ManfredoniaRicordi di storia

Manfredonia – “ La 2ª guerra 1939-1945 ”

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Manfredonia. Ed ecco un’altra pagina di storia della mia famiglia genitoriale, dove lo stampo di vita formativa era quello dell’unione famigliare nella misericordia di Dio e non nella superbia, che allontana sempre più: “Ama il prossimo come te stesso e non fare all’altro quello che non vorresti, venga fatto a te”. L’educazione dei giovani d’oggi è molto scadente, perché è basata solo sul cieco egoismo, altro non è che puro egocentrismo. Un esempio banalissimo, ma che disturba il mio sono, perché la quiete notturna non esiste più, allora mi alzo e mi metto a scrivere ciò che ho già in programma di raccontare e la mia mente mi sollecita a scrivere queste pagine. Dormire in estate nelle camere da letto che si affacciano per Corso Manfredi è una rarità, specialmente che con il caldo i balconi sono spalancati, perché non a tutti piace dormire con il condizionatore o li mal sopportano, e che spesso sono causa di bronchiti, asma allergica ed otiti. La passeggiata quando fa caldo non ha mai termine ed il vocio della gente del posto o di coloro che vivono lontano per lavoro o per studi si intreccia e si dilaga a macchia d’olio: una sfilata di gioventù, dall’acqua di Cristo verso la stazione o da “Piazza del Popolo” a “Monticchio” e così via, attraversando tutto il nostro corso; prolungandosi anche fino all’alba, specialmente la notte che si interpone tra sabato e domenica. Una volta se si parlava per strada, era buona abitudine parlare sottovoce; invece oggi si fa a gara a gridare e ridere sguaiatamente scalciando, anche, orgogliosamente qua e là verso le serrande dei negozi, dove a catena scattano gli allarmi “sonori e canterini”; ma la polizia o i vigilanti sono passati poco prima o subito dopo, che fortuna.

Il boom della plastica, quel materiale leggero e poco problematico anche economicamente, rende agevole tante situazioni, ma facilita anche una vita di comodità e di vizi. A sera tardi, quando i negozi chiudono, i loro marciapiedi s’invadono di tavolini e comode poltroncine in plastica che sorgono come funghi vicino i bar, i pub e le pizzerie e poi inizia il tintinnio di bicchieri, posate e piatti che completano il tutto. Dopo le tre della notte inizia il lavoro inverso ed ecco il sorgere di colonne mobili, come tanti fantasmi, accompagnate dal suono secco e piatto che si diffonde man mano che le sedie si innalzano al cielo. Inizia, infine, lo sciacquio di questi marciapiedi, che nel frattempo si affollano di avide formiche sempre instancabili e laboriose e non dico altro. Manca poco alle cinque del nuovo giorno che, qualche affezionato marinaio pronto a partire per la pesca o dare inizio alla manutenzione della barca o delle sue reti, fermandosi allo spigolo della cantonata inizia a dar voce a qualcuno:“Quannìca c ieprstucafè? “. Ed ecco un odore diffondersi nell’aria, sarà la miscela del bar d’Aulisa? O del bar degli artisti..? del bar Stella? E perché non del bar Tramonto? o del bar delle Rose? Ma ecco che verso le sette c’è lo sfrecciare del furgoncino di “Tredicello”, rumoroso a più non posso, arricchito dalla sua inconfondibile voce, che annuncia la consegna dei giornali ai suoi abbonati lettori. Ai tavolini del bar così si dà inizio, quindi, alla lettura volontaria, della compravendita dei calciatori sia nazionali che del luogo.

Quest’anno si è aggiunta tutti i giorni anche la raccolta del vetro per i soli bar, per cui dall’intensità del suono, prodotto dallo sfascio dei vetri nel cadere nel camion di raccolta, si deduce anche la vendita di ogni singolo bar. Per ultimo, la raccolta ai negozi dei cartoni che vengono pressati automaticamente da delle braccia mostruose e con sollevamento di polvere, che per chi incautamente dorme con i balconi spalancati per la calura e a bocca aperta, si ritrova la lingua al gusto di cellulosa.

