Editoriali

Il futuro di Foggia nelle scelte di Mongelli


Di:

Gianni Mongelli (ph: Michele Sepalone)

C’è chi crede, sbagliando, che Gianni Mongelli abbia dimostrato di avere i numeri per affrontare la sfida dei prossimi due anni. L’hanno detto, in camera caritatis come durante seduta assembleare dell’ultimo consiglio di ieri, validi esponenti del Partito Democratico e di Sinistra Ecologia e Libertà. L’hanno ribadito, qualora fosse stato il caso, Psi, Socialismo Dauno e le varie ed eventuali aree moderate e destrorse che compongono la maggioranza. Lo ripete a menadito una parte della città e dell’associazionismo. Eppure, mai come in questo momento, il sindaco di Foggia è solo contro tutti. Mongelli è letteralmente accerchiato. Da un lato, la verifica che gli pone di fronte l’osservanza di tre dottrine: il cencellismo, ovvero la spartizione proporzionale degli incarichi di Governo e sottogoverno (l’opzione Pd); il cilibertismo, che presuppone il ritorno ad una Giunta degli eletti con mortificazione pressocché totale del programma originario dell’Ingegnere (è quel che vanno sostenendo socialisti e parte del Pd); il rinnovamentismo e, dunque, il rilancio della politica a spese dell’interesse, della prassi a spese della teoria, della competenza a spese del determinismo.

Dall’altro lato, c’è l’amministrazione. Quell’arte del Governo che, in questo momento, sta cedendo il passo alle voci, alle manovre, al sommerso. Premesso che che al sindaco va dato atto di aver apportato la grande rivoluzione culturale che va sotto il nome di piano parcheggi (un provvedimento, questo, che ha, nello stesso tempo, lasciato intravedere la parte migliore e quella peggiore della città: i virtuosi che hano ripopolato di bici Foggia ed i furbetti che l’hanno annessa a colpi di tagliandi per invalidi), è significativo che questo sia l’unico atto realmente amministrativo di un governo cittadino che, in nome e per conto dell’emergenza (di bilancio, di legalità, di rifiuti), ha abdicato ad operare, limitandosi a vivacchiare alla giornata, con la speranza che, prima o poi, giunga una mano dalla Regione Puglia (questione rifiuti), dal Governo centrale (questione economica) o dall’amica Emma Marcegaglia (questione rifiuti).

Per il resto, i due anni dell’amministrazione di centrosinistra a Palazzo di Città, ben poco si sono distaccati dalle due gestioni precedenti: ovvero, quelle più catastrofiche della storia recente del Capoluogo dauno, l’Agostinacchio bis e la Ciliberti. In tutto quasto disastro, colui che ha meno colpe di tutti è proprio il primo cittadino. Mongelli s’è trovato incastonato in un gioco di milioni di carati, troppo più grande di lui, imprenditore e nemmeno dei più noti. Voglioso d’operare eppure tenuto a freno dai suoi stessi sotenitori, imbrigliato nel suo milazzismo traballante che ha fatto della sua amministrazione un essere ibrido, non più di destra ma non ancora di sinistra. Piuttosto, un Cerbero confindustriale, costretto a spender soldi anche qualora questi non ci fossero. A tutto questo, s’è aggiunta la vocazione affaristica di un uomo che, pur di nome rispettabile (non ha vinto proprio in visrtù della fama di “brava persona” Mongelli?), resta nell’intimo un affarista del mattone. Dunque, abituato a far quadrare i numeri, i bilanci. E, soltanto un tizio in malafede potrebbe negarlo, con un occhio di riguardo alle vicende dell’edilizia, di cui è divenuto portavoce favorito. Il Piano Urbanistico generale, annunciato con fare compulsivo in campagna elettorale, quasi il sindaco volesse prendere il sopravvento sull’imprenditore, è stato rinnegato, sconvolto, stuprato a suon di varianti. Con negli occhi l’immane progetto del Prusst Foggia 2 (il realizzatore è don Michele Perrone, intimo della famiglia Mongelli), pedina di scambio per convincere l’allora numero uno dell’Ente Fiera ad accettare la sfida di Palazzo di Città.

