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"Il Partito Democratico che immaginavamo non era questo"

P.Soccio: “10 dirigenti lasciano il PD”

"Pian piano fuori dai nostri circoli è rimasto tutto il popolo che per vocazione, ormai otto anni fa, ci eravamo promessi di rappresentare"

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Foggia – ”In questi anni la politica ci ha fatto incontrare tanti compagni, tante storie diverse. Si sono creati in molti casi legami di stima che – siamo certi – questa scelta non scalfirà. Sebbene accomunati da un intento comune, da un bene comune che una volta abbiamo persino usato per titolare la nostra rotta, questa sembra oggi essersi persa.

È inevitabile scindere i due piani, fermarsi un attimo e domandarsi sempre: “Se la politica è traslazione in chiave sociale di ciò che siamo, questa traslazione ci assomiglia ancora?” La risposta che ci siamo dati in questi ultimi mesi è negativa, per risultati e metodi: non ci assomiglia più questo partito che ha trasferito se stesso altrove. In un posto molto lontano da quello nel quale era nato con l’auspicio di riuscire a rappresentare il rinnovamento vero dell’Italia di domani. Di un domani che è già diventato oggi, anche se in maniera molto diversa da quanto ci aspettassimo.

Il Partito Democratico che immaginavamo non era questo. L’avevamo espresso nella mozione congressuale con la quale Giuseppe Civati si è candidato a segretario nel 2013, perdendo. Abbiamo cercato di dare il nostro contributo e di portare avanti quella visione anche dopo, negli organi del partito. Con coerenza ed umiltà. Doti che non abbiamo riconosciuto in chi avrebbe dovuto garantirne l’integrità. Il partito che immaginavamo non era pieno di muri. Muri che sembrano ergersi per chi la pensa diversamente all’interno, ma non per chi persegue una politica antitetica ai nostri ideali di centrosinistra, e coi quali invece si stringono alleanze più o meno solide nel nome della governabilità o della vittoria. A quale prezzo? Al prezzo di non riconoscere più i confini tra le proprie idee e le altrui, al prezzo di non farsi più riconoscere.

Pian piano fuori dai nostri circoli è rimasto tutto il popolo che per vocazione, ormai otto anni fa, ci eravamo promessi di rappresentare. E che si è visto garantire rovesci invece che diritti.
Ci si è aperti alla partecipazione tramite le primarie, non dotandosi di regole che salvaguardassero l’identità e la storia. Si osanna ormai il decisionismo, l’uomo solo al comando, dopo essersi affidati a piccole e grandi consorterie che hanno irrimediabilmente influenzato, svilito e poi spento il dibattito interno. Gli anticorpi a tutta questa deriva ci sono stati, ma sono stati e sono percepiti come irrisori, e quindi liquidati con disprezzo quali frutto di una disaffezione verso il futuro e verso il cambiamento. Come in un ribaltamento della realtà o in un contrappasso dantesco, invocando la rottamazione, ci si è autorottamati.

Ma intanto il calcolo della superficie di riconoscibilità delle azioni di questo partito continua a considerare erroneamente solo l’altezza dei ruoli, e non la base di militanti e cittadini. Il legame con i territori è diventato via via più blando, le decisioni sono ormai centralizzate e affidate a un gruppo elitario. Anche il momento nel quale i cittadini possono esprimersi circa la cosa pubblica, e cioè il voto democratico, è stato dissacrato da una legge elettorale che sminuisce la rappresentanza e rende pericolosamente squilibrati i rapporti di forza.

La riforma del lavoro scarnifica il valore dello Statuto e taglia il diritto che è alla base della nostra Costituzione. La mansione nobilitante del lavoratore è declassata a merce scambiabile, rimpiazzabile, immolata sull’altare di una flessibilità che è in perenne procinto di spezzarsi.
“Sblocca Italia” è, nei fatti, contrariamente a quanto suggerirebbe il nome, l’intento di far rimanere bloccato il Paese in uno schema di sviluppo ormai superato e dannoso per le nostre ricchezze naturali. Corsa al petrolio, cementificazione, consumo di suolo difficilmente sono inquadrabili in una visione lungimirante e innovativa, che metta al centro la sostenibilità e la salute delle generazioni future e dell’ambiente. Difficilmente si potrebbe dire che tale visione ci sia mai appartenuta.
Come non ci è mai appartenuto concepire la scuola come un’azienda. La riforma in procinto di essere approvata permette a disuguaglianza sociale, discriminazione e liberismo di varcare la soglia della prima agenzia formativa del Paese, mettendo in secondo piano offerta formativa e lotta al precariato. Chi muove critiche o semplicemente esprime preoccupazione è anche in questo caso tacciato di osteggiare l’avanzata verso l’oasi del “fare per il fare” e di essere un gufo.