I primi ad andare al mare, forniti di ombrelloni e seggiolini leggeri, sono i sangiovannesi, che arrivano col pullman, scendendo da via Scaloria e poi tutti i manfredoniani, buoni camminatori. Infatti, quando mia zia Rita del 1934, sorella di babbo mio, insegnava a Foggia “educazione motoria”, con le sue alunne foggiane alle gare provinciali della corsa o della staffetta, esse non riuscivano mai a superare le sipontine, perché mia zia sosteneva che quest’ultime erano abituate a camminare a piedi per la passeggiata giornaliera, invece a Foggia si usava muoversi spesso in circolare. Ed ecco le medaglie vinte, sempre dalle sipontine!! Il lavoro in palestra è poco, quanto niente, è lo stile di vita che conta molto di più, diceva zia Rita. Ritornando alla vitalità del nostro corso, era buona abitudine innaffiare le piante del balcone di buon mattino, sia per non sprecare acqua inutilmente e sia per evitare di bagnare qualcuno, altrimenti il vigile prima di cadere le gocce giù, era già dietro la tua porta per multarti. E’ capitato proprio a mia madre quando io avevo 4 anni e mi impressionò tanto nel vederlo dietro la nostra porta, ed il vigile, che aveva un bel viso paonazzo già dal mattino, si presentò per multarla ed al quale mamma tutti i mesi gli pagava lo stipendio, come a tutti i dipendenti comunali.

Sul balcone di nonna Prosperina c’erano dei gerani maculati di rosa e violetto scuro, qualche begonia nana, delle piante grasse di carciofi ed infine dei gigli rossi, queste ultime due piante esistono ancora, per nostra tradizione. Così, come ogni mattina, mentre mia madre stava dissetando le sue piante, una vocina pura e gioiosa giungeva sempre più chiara e più vicina: ” Nonna Prosperina, zia Silvia stiamo arrivando!”. La posizione del balcone della casa era strategica, perché era ad angolo convesso; per cui, da esso si vedeva tutto il corso: dal campo sportivo, alla stazione città. Ma di chi era quella vocina ingenua, che nascondeva la tragedia della guerra? Era la voce di mio cugino Mimino del 1942, figlio di zia Vittoria del 1917, la sorella di mamma e di zio Armando (1909-1985) che col bambino di circa 2 anni, messo nel suo passeggino ed armati da tanta buona volontà, spinti dalla disperazione dei bombardamenti della guerra, con pochi bagagli fuggivano da Foggia a notte inoltrata e camminando a piedi lungo i binari della ferrovia, giunsero di buon mattino a Manfredonia, per cercare riparo tra le braccia della bisnonna, e della zia che era orfana da ragazza ed ancora nubile. Questo bambino era il coccolone della famiglia, racconta mia madre ancora vivente, aveva una testina avvolta da una fitta chioma di capelli ricci ed in famiglia era il più piccolo e il più coccolato, anche dalle sorelle di mio padre, che in quel periodo era prigioniero dei tedeschi a Düsseldorf, ma che anche se non ancora sposati, le loro famiglie erano sempre vicine e si aiutavano scambievolmente. Zio Armando, intanto, cercava un’po’ a piedi o con qualche passaggio di fortuna a racimolare un’po’ del loro corredo, perché le case in abbandono erano spesso saccheggiate dagli sciacalli. A casa della nonna mia paterna, viveva anche zia Mattia del 1915, con il marito zio Franco del 1914, con i primi due figli: Nino del 1935 ed Elvira del 1938. Il pomeriggio spesso si stava a casa di nonna Francesca Paola (1896-1966) ed era tutta un’armonia tra bambini ed adulti; c’era anche chi cuciva o ricamava o sferruzzava ed addirittura chi filava con la macchina la lana grezza, come zia Lina (1923-2016), che abilmente si era creata questo rudimentale attrezzo, ma tanto utile per la famiglia della triste guerra.

