Cultura
A cura di Ferruccio Gemmellaro

Nel Giorno della memoria – 27 gennaio 2017


Di:

– Ma perché devono morire un numero xx di ragazzi? Non siamo mica in guerra… –
Fu la risposta di Concetta Proietti in Conti a un ufficiale che in sede di Ministero della Difesa le sottolineava l’ineluttabilità di una statistica.

La signora era la segretaria nazionale dell’ANA VAFAF, l’Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famigliari dei caduti in tempo di pace, con sede a Colleferro, presieduta da Falco Accame, contrammiraglio della riserva, onorevole in Commissione Difesa. Eppure, la storia insegna che, ieri e ancora oggi, o in guerra o in pace — frutti di coalizioni e trattati o meno – è interpretabile nel bisogno di caduti entro e fuori il suolo patrio, per rafforzare, in ambito internazionale, credibilità di stato e beneficiare di utili accordi.

Nell’agosto del 1855, il Regno di Sardegna, che da lì a una manciata di anni avrebbe unificato e governato l’Italia, spedì una brigata di 15 mila uomini, guidata dal generale Cialdini, la quale contribuì nella guerra di Crimea alla vittoria finale di Sebastopoli operata dalla coalizione Francia, Inghilterra e Turchia contro la Russia.

I bersaglieri di La Marmora, con il loro sacrificio, suscitarono entusiasmo alla Cernaia.

Cavour, il celebrato statista, era nell’intuizione che se il Piemonte avesse voluto avere mano libera nella conquista di tutta lo stivale, senza cioè troppi intralci dalle potenze europee, avrebbe dovuto spargere sangue italiano su quel lontano e incomprensibile campo di guerra, allora chiamata Guerra d’Oriente (1853-56). Oltre ai caduti, 118.000 alleati furono uccisi dal colera e dal gelo, compreso il generale La Marmora. Tra gli italiani, 2.278 perirono di colera, 1.340 di tifo e 38 di febbri tifoidee, 452 di malattie comuni, 350 di scorbuto, 52 per incidenti, oltre ai 3 per suicidio; in combattimento ne caddero “appena” 32.

Al Congresso di Parigi del ’56, Cavour, accomodato intorno al tavolo dei vincitori, ne ricavò in via informale tutto l’aiuto possibile per la guerra di successione a favore dei Savoia sulla penisola italiana.

– Ho bisogno di alcune migliaia di morti in questa guerra lampo, se vogliamo sederci al tavolo dei vincitori per mantenere e allargare l’impero – furono, più o meno, le parole di Mussolini ai timori espressi da Vittorio Emanuele, tentennante sulla decisione di entrare nel conflitto affiancando i tedeschi.
E il re firmò.

I morti, dal ’39 al `45, furono invece 472.354, inclusi il duce, la sua amante e la disgraziata principessa Mafalda, e comportarono la disgregazione dell’impero.
Tra i belligeranti se ne contarono oltre 71 milioni, civili compresi di numero superiore a 48 milioni, questi ben oltre la metà del totale.

Un bisogno che appartiene a una certa strategia ideologica, ma che, dalla seconda guerra mondiale, è sempre di più il popolo a compartecipare, non essenzialmente quello in uniforme. Dagli avvenimenti bellici dell’ultimo secolo, anzi, è l’inerme popolazione civile la debitrice, oggi, in maniera sempre più esclusiva, vedi la Shoah, Hiroshima e Nagasaki, Vietnam, Iraq, ex Jugoslavia, New York, Palestina – Israele, Afghanistan, Siria…

E non contiamo le stragi tribali ed etniche; la moltitudine di fuggiaschi che approdano tragicamente sulle coste occidentali è infatti essenzialmente composta da profughi di guerre intestine o di oligarchici poteri affamatori.

Germania e Francia, per i fattacci iracheni, con il veto anti-intevento in un conflitto armato, improponibile a loro giudizio, erano apparsi europeisti illuminati e che avessero finalmente imparato la lezione storica. La verità, le giuste ragioni delle parti, appartengono in ogni caso alla letteratura futura, quando la storia viene riscritta da uomini lontani dalle vicende.

Auspichiamo, nel frattempo, siano stati i prodromi di una strategia mondiale più umana ovvero meno guerreggiante, in altre parole, di una futura politica, sebbene lenta a concretizzarsi, realmente al servizio dell’uomo, che si faccia strada nella logica degli arbitri.

Auspichiamo allora che giornate della memoria o dei ricordi legate a future belligeranze scompaiano per sempre, che esse restino esclusivamente a memoria della guerra per cui erano sorte e che si impressionino nella mente degli uomini quale follia dell’umanità passata. La storia scritta di là dalla volontà degli uomini, la fatalità delle guerre e dei suoi caduti, delle vittime in tempo di pace allo scopo di mantenere pronte le strutture armate, è invero traducibile nel fatto che essa, in moto perpetuo, omologa se stessa e i protagonisti in ogni epoca.

Non ne usciremo mai se gli attori perseverano a controbattere con una delle due risposte in rivalità, identificatorie di amico-nemico, credente-infedele, povero-ricco, uguale-diverso… il seme di amore-odio, fruttifero di violenza in cui nessuno ne è immune, persino tra consanguinei, e della tragica anafora guerra-pace-guerra.

Nel Giorno della memoria – 27 gennaio 2017 ultima modifica: 2017-01-24T12:08:24+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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