte di capodanno o a quelle estive jesolane, alle balere del sabato sera.

Compagni e partner, tuttavia, che, incrociandosi durante la quotidianità, si degnano appena d’un saluto, presi come sono dagli irrinunciabili impegni di lavoro. Un costume, questo, di comportamento abituale, tale da far credere erroneamente che i veneti non si trattano nemmeno tra famigliari. In verità, al bisogno, amici e parenti si mobilitano straordinariamente, primi i friulani nel triveneto; il terremoto in Carnia aveva mobilitato finanche parenti giunti dall’estero e le recenti alluvioni lo hanno riconfermato. La peculiarità carnevalesca è simile in tutti i centri dell’entroterra, in essenza ancora ristretta; addirittura, nei piccoli centri, le manifestazioni spontanee di piazza appaiono inesistenti, per riaffiorare timidamente gli ultimi giorni, se non l’ultimo.

Venezia è un’altra cosa, anche se risente tanto di queste prerogative. Negli anni ottanta, ci fu un’intesa carnascialesca con Napoli. Un’iniziativa che vide per ponti, calli e fondamenta, frotte di napoletani con abiti tradizionali e in testa l’inossidabile Pulcinella. La manifestazione del Gemellaggio fece seguito ad un’altra precedente, analogamente di natura culturale ed artistica, il Carnevale della Ragione.

Carnevale, carro Ze Peppe (image A.Del Vecchio)

Qualcuno, ebbe già da ridire che il gemellaggio con i guaglioni aveva importato solo sporcizia nelle calli, viste le bottigliette, bicchieri, piatti e fazzolettini accantonati dappertutto; poi, quando nell’89 ci fu l’evento dell’infausta notte dei Pink Floyd, in cui si riversò un’invasione di veneti e limitrofi, lo scandalo dell’immondizia abbandonata sulle fondamenta e degli atti di vandalismo fu addebitato politicamente agli organizzatori, all’allora doge, sollevandone il tosato padoan, trevisan, visentin…

Erano tempi in cui il razzismo politico non aveva ancora guastato le relazioni sociali con i foresti; non era ancora apparso l’assessore che avrebbe ordinato ai gondolieri di intonare esclusivamente cante venexiane, senza rendersi conto dell’entità degli stranieri, che avevano da sempre prestato orecchio ed amato quelle napoletane e s’infastidivano per melodie inaudite e che non comprendevano.
Sarebbero occorsi anni ed anni di rieducazione, ma i gondolieri non se la sentivano di erigersi a pionieri, rischiando la propria imbarcazione vacante, e ripresero a sgolarsi con ’O sole mio.
Giusto questa canzone; non molti sanno che quando essa fu composta, l’autore pensava alla Puglia. In verità, ad eccezione di Ninetta monta in gondola e di qualche altra reclamizzata dai romani camuffati da veneziani Alberto Sordi e Nino Manfredi nell’originale film 2 Venezia la luna e tu di Dino Risi del ’58, di successo, il repertorio non è confrontabile con la tradizione classica napoletana. C’è ancora sempre qualcuno, però, che ogni tanto salta fuori a reclamare la censura sui canti foresti.

Una nota per i cinefili. La Regione Veneto ha pubblicato nel 2002 il censimento dei film ambientati nel territorio dal 1895. Il volume, a mo’ di dizionario, consta di 335 pagine, inclusa l’iconografia per scene e locandine. L’elenco conclusivo per zone geografiche, comprende quattordici colonne per pellicole girate a Venezia e da una a tre in altre province, per un totale di oltre ottocento registi. La Puglia non ha certamente una città di richiamo, come la Serenissima, ma lungometraggi ne sono stati girati o almeno ambientati.

Per quanto concerne la Daunia, c’erano stati, a memoria, dei primitivi ciack, una Passione di Gesù sul Gargano, La morte civile del 1942 con Carlo Ninchi e Dina Sassoli interamente a Monte Sant’Angelo, il terzo che aveva visto, virtualmente o fisicamente, un giovane Vittorio De Sica ancora a Monte Sant’Angelo in Lo sbaglio di essere vivo del 1945 con I. Miranda. Ci furono successivamente le riprese inglesi a Manfredonia, Macchia ed Amendola per Il sole scotta a Cipro, prodotto negli anni sessanta, con Dirk Bogarde (protagonista nel ’71 del celeberrimo Morte a Venezia), che dopo anni di indifferenza critica è oggi rivalutato. Più recentemente, Pupi Avati vi ha girato I Cavalieri che fecero l’impresa con Carlo delle Piane a S. Leonardo.

Per non parlare di pellicole tradotte da opere d’autori pugliesi, vedi Fedora, tratto dall’omonima opera del foggiano Umberto Giordano, che vede Amedeo Nazzari diretto da Mastrocinque nel ’42. Spero di non esserne informato, che già esiste quindi simile censimento pubblicato, perché considero di grande attenzione formativa l’analogo edito dalla Regione Puglia.

Tornando a Pantalon, nel celeberrimo Carnevale di Venezia, i dauni, i sipontini, testimoni turistici delle manifestazioni, anche qui ritrovano poco della costruzione scenica e schiamazzante di casa. Vero è che sono preparati alla mancanza dei carri allegorici, ma non s’aspettano che il meglio si svolga prioritario al chiuso – ricevimenti, teatri, tende, cinema, palazzi, casinò, sale, centri sociali… – sino a quando tutti, finalmente, si svincolano a mostrare in religioso silenzio, quasi in mimica, i loro costosissimi costumi per campielli e in S. Marco, a conclusione o negli intervalli di quel nutrito programma metropolitano che aveva avuto inaugurazione con il tradizionale volo della colombina. – Una noia – giudicò un amico giunto da Manfredonia, tra i rari che tradiscono il carnevale sipontino per il veneziano o altro di richiamo, invitato ad ascoltare i versi d’alcuni poeti veneziani diffusi per altoparlante dalla sala del Theatro in Campo S. Fantin. – Una noia – ripetè confuso, indotto a visitare l’esposizione degli stucchi di Boccanegra, ad assistere al Don Pasquale di Donizetti alla Fenice e ad ascoltare musica da camera al Toniolo – ma tutto questo… che cosa c’entra col carnevale! Ze’ Peppe mio!

(NdA – 1 Il Cagnan, il fiume trevigiano celebrato dalla Divina Commedia )

(Ze’ Peppe da Pantalon – stesura storica gennaio 2004)


ferrucciogemmellaro@yahoo.it

I dauni settentrionali (VIII ) – Ze’ Peppe da Pantalon ultima modifica: 2011-11-23T22:41:36+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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Commenti


  • manfredoniano

    In pochi sanno che anche “brogliaccio d’amore”con Enrico Maria Salerno,
    Senta Berger, Paolo Carlini,Marisa Valenti,
    Barbara Bouchet è girato nella nostra terra, dove si intravede Siponto e Vieste.

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