Risiko edilizio (P.F, St)

D’altronde i numeri della Foggia della sua Giunta (che non è solo lui, le responsabilità sono condivise) sono quelle 11 gru erette nelle zone periferiche, alcune testimoni di una cementificazione che coinvolgerà acclarate aree archeologiche, mortificando una volta di più una storia passata certamente migliore della presente. Sono quelle 300 tonnellate di spazzatura nelle strade, i 19 morti ammazzati dall’inizio dell’anno (il ventesimo, ieri, s’è salvato per pura casualità). Sono i beni confiscati finanziati dalla Regione Puglia e regalati a progetti impossibili solo per inerzia di una tecnostruttura svogliata o, peggio, personalmente interessata. Tutta roba, questa, che non trova riflesso nelle sentenze della Corte dei Conti. Mai nessun Tribunale obbligherà il sindaco Mongelli, gli assessori, i consiglieri di maggioranza e quelli di un’opposizione forse ancora più colpevole dello sfacelo, arenata sul ‘contro’ per mera presa di posizione, a ripulire la città partendo dal rispetto del ciclo dei rifiuti, dalla sostenibilità che è un cavallo di ritorno in positivo eccezionale per tutte le generazioni presenti ed avvenire. Nessuna sezione foggiana, romana o barese s’esprimerà mai sull’apnea di legalità. Ed anzi, è stato dimostrato che chiedere questi diritti, a titolo di cittadinanza o di informazione, suscita addirittura fastidio fino alla messa all’angolo.

Nel frattempo, sotto le mentite spoglie della responsabilità civica si assumono decisioni scomode ed impopolari. Nell’era del capitalismo spinto, del lavoro che non c’è, della crisi e degli indignados, questo discorso si traduce nel solito gioco a perdere a danno degli ultimi. Perché, vien da sé che, per quanto giusti, l’aumento della Tarsu e il piano parcheggi colpiscono in egual misura il disoccupato ed il manager. Con la differenza che, ogni euro sborsato, per il primo è un tarlo su quale alimento o bevanda non consumare nei giorni a venire, per il secondo una formalità meccanica. La rabbia giornaliera contro il Palazzo cove proprio in questa disparità. Una disparità che, nell’assenza di formazione legalitaria, piuttosto che generare una consapevolezza di classe che sfoci in proposta, si tramuta in inquietudine sommaria, rancore di massa, delinquenza comune.

Non è il caso di gettare tutta la croce addosso ad un singolo uomo. L’arrancare di Foggia è storicamente comprovato da una sedimentazione antica di malvezzi e cattive pratiche. Quel che è certo è che non è sufficiente essere un buon padre di famiglia per governare Foggia e che non basta godere di buona fama per divenire, in un sol colpo, un ottimo amministratore. E’ vero invece, come Mongelli spesso ripete, che è il momento delle decisioni difficili. E allora, ad iniziare sia proprio lui, primo dei cittadini. Non certo facendosi fotografare in bicicletta mentre si reca in Comune o in asemblea con i lavoratori in mobilità. La demagogia avvelena i pozzi della democrazia. Piuttosto, il sindaco imbracci il mitra politico della trasparenza polverizzando questa giunta immobile e dando forma ad una squadra nuova, scevra d’ogni polemica (non c’è più tempo per rispondere a tutti) e quello legalitario dell’onestà in merito alla questione rifiuti ed appalti, se necessario anche affidandosi ai Tribunali ed alle forze inquirenti. Perché, inutile negarlo oltre, quello delle strisce blu è realmente l’ultimo problema.

p.ferrante@statoquotidiano.it
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Il futuro di Foggia nelle scelte di Mongelli ultima modifica: 2011-10-25T16:44:58+00:00 da Piero Ferrante



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Commenti


  • Redazione

    “A seguito dell’approvazione illegittima ed illegale del Piano delle alienazioni e del riequilibrio di bilancio con contestuale approvazione della variazione al bilancio di previsione 2011,avvenuta nel corso del consiglio comunale del 24 ottobre 2011,i consiglieri di opposizione di centrodestra indicono una conferenza stampa per mercoledì 26 ottobre c.m.,dalle ore 11,00,presso la sala consiliare del comune di Foggia”.