Una sera, infatti, il proprietario del deposito di lana grezza, fece avvertire la popolazione, che prima che i tedeschi dessero fuoco al suo magazzino, potevano prendersi le balle di lana e farle sparire tutte. Così, zio Franco, zio Armando ed anche alcune donne della famiglia, in testa zia Lina, si avviarono per rifornirsi di balle di lana grezza. Così, fu anche per la farina, per i legumi o per le pezze intere di formaggio, che si rotolavano lungo le strade del paese, gareggiando a chi era più fortunato. Poi, con l’arrivo degli Americani, per le strade si distribuivano, come lancio di coriandoli, caramelle e chewinggum. Zio Franco dopo aver lavorato con gli alleati sui mezzi truckpol, che spesso erano addetti alla disinfestazione dei paesi e delle campagne, invase da pidocchi, pulci, scabbie, mosche, topi ecc.., usando il famoso D.D.T. Tornò, poi nella sede di Bari e sua moglie qualche volta, col pullman della ditta Palumbo-Fusilli, andava a trovarlo, anche perché a Bari abitava la sorella maggiore di mia madre del 1915-2013, perché suo marito lavorava come ingegnere delle ferrovie ed aveva 5 figli : 3 maschi e 2 ragazze. Quando zia Mattia decideva di andare da zio Franco, lei si fermava a casa di zia Tonina, allora portava del buon pesce, che con abilità preparavano delle abbondanti fritture, ma a tavola in un baleno quei bambini divoravano anche le spine. Zia Tonina e zia Mattia per assaggiarla, facevano finta di togliere la luce per mangiare di nascosto, perché la fame dei piccoli era forte durante le guerre, specialmente a Bari che la vita era cara. Zia Mattia, però, quando andava in caserma da zio Franco, lo raggiungeva in circolare ed i figli più grandi di zia Tonina: Mimino (1935) ed Achille (1937), a turno le facevano compagnia. Zia, però, preferiva il grande che aveva un passo più leggero, invece Achille essendo più cicciottello era più pigro nel camminare e zia faticava per tirarlo. Una mattina prima di andare da zio Franco, pensò di passare per la Standa e comprarsi un bel rossetto, perché era un’po’ vanitosella. A pomeriggio di ritorno a casa, sempre a Bari con zia Tonina piacevolmente stavano insieme, il piccolo Achille, di circa 4 anni, sbirciò nella borsa di zia Mattia e trovò il rossetto, ancora nuovo e disegnò un gigantesco cuore, rosso vermiglio, su una parete del corridoio.

Ricetta “Cornetti salati al formaggio”
1) Comprare una sfoglia surgelata;
2) Formaggio fuso 3 etti o mascarpone;
3) Mortadella qualche fetta o pezzetti;
4) Gorgonzola;
5) Foglie di rucola, o di basilico, o di menta, o di finocchietto; che singolarmente da unire al formaggio ed ottenere vari gusti.

Se in cartella dei vostri figli trovate della carta stagnola di avanzi di panini, non buttatela ma accartocciatela e conservatela, potrebbe servirvi. Con delle vecchie palline di stagnola, sagomate dei coni chiusi come dei veri cornetti da gelato a misura normale ed anche mignon, rifoderateli con un quadrato nuovo di stagnola e dopo aver tagliato a strisce lunghe la sfoglia (un dito di altezza e lunghe quanto è la sfoglia comprata), con una striscia alla volta rifoderate i coni di stagnola, iniziando dalla punta di sotto e terminando un’po’ prima del bordo superiore. Adagiateli su una teglia con carta da forno e spennellateli con un rosso d’uovo. Far cuocere in forno per solo un quarto d’ora. Saranno tutti dorati. Preparare i vari gusti, che come base ci sarà o formaggio fuso o mascarpone. In una ciotola frullerete formaggio e mortadella ed il colore sarà rosa, come il gusto fragola; 2ª ciotola con formaggio e gorgonzola; 3ª ciotola con foglie di verdure, il colore sarà del gusto pistacchio. Prima di farcire i cornetti salati, preparare la base per esporli: in una insalatiera versare del sale grosso fino al suo bordo superiore ed infilare man, mano i gelati salati (il sale si può sempre riutilizzare per la minestra). In ogni cornetto mettere un solo gusto e non più, perché poi potrebbero rompersi.

A tutti i bar della mia città ed in particolare del mio circondario.

Auguri e buon appetito dalla signora Paola Prencipe in Falcone.

REDAZIONE STATO QUOTIDIANO.IT – RIPRODUZIONE RISERVATA



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