Cinema

Cannes e Venezia in sala: Almodóvar e Polanski

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68ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia

68ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia

Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere indicato, a fine articolo, un livello della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione.

A fronte di periodi di magra in cui è impresa ardua la scelta di un titolo in sala senza accantonarne la vergogna, dai primi di Settembre sorride il panorama a cinefili e curiosi dell’ultima ora, complice la fresca conclusione della manifestazione di Venezia – e l’efficiente distribuzione di molti dei lavori in gara e fuori concorso – accanto al tardivo recupero dei gareggianti a Cannes 2011. Immancabili sono le visioni dei grandi autori, soprattutto di quelli dimenticati dalla giuria, per cercarne riscontro diretto o differente valutazione. Attesissimi, tra i tanti, gli ultimi lavori di Roman Polanski e Pedro Almodóvar, il primo con una commedia feroce d’impostazione teatrale, il secondo al suo primo film dalle venature horror.
Meritate le esclusioni dal podio?

Carnage - Locandina

Carnage - Locandina

Titolo originale: Carnage
Nazione: Francia, Germania, Polonia, Spagna
Genere: commedia
Anno: 2011

Ricetta: prendere quattro bravissimi interpreti, un’amara piece teatrale, amalgamare con una regia attenta e servire freddo per 79 minuti. Semplice? Sì, quando regista e sceneggiatore hanno stoffa da vendere.
Sinossi: a seguito di un litigio tra ragazzi con ferimento grave di uno dei due, i rispettivi genitori s’incontrano in casa della coppia colpita per stendere civilmente una memoria dell’accaduto. L’educata conversazione divergerà gradualmente in una feroce e grottesca guerra di caratteri in cui ognuno sarà vittima e carnefice.

Tratto dall’opera Il dio del massacro di Yasmina Reza, Carnage è essenzialmente un film di attori, in cui le unità di tempo e luogo vengono rispettate all’interno di un’unica scenografia come certi bei lavori d’antan che facevano felicemente di dialoghi e psicologie le chiavi del successo e la definizione del vero cinema. I quattro protagonisti scelti sono straordinari, ricordando allo spettatore distratto, per confronto, valore e canoni della recitazione esemplare, soprattutto se di humus teatrale. Christoph Waltz, noto ai più per il ruolo di spietato nazista in Bastardi senza gloria di Tarantino, è un avvocato cinico, spregiudicato, calcolatore, intessuto di una morale che affonda le radici nell’homo homini lupus e nella brutale analisi psicologica degli istinti umani; la moglie, una fantastica Kate Winslet che cambia più registri nell’arco del film, è una benpensante, frustrata da un marito assente e dal carico di responsabilità del quotidiano; Jodie Foster è una frigida e moralista donna di città, avida di una giustizia che proietta in un filantropismo senza mezze misure; John C. Reilly, il marito, è il buon uomo in cerca di pace, incastrato in una vita che gli soffoca piaceri e vizi in nome dell’immagine sociale di facciata pretesa dalla consorte. I caratteri vengono definiti perfettamente dalle interpretazioni e dai furbi dialoghi, minati qui e là di piccole bombe ad innesco che spostano la sceneggiatura sulla strada prevista dal regista. Accanto ai quattro protagonisti, ve ne sono almeno altri quattro, atipici, che governano silenziosi il film come pilastri di rilancio: il criceto, emblema dello scontro fra indifferenza e umana pietà; un noto farmaco potenzialmente dannoso per la salute umana, difeso cinicamente dall’avvocato; il vomito, caronte dell’esplosione e rottura delle maschere; il cellulare, fisicamente partecipe con la sua violenza provocatrice.

Il film di Polanski vola sereno fino alla fine perfettamente cucito nella sua breve durata, senza una vera meta che non sia il percorso stesso, disegno di un mondo in cui si è schiavi principalmente di sé, delle proprie scelte e sciocche convinzioni. Manca, tuttavia, qualcosa a questa bella pellicola che la possa rendere memorabile, geniale. Tolti i grandi interpreti e i brillanti dialoghi, aiutati dalla loro natura teatrale, la regia resta solo funzionale, priva di uno stile significativo, e la sceneggiatura programmatica, non invisibile: nel corso del film appaiono chiamati, evocati ai limiti del didattico, i punti di innesco dello sviluppo, i pretesti dei conflitti, e le psicologie scaturiscono da questi, a comando, piuttosto che il contrario. Su questo fronte ha fatto molto di più Allen con le sue commedie amare degli anni 80, o, per restare in ambito di estrazione teatrale, William Friedkin con Festa per il compleanno del caro amico Harold, quanto piuttosto, per non allontanarci troppo, lo stesso Polanski con La morte e la fanciulla; e se ancora tanto non bastasse per comprendere la differenza fra genio ed esercizio, si invita al recupero di Nodo alla gola di Alfred Hitchcock per dipanare gli ultimi dubbi.

Un bravo Polanski, niente affatto logoro dalle sue vicende giudiziarie, che ci dà speranza di rivederlo puntare ancora e di nuovo più in alto.

Valutazione: 7/10
Spoiler: 0/10



La pelle che abito - Locandina

La pelle che abito - Locandina

Titolo originale: La piel que habito
Nazione: Spagna
Genere: noir, drammatico, horror
Anno: 2011

Di natura completamente differente è l’ultimo lavoro di Pedro Almodóvar, che tenta una strada per lui nuova senza negare del tutto, almeno nelle intenzioni, stile, temi cari e poetica intimista. Antonio Banderas è Robert Ledgard, ricercatore che conduce studi sulla pelle umana sintetica anche al di fuori dell’ufficialità medica. Nella sua villa è segregata una misteriosa donna, Vera, su cui esegue esperimenti e con la quale ha un oscuro rapporto emotivo. Eventi passati saranno chiave del segreto e orrore dietro la perfezione.

Accolto con freddezza da critica e pubblico, La pelle che abito è un film problematico per almeno un paio di ragioni.
Il primo, non penalizzante, è nel soggetto non facile, morboso e crudele, il quale, pur senza incedere in dettagli orrorifici, permea la visione di un sottile disagio crescente che per certo spettatore può risultare insopportabile – non si dimentichi che il pubblico che si reca in sala per il cinema d’essai e, in particolare, per Almodóvar è di altro stampo e altra varietà rispetto al target coinvolto (e preparato) dal generico cinema horror.
Se la reattività per il soggetto non costituisce automaticamente punto d’attacco – potrebbe finanche essere pregio, come per l’Antichrist di Lars von Trier -, lo è invece il secondo capo d’accusa, che attiene alla sceneggiatura: tutta la pellicola è, in semplici parole, fredda, senz’anima, non riesce a render ragione emotiva degli eventi in modo istintivo, i quali risultano, così, poco automatici, spontanei, solo il frutto di una narrazione scritta, di un dettato di avvenimenti – emblematico […]1. E’ fuor di discussione che esista nel lavoro del regista spagnolo sia una coerenza che un filo logico, accompagnati entrambi da una serie di colpi di scena che trascinano lo spettatore fino al finale, ma il tutto appare inerte e studiato, come se il film stesso fosse il risultato di una fredda operazione chirurgica che opera sullo spettatore e non dentro lo spettatore. E’ questa la pecca principale di un film che non convince, che può indignare e non riesce ad avvicinare alle tematiche morali che lo costellano, di cui neanche ci si accorge.
Si aggiunge a questa debolezza basilare una recitazione piatta, soprattutto quella di un Banderas dalla mimica quasi totalmente azzerata durante l’intera pellicola, probabilmente intenzionale allo scopo di conformarsi ad una glacialità complessiva richiesta dal regista, una freddezza, tuttavia, che ha una colpa intollerabile: quella di esser stata confusa con inespressività e schematicità.

La pelle che abito non è, però, solo questo.
Al contrario di quanto si ritiene, i meriti del coinvolgimento nella sua visione – per coloro che l’hanno vissuto, come chi vi scrive – non attengono unicamente alla trama in sé e ai progressivi svelamenti a sorpresa – dai quali si consiglia di tenersi debitamente alla larga prima della fruizione del film. La morbosità della pellicola di Almodóvar, e dunque il suo fascino non del tutto espresso, proviene da ben altro che non sia la semplice storia di Robert e Vera. Essa è il frutto del percepito residuo di un autore emotivo, dell’odore di una vena artistica così intensa che, anche quando brucia poco, si annusa nell’aria e si ricorda. I tempi dilatati, i colori, certe inquadrature, la carnalità aggressiva, le brutalità sessuali, le fredde attese, sono tutte componenti almodovariane DOC che qui si accendono poco come risultato errato di un’operazione di raffreddamento, ma impregnano la pellicola e lasciano traccia nei ricordi come la scia di una chiocciola, un segno ineludibile nei pensieri che sembra gridare un’assoluzione.

Risultati a parte, Pedro Almodóvar scrive, nei fatti, la sua versione (feticistica) del Vertigo di Hitchcock, conservandosi preda delle sue ossessioni su sessualità, forma e […]2, ispirazioni evidenti finanche nella bellissima colonna sonora di Alberto Iglesias, in più frangenti evocativa dell’immensa opera del maestro britannico. Interessante e didattico anche il confronto con un altro filosofo della […]3 e sulla formazione delle passioni.

Un film sbagliato ma da vedere.
Per chi è capace di godere del poco senza farsi distrarre dal resto.

Valutazione: 6/10
Spoiler: 10/10

AltreVisioni

The Hole, J. Dante (2009) – ridicolo tentativo di fantastico per bambini camuffato da “onestà artigianale” * 5
L’uomo delle stelle, G. Tornatore (1995) – simpatico e commovente racconto tra nostalgia e sogno, “sporco” di terra di Sicilia * 8
Il regista di matrimoni, M. Bellocchio (2006) – commedia inquietante e a tratti angosciosa. Onirico * 7
Noi credevamo, M. Martone (2010) – il ritorno della fiction storica della RAI con la firma di un autore. Poche emozioni, per scuole * 7
2009: Lost Memories, S. Lee (2002) – fantastoria orientale, onesta ma banale * 6
Southland Tales, R. Kelly (2006) – pasticcio fantastico lungo, pretenzioso e indigeribile * 5

In Stato d’osservazione

Drive, N. Winding Refn (2011) – Cannes 2011, dall’autore di Valhalla Rising * 30set
A Dangerous Method, D. Cronenberg (2011) – in concorso a Venezia 2011 * 30 set


[…]1l’avvicinamento sessuale di Robert a Vera, poco giustificato, spiegato, quasi incollato, capito per trama ma non causale per eventi
[…]2attraversamenti
[…]3trasformazione, il Cronenberg del magnifico M. Butterfly, come letture differenti, personali ed autoriali del medesimo tema sull’identità

Cannes e Venezia in sala: Almodóvar e Polanski ultima modifica: 2011-09-25T23:02:41+00:00 da Alessandro Cellamare



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