    Foggia 25 ottobre 2011, i consiglieri d’opposizione


  • Spartaco

    Caro sindaco, da votante a votato.
    Ti dò del tu perchè mi è più semplice, dato che tu, sin dall’inizio della tua campagna elettorale, hai invitato tutti a farlo.
    Due anni dopo quei giorni incredibili, credo sia ormai giunto il momento di fare chiarezza. La città che tu amministri è nelle mani della criminalità organizzata, scossa dall’impunità, sporca ed imbruttita. La gente per strada è incattivita. Forse tu, caro Gianni, non cammini in strada da troppo tempo. Un buon sindaco deve staccare gli occhi dalle carte e la mente dai ricatti dell’economia, e rivolgerli agli elettori. Che sono, innanzitutto cittadini, portati di emozioni e di sensazioni. Bene, Gianni, quella città che esisteva vent’anni fa, la bontà del foggiano che, pur nella sua spavalderia trovava sempre il modo di stupirti con un’azione dalla dignità unica, non c’è più. Sono stati i rifiuti a seppellirla. Quelli, e le pistolettate, le coltellate, le zuffe, i pugni, le urla, i piccioni scagliati in aria.
    Gianni, negli occhi dei foggiani resta soltanto un fiume di rabbia. Come una scarica elettrica, un lampo che accieca. Non c’è motivo per essere cattivi, eppure lo si è. E’ la paura a dettare gli equilibri sociali. Vali sulla scorta della rudezza dello sguardo, di quanto sei capace di chiudere le O, delle bestemmie che pronunci ogni giorno.
    Perdonami, so che non è colpa tua, caro Gianni. Ma sono stanco di accampare scuse per chi detiene, ogni giorno, nelle mani il potere. Quando si tratta di povera gente, di martoriati dalla crisi e dalla società, nessuno concede sconti. Ed allora è giusto che nessuno lo faccia a voi. A te e a chi ti circonda, con la boria di chi si crede invincibile.
    Gianni, forse non te ne sarai accorto, e forse la redazione non pubblicherà mai questo commento di modo tale che abbia rilevanza (anche se, ammetto, questo è il giornale che mi intriga di più attualmente, in provincia),. In tutti i modi sappi che la tua città, quella che tu amministri e che ti sta sfuggendo di mano, sta letteralmente morendo.
    Vista la tua sensibilità, che, scusami ma concordo con Ferrante, non serve a nulla al governo, prenditi la briga di comunicarlo ai tuoi assessori. A quelli che non vogliono farsi da parte per presunte motivazioni morali. Per favore, comunicalo ai tuoi consiglieri di maggioranza, tanto bravini in campagna elettorale, quanto latitanti nel post. E, ancor di più, comunicalo a quegli scalcagnati che si fanno chiamare opposizione. Sono loro che hanno determinato le assunzioni, sono loro che, novelli napoleoni, hanno architettato colonie di lavoro clientelare per originare cuscinetti d’elettorato tali da garantirsi l’elezione. Questa sovrabbondanza di numeri degli assunti deriva, comunicalo loro e a quelli che difendono il cilibertismo, dal rigonfiamento dei numeri degli assunti durante le campagne elettorali del passato.
    Soprattutto, renditene conto tu. Hai gli occhi aperti ma lo neghi anche a te stesso, ringhiando contro chi ti sprona con critiche positive e limitandoti ad un mesto guaito nei confronti di quanti offendono la città.
    Gianni, fai un atto di coraggio. Consegna in Tribunale i libri contabili e ricominciamo da zero. E, come c’è scritto nel pezzo, denuncia. Le tue mani sono certamente legate. Dalla politica certo, dato che il Pd ti monitora costantemente. Ma anche da sopravvivenze criminali e criminose. Denunciale e dimettiti recitando, in aula, l’IO SO di Pasolini l’attimo dopo aver approvato il Pug.

    Così, ma solo così, caro Gianni, ci avrai tutti di nuovo con te. IN caso contrario, sarai il solito sindaco da quattro soldi cui siamo abituati, schiavo dei partiti e del mattone, che, vedi Ciliberti, la Storia ricorderà più come ‘periodo’ che come uomo.


  • Spartaco

    Io so.
    Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
    Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
    Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
    Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
    Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
    Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
    Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
    Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
    Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
    Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
    Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
    Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
    Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
    Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
    Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
    A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
    Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
    Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
    Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
    Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
    Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
    All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
    Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
    Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
    È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
    Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
    Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
    La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
    Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
    Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
    Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
    Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
    L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
    Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
    Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
    E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
    Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
    Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.


  • Salvatore Speranza

    Caro Piero, riconosco nel tuo articolo tutta la portata del bene che, nonostante tutto, provi per la tua, la nostra, città … ed ovviamente rivedo nella tua utopia la mia …


  • Redazione

    Grazie Salvatore… (Pf)

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