Manfredonia
From facebook

In onore di Nicola Lovecchio. “Per non dimenticare: 1976/2016”

Di:

”Per non dimenticare 1976/2016 – grazie a #Torbi #Skark #Red e #Kame per #Arsenico40 – in onore di Nicola Lovecchio”. (from facebook)

—————————–
Dentro l’urea: tu conosci Nicola Lovecchio? (di Andrea e Marco Nasuto)

Il 26 Settembre 1976 esplose la colonna di lavaggio dell’ammoniaca con conseguente fuoriuscita di arsenico. Ne abbiamo parlato in Made of Limestone.

Dentro l’urea (di Andrea Nasuto)

Ammoniaca, ete, oleum, nox, SO3, caprolattame, nylon, mercurio, arsenico, formaldeide, polvere di urea, tanta urea. Li ho letti cento volte nei documenti sull’Enichem. Letti per conoscere, approfondire, provare a immaginare odori e rumori. Letti per scacciare un’ossessione: l’Enichem. Da quando avevo quattordici anni. Mettevo l’Enichem un po’ ovunque. Nei temi d’italiano, nei racconti, nelle chiacchiere estive. In cerca dei numeri per dare una forma agli eventi, per custodirli. Per provare a cancellare i “si dice” e trasformarli in “così era”.

In Made Of Limestone, abbiamo raccontato la storia di Nicola Lovecchio, operario. Nel suo unico discorso pubblico, pochissimi mesi prima di morire, neppure 1/3 è dedicato al Nicola padre di famiglia, al Nicola con i suoi dubbi esistenziali, al Nicola che ha 49 anni e ha voglia di vivere. Ti aspetti lunghe riflessioni sul perché della fabbrica, la sofferenza di andarsene, la rabbia della malattia. Invece leggi una carrellata di attività, il succedersi delle procedure legali, la sua terapia, i processi industriali. Tutto necessario per capire. Per rompere un muro di gomma fatto di qualunquismi, contro o a favore dell’Enichem. Ora capisco Nicola. Capisco quei (pochi) che hanno raccontato l’Enichem. È una faccenda che ti assorbe totalmente. Devi quasi staccarti per non diventare paranoico.

Impari come si produce urea, quali reazioni sono necessarie, a quali condizioni può essere sostenibile economicamente la produzione, qual era l’occupazione, l’assenteismo, cosa contenevano i serbatoi, cos’è una torre di prilling.

Nicola Lovecchio (archivio)

Nicola Lovecchio (archivio)

Entri nei cunicoli a torso nudo a spaccare l’urea che ti si attacca alle braccia mentre sudi come un verme. Poi a sputare sangue quando sei a casa perché le tue mucose se le sono mangiate i vapori che respiri. L’odore acre lo senti nel cervello. Puzzi di piscio.

Lo devi fare perché tutto ti sfugge. La realtà ti scivola. Devi scendere nella materia, nelle sostanze, nella chimica. Devi fissare questi dati per te stesso. Quando lo racconti, le persone non ti seguono o si annoiano presto. Hanno tutti ragione. È una necessità personale questa di accumulare dati ed elaborarli.

38 anni fa l’Enichem, la fabbrica, esplodeva. L’arsenico nelle stalle, le bestie macellate. L’arsenico sui prati dei parchetti della periferia, i bambini chiusi in casa. Arsenico sulla spiaggia. Arsenico in fabbrica. La fabbrica, la fabbrica. E poi di nuovo, ete, oleum, nox, SO3, caprolattame, nylon, mercurio…

“Tu conosci Nicola Lovecchio?” (di Marco Nasuto)

M: Tu conosci Nicola Lovecchio?

R: Chi??

M: Era un operaio dell’Enichem.

R: No non lo conosco…eh…l’Enichem…u sè quanda cristien so murt là!

Rosa è di Manfredonia, casalinga, sulla sessantina. Dovrebbe conoscere la storia di Nicola ma la verità è che non ha colpe. Oggi, 38 anni fa, esplodeva la “torretta dell’arsenico” dell’Enichem di Manfredonia. Nel libro di Maurizio Portaluri ed Alessandro Langiu “Di Fabbrica si muore” quel sommario “La storia come tante di Nicola Lovecchio morto di tumore al petrolchimico di Manfredonia” sintetizza perfettamente il violento meccanismo di appiattimento della morte. Specialmente di questo tipo di morte. Un tumore contratto sul posto di lavoro. Il potere di sintesi del dialetto si manifesta nel “E’ murt.”, è morto. Roba vecchia. Al quale, delle volte, segue un “purtroppo…camma fè…”.

Che dobbiamo fare.

“È vero che tra gli operai c’è questa idea dell’azienda che mentre ti sfama può distruggerti come vuole. Ma io non odio nessuno né voglio prendermi una rivincita. Io credo solo che la verità deve venire alla luce perché altri non soffrano ancora. È vero che tante famiglie hanno vissuto con quel lavoro ma cosa c’entravano i fertilizzanti con quel magnifico Golfo?!”

Il processo sull’Enichem si è concluso con l’assoluzione di tutti gli indagati. Non ha senso rimuginare su quello che non si può più cambiare. Così come non ha e non ha avuto senso voler frettolosamente cercare di cambiare pagina, in un vortice di cieca, dannosa ed offensiva rimozione. Si uccide Nicola e tutte le persone che sono morte ancora, ed ancora.

La storia di Nicola l’ho sentita per la prima volta quando avevo 12 anni, alle scuole medie. Non sapevo ancora riconoscere bene le emozioni ma non era solo la sua sofferenza né quella dei suoi parenti ad attaccarsi al mio cuore. Non la sua morte ma l’arcaica dignità per la propria vita a rimanere dentro di me. La sua era ricerca per la verità, non volontà di distruggere l’Enichem e nemmeno di odio per la condanna del suo tumore. E’ voler urlare l’attaccamento per l’unicità dell’esistenza, avere una famiglia, aver generato tre figli. Essere stato leale. Un attaccamento che non è avidità, un aggrapparsi con le unghie ad un destino crudele. E’ gratitudine.

La storia di Nicola è anche una storia di raro coraggio e di profonda solitudine. Una solitudine che continua ad accerchiare la famiglia ed il suo nome. Il ricordo, se non metabolizzato ed innestato con la volontà di vivere il presente, diviene prigione. Così come la rimozione del ricordo è un tentativo di fuga che porterà a nuove catene.

Credo profondamente che il modo migliore di onorare la morte sia farlo con la vita. E’ quello che abbiamo cercato di fare in Made of Limestone. Testimoniare la storia di Nicola è voler guardare questo “sogno” ed “incubo” diventati ferita da nascondere (l’Enichem) con maturità ed obiettività. Non è santificarlo. E’ condividere, partecipare al suo profondo insegnamento che non era “la lotta all’Enichem”, ma è, nella sua ricerca per la verità, il dare il giusto valore alla dignità. Amore per un percorso irripetibile che è la propria vita. Vorrei che ci fosse maggiore consapevolezza della storia di Nicola, poter essere, noi tutti, orgogliosi di averlo avuto come nostro concittadino. Una statua, una via, un segno, dedicato ad un uomo semplice e coraggioso, che possa testimoniare a noi e ai nostri figli quella dignità che noi stessi ci siamo negati.

VIDEO

(A cura di Andrea e Marco NasutoDentro l’urea:tu conosci Nicola Lovecchio?)

Redazione Stato



Vota questo articolo:
2

Commenti


  • Dino

    Si potrebbe dire: si ricorda per evitare i fatti di quegli anni, si però non diventiamo estremisti della verità, si rischia di essere ripetitivi e senza alcuna attenzione.
    Io vado avanti,di problemi c’è ne sono e sono tanti,partiamo dal presente per un futuro migliore,altrimenti rischiamo di partire con idee vecchie.


  • analizzatore

    Purtroppo molti dimenticano o fanno finta di dimenticare il passato x fortuna ci sono le giovani generazioni che i burattinai non riusciranno mai a mettergli il bavaglio come vorrebbero!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota. Si informano i lettori che la testata giornalistica Statoquotidiano (www.statoquotidiano.it) è responsabile solo dei contenuti multimediali (video, foto etc) e dei testi presenti nella sezione "Articoli" e "Documenti". Non è in alcun modo responsabile dei contenuti e dei commenti presenti in tutte le sezioni del sito.

Articoli correlati