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A cura di Ferruccio Gemmellaro

Censura e autocensura giornalistica

"Sembra inverosimile che siano trascorsi decenni dal che, queste parole, paiono piuttosto riportate con riferimento ad avvenimenti attuali se pur diversi"

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Roma. La norma che favorirebbe denunce e querele verso i giornalisti ha provocato la giusta reazione delle potenziali vittime. Avevo già trattato tale questione sulla Tribuna di Treviso nel 1981 e su Stato Quotidiano nel 2012 ma la manifestazione organizzata dai giornalisti mi spinge ancora a proporre la parte essenziale del servizio che pare continui a non perdere di attualità.

L’opinionista, il giornalista in genere, in una moderna società governata dal popolo, deve scrivere di tutto? Nella nostra nazione repubblicana, sedatosi l’entusiasmo per l’acquisizione della democrazia e superati gli esami di adattamento, fummo colti dalla certezza che essa fosse oramai ben consolidata a seguito delle buone esperienze nella lotta sia antisovversione sia antiterroristica e che questa avesse ceduto il posto a una lucidità di riflessioni, di critiche e di polemiche, tutte in conformità istituzionale. Tale quesito, dunque, fu storicamente innescato quando nel 1980 scoppiò il caso del giornalista Isman, condannato per aver violato un segreto istruttorio, eppure, nel frattempo, era venuto fuori lo scandalo Cossiga-Donat Cattin.

Il primo ministro, futuro presidente della Repubblica, sembrò avesse rivelato al suo amico un particolare del memoriale Peci, per invitarlo ad adoperarsi perché il figlio Marco si costituisse. Parve poi che Donat Cattin avesse invece interpretato quel consiglio in forma protettiva, pertanto avrebbe favorito la latitanza di Marco. Una violazione del segreto istruttorio – ancora più grave perché sarebbe stata perpetrata in sede istituzionale – per cui, come affermò nel proprio commento il lettore G. G. (11 giugno ‘80) su un quotidiano veneto, nessuno ha mai parlato di adoperare lo stesso metodo giudiziario usato per Isman.

Il giornalismo italiano, da allora, aveva continuato a vivere in una sorta di decadenza identitaria, anzi, ancor più inasprita. Lo si avvertiva da quel senso di oppressione che colpisce chi si affanna a rendere pubblico il proprio pensiero o quello prevalente della collettività in cui vive e opera, non trascurando l’opinione delle minoranze. Un senso di soggezione che però non coglierebbe gli allineati ai desiderata della politica. Prima della famigerata norma, il giornalismo, in ogni caso, stava riacquistando una serena e libera opinione.

Questi – giornalista o opinionista che sia – se si continuerà oggi a volerlo ammansire per legge da una parte e a minacciarlo dall’altra, potrebbe infine tendere a muoversi unicamente all’interno di uno spazio di competenza concesso e limitato dai canoni di una persuasione occulta antitesi della democrazia. Ed è proprio questo il pericolo più grande; il giornalista, se sottoposto a continui timori, alla lunga potrebbe essere spinto inconsciamente, cioè contro la sua stessa volontà corticale e contro l’etica democratica – difficile è stabilire quale delle due è la peggiore – a controllare il proprio impeto di diffusione delle notizie in possesso, a censurare la sua stessa critica. Tali considerazioni, che avevo già anticipate in un intervento stampa, si rivelarono profetiche poiché si sarebbe reso concreto ciò che avevo temuto: alcune testate, in merito al rapimento D’Urso, ritennero opportuno autocensurarsi, allo scopo di evitare qualsiasi forma di propaganda ai brigatisti.

Sembra inverosimile che siano trascorsi decenni dal che, queste parole, paiono piuttosto riportate con riferimento ad avvenimenti attuali se pur diversi. Si potrebbe allora affermare che finché non esista un’imposizione di censura, questa sovente riproposta da alcune fronde politiche, camuffata da norme di garanzia democratica, in fin dei conti la libertà di espressione resta salva. Non basta poiché, alla fine, potrebbe giusto innescarsi quel meccanismo di autocensura e, quel che è peggio, come già enunciato, proprio a causa di un Super Io antitesi alla democrazia. Il già sofferto processo democratico in atto verrebbe così ugualmente a riprendere un cammino a ritroso.

(A cura di Ferruccio Gemmellaro, Meolo 24.11.2016)



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