Ebbene, non crediamo di essere retrogradi né tantomeno miopi. Vediamo bene come si sia perso l’ascolto delle fasce di popolazione più deboli e indifese. Vediamo bene come non ci sia più spazio per i temi di sinistra che ci sono cari da sempre. Vediamo bene come la narrazione delle cose importi più del loro merito e del modo in cui vengono raggiunte.
Vediamo bene come la grave crisi economica, le difficoltà che attanagliano il nostro Paese non possano essere la giustificazione a certe scelte compiute. Non possono nemmeno essere il fondamento di quell’ineluttabilità troppe volte predicata, con la quale si continua a dire che non ci sono alternative.

Esiste sempre la possibilità di smarcarsi dal pressappochismo, dal cinismo, dal trasformismo. Di tornare a rappresentare chi non si sente più rappresentato e si iscrive nel silenzio al più grande partito italiano, quello dell’astensione. Per noi questa possibilità non esiste più nel luogo ideale che doveva essere il PD. Per questo intendiamo non rinnovare la tessera 2015 e lasciare tutte le cariche che, fino ad oggi, abbiamo ricoperto.

Auguriamo buon lavoro a chi compie una scelta diversa dalla nostra, mettendoci ancora passione e convinzione, nella speranza che un giorno ci si possa ritrovare.

Continueremo ad impegnarci nella costruzione di un percorso alternativo. Seguiamo Civati, o meglio gli camminiamo a fianco. Sappiamo di scegliere una strada tortuosa e difficile, ma ci rincuorano ed entusiasmano il coraggio e la limpidezza delle nostre idee. Quelle a cui siamo affezionati, da buoni nostalgici sì, ma di un futuro migliore. E che preserviamo e anteponiamo a ogni strumento quale può essere un partito. Senza rassegnarci né da soli né in compagnia. Perché un altro modo di fare politica, che ci assomigli di più, è POSSIBILE.

Gianclaudio Pinto , Segreteria regionale PD
Vanessa Nicolardi, Direzione Regionale PD
Diego Dantes, Assemblea nazionale PD
Michele Mongelli, Assemblea regionale e provinciale PD Bari
Valentina Tafuni, Assemblea regionale PD, Segreteria provinciale GD Bari, Segreteria GD Acquaviva delle Fonti
Federica Bruno Stamerra, Assemblea regionale PD, Direttivo cittadino PD Brindisi
Chiara Pisanello, Assemblea regionale PD, Direttivo cittadino PD Gallipoli
Paolo Soccio, Direzione provinciale, Assemblea provinciale FG
Giuseppe Luigi Bianco, PD Putignano
Vito Di Venosa, PD Trani”.

(comunicato stampa)



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Commenti


  • Antonello Scarlatella

    Il PD non è più un partito tanto meno un partito di sinistra. E’ ormai un anello di tenuta delle lobby di potere. Un centro di distribuzione di incarichi e di ripartizione di favori. Ha tanto criticato Berlusconi, ma il suo obiettivo non era governare bene ma prendere le redini in mano del sistema al posto di Berlusconi.
    Bene hanno fatto questi dirigenti a lasciare il partito. Renzi è stata una grandissima delusione per il popolo Italiano.


  • Sfascio italico

    ben detto sig. Scarlatella…è un partito delle lobby di potere, sia a livello centrale che periferico. Comunque la politica italiana nel complesso non esiste più, esistono solo affari e clientelismo e arricchimento personale, tranne sporadici casi. Per far rialzare la china a questo paese ci vogliono gli statisti e i politici con la P, ma ahinoi abbiamo solo gente assetata di potere e danaro.


  • Mario

    Il PD e’ il Partito Dittatoriale.
    Vale il detto: ” chi non e’ con noi, e’ contro di noi “:
    Devono avanzare solo i ” NOSTRI “. DETTO FATTO.”


  • ilproletario

    Il PD, e prima il PCI, è sempre stato un partito di regime, un partito del tipo sovietico, con una casta di burocrati dediti sempre e solo al consolidamento delle posizioni di potere del proprio Partito. Non è mai stato perciò “dittatoriale” se non con Stalin, puntualmente esecrato dal Compagno Berlinguer, vero rifondatore del PCI. Ora Renzi non è un dittatore ma quasi, nel senso che, avendo vinto le elezioni Europee, si può permettere, lui crede, di poter gestire a suo modo il potere e il Partito. A riprova e conferma di quanto detto sopra, basta guardare il PD di Manfredonia, con una casta di burocrati inamovibile, sempre quella, che programma e propone sempre gli stessi “ELETTI”. Tutto previsto e programmato, prima vai tu, poi vengo io, poi verrà tua sorella, in attesa della maggiore età e della laurea di mio figlio, e così via. Meditate gente, meditate.


  • ilproletario

    Nella tradizione Comunista, il vero ed unico terrore dei Burocrati di cui sopra è quello di avere un nemico a sinistra! Questi 10 fuoriusciti saranno capaci di formare una vera e propria sinistra a “sinistra” del PD??? Io non ci credo, perché anche Fassina non è un “Rivoluzionario” come era Bertinotti che, però, si è bruciato quando accettò di governare con l’Ulivo. Vedrete che tra poco saranno definiti “Trozkisti” o peggio. La vera dissidenza è soltanto quella che si esprime all’interno del Partito, dovevano lottare dall’interno, se volevano veramente cambiare le cose.

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