CulturaMacondo
Numero 151. In collaborazione con Marilù Oliva. Questa settimana recensioni di "I dodici bambini di Parigi" e "Rosso caldo". Intervista a Elettra Stamboulis

Macondo – la città dei libri


Di:

Logo macondo“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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Nel nome del sangue
di Piero Ferrante
i-dodici-bambini-di-parigi-frontOgni epoca ha i suoi lunghi coltelli. Anno del Signore 1572, mese di agosto, Parigi. È la notte di San Bartolomeo, quella tra il ventitré e il ventiquattro. È la notte più lunga di tutti i tempi, una notte in cui anche le stelle se ne restano nascoste, perché ad ardere sono i fuochi che gli uomini hanno acceso sulla Terra. La Francia è senza pace. Sul sagrato di Notre-Dame, sui ponti che guardano la Senna, dall’alto dei colli che dominano l’Ile, gli déi non s’incontrano: guerreggiano. Dopo la battaglia di Lepanto, i cattolici cercano sangue, lo bramano. Come squali, annusano i nemici, li trasformano in prede, li cercano, li stanano. L’ordine passa per la repressione, è la Morte stessa a imbracciare le armi e a decretare chi resta e chi va. Così vuole il Re: che nel sangue anneghino i più eminenti tra gli ugonotti. E poco importa che, un pugno di ore prima, Margherita di Valois sia andata in moglie al protestante re di Navarra, Enrico III di Borbone. Un matrimonio a tinte cremisi, rosso come il sole al tramonto della civiltà. A quella cerimonia è stata invitata anche Carla, donna tenace, musicista di viola, incinta di nove mesi. Non può immaginare che, per lei e per Amparo, sua figlia, Parigi sarebbe stata una corsa contro il tempo, una sfida, una scommessa, una partita a poker con in gioco la vita stessa. Al tavolo da gioco, al suo posto, si siede Mattias Tannhauser, suo marito. In una città diventata un dedalo di dolore, cerca la moglie, rapita da Grymonde, monarca grottesco della grottesca Cuccagna. Tra complotti e perversioni, Mattias, a capo di un esercito improvvisato e raccogliticcio fatto di stallieri e bambini, lastrica il suo cammino di viscere, bile, vomito e sangue, calpestando la morale e dimenticando il limite.

Pare leggenda, un semplice racconto, un abbozzo della sceneggiatura d’un film hollywoodiano. E invece è tutta un’altra storia, è “I dodici bambini di Parigi” (Multiplayer.it, anno 2014), è Tim Willocks. Ovvero, la mano sinistra del Demonio che scrive invasata. Un genio assoluto del male che compone letteratura servendosi d’un calamaio intriso dello zolfo dell’Inferno più profondo. Già, perché in pochi, come lui, sanno mappare e percorrere i carrugi della cattiveria dell’animo umano, quelli che pendono verso il mare della distruzione, con vista privilegiata sulla brutalità. Un mare infuocato, un mare rosso sangue, un mare che assorbe i corpi, che priva dell’innocenza primordiale chiunque vi si bagni. Un mare il cui iodio è iodio esiziale, fatale, iodio che penetra e, penetrando, corrompe.

Ne “I dodici bambini di Parigi”, un librone che condensa la certosina precisione del romanzo storico e la sospensione ansiogena del miglior thriller all’americana, Willocks traccia l’anatomia della violenza. Un romanzo crudele, gotico, spietato, cattivo, in cui ogni parola è la voce inquietante di un coro eterno che intona inni al male assoluto. Un libro estremo e incontrollabile, che assorbe, incolla, inchioda, incatena. Un libro oltrepassa tutti i confini, scavallando nel regno della totale devastazione, dove la civiltà non vale più e la sola regola è la vendetta. Leggendolo ci si spoglia d’ogni bontà, si percorrono con Tanhauser strade stupore, dove anche le bambine battono per qualche spicciolo e la moralità è uno straccio abbandonato a marcire in un angolo desolato.

Tim Willocks, “I dodici bambini di Parigi”, multiplayer.it 2014
Giudizio: 3.5 / 5 – lasciate ogni speranza voi ch’intrate

Da leggere ascoltando: Stratovarius, “Destiny”
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∞ Rosso caldo ∞
di Marilù Oliva
downloadTitolo: Rosso Caldo
Autore: Patrizia Rinaldi
Editore: E/O
Il libro: Anche nel commissariato di Pozzuoli arriva la primavera piovosa e fredda: il commissario Martusciello rimpiange la capacità di memoria degli anni passati, la sovrintendente Blanca vive una crisi amorosa con l’ispettore Liguori, l’agente scelto Carità è tornato nei suoi silenzi. Dovranno dimenticare le loro irrequietezze per occuparsi di due omicidi; le vittime lavoravano nello stesso ufficio postale di zona, ma questo pare l’unico legame, perché le morti si riferiscono a contesti diversi: spiriti e voyeurismo pseudoartistico da una parte e crimine di rapine e ricatti dall’altra. Intanto Gianni Russo, il padre di Ninì, la figlia adottiva di Blanca, in carcere per aver confessato l’omicidio della moglie, scappa dall’ospedale dove è ricoverato. Cerca Ninì e la fa sprofondare di nuovo nell’incertezza da cui la ragazza si sta liberando. Il rapporto tra Blanca e Ninì si incrina, Russo ferisce gravemente il commissario Martusciello e le vite di tutti si frantumano.
Uscito: giugno 2014
Pagine: 224
ISTRUZIONI PER L’USO
Categoria farmacologica:
Giallo e molto altro
Composizione ed eccipienti:
Una sinestesia che parte dal titolo e finisce sulle mani di Blanca, la sovrintendente non vedente del commissariato di Pozzuoli, alle prese con due omicidi. Una città sempre presente con la sua prepotenza ammaliante e il retrogusto della parlata che si insinua con musicalità in uno stile già bello e accogliente. Poi troverete personaggi indimenticabili, alcuni – non tutti – che proseguono dagli esordi della serie. Coi loro nomi caratteristici e unici: Carità, Mariarca, Martusciello. E, naturalmente, la straordinaria Blanca e la sua forza di madre, di sovrintendente, di donna
Indicazioni terapeutiche:
Ricostituente per andare avanti egregiamente e nonostante.
Consigliato a tutti, benefico per:
– Chi non è allenato nel rimediare ai danni.
– Chi si sente meno. Meno forte, meno desiderata/o, meno capace.
– Chi, come Mariarca, dorme col respiro pesante.
– Uomini che non capiscono le femmine ma intanto portano avanti una bigamia
– Chi non è mai stato figlio. Ma anche chi lo è stato, finalmente.
– Chi si sente unico e incompreso.
Controindicazioni:
Poco indicato (ma curativo anche per) chi soffre di mutagnola (parsimonia di parole)
Posologia, da leggersi preferibilmente:
Senza credere alle maledizioni
Effetti indesiderati:
In alcune notti ascolterete il rumore degli spiriti, come accade ad Alina. Ma nessun timore: forse nemmeno esistono.
Avvertenze:
Cautela verso chi si sento unico e incompreso.
La recensione è tratta da il Bugiardino, sezione de il LIBROGUERRIERO, blog della scrittrice Marilù Oliva
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IL FORO DI MACONDO. INTERVISTA A ELETTRA STAMBOULIS, SCENEGGIATRICE E SCRITTRICE
a cura di Piero Ferrante

Arrivederci_Berlinguer_-_Becco_GialloElettra Stramboulis, il tempo passa, le stagioni cambiano, le idee sono sempre più labili, il virtuale sta sostituendo la realtà, gli uomini passano prima ancora di essere vissuti. Eppure voi a Berlinguer non dite addio, ma arrivederci. (recensione di “Arrivederci Berlinguer” tratta da Macondo del 17 gennaio)
Addio si dice quando si pensa che non ci si rivedrà mai più. Oppure si rimanda a un momento dopo la morte, no? Arrivederci ci piaceva, perché indica un’aspettativa, un appuntamento. E le idee di Berlinguer, non tutte ovviamente, ma una bella parte, per me sono ancora lì che aspettano nuovi interpreti. E poi ricordava Allonsanfan dei Taviani e Arrivederci ragazzi di Malle, due film che amo molto

Che cosa significa raccontare oggi un uomo come Enrico Berlinguer? Che cosa vuol dire narrare, in epoca di sovraffollamento d’immagine e di parole, la vicenda umana di un uomo come Berlinguer, che viceversa faceva della misurazione la sua caratteristica umana principale?
Il libro racconta di Berlinguer, ma lo fa da un’angolazione personale. Dal presente: non aveva senso fare né una biografia secca a fumetti (ci sono altri mezzi molto più efficaci), né un cammeo. E’ una scomposizione che parte dalla domanda cosa è venuto dopo, perché ci sentiamo così orfani. Poi tutto quello che viene detto o fatto da Berlinguer personaggio è storia: talmente storia che ci ha scritto Bobo Craxi per chiederci come facessimo a sapere dell’incontro tra suo padre ed Enrico, a cui era presente anche lui bambino, a S. Siro. Però questi frammenti, che sono ovviamente una scelta che ricostruisce una precisa vicenda politica e biografica, costruiscono un mosaico fatto di molte omissioni, di precise selezioni, perché l’intento è proprio rispondere a questa domanda. Poi è vero che misurarsi con la biografia di Enrico non è facile, perché era ostinatamente e coerentemente silenzioso sul privato (e per una storia è terribile!), non ha fatto una vita propriamente avventurosa (e per il fumetto è sconcertante) per cui sono altri gli aspetti messi in evidenza. In parte ci siamo concentrati anche su questa misura di cui tu parli.

Il tuo graphic è pieno di momenti forti ed immagini altrettanto evocative (in questo è stata fondamentale la bravura di un partner come Gianluca Costantini). Qual è quella che vi ha suscitato maggior emozione raccontare?
Per me la gioventù di Berlinguer, sicuramente. Quella parte omessa dalla biografia ufficiale, la partecipazione all’assalto ai forni, l’amare le Harley, e il suo essere profondamente ironico (nel racconto di Pontecorvo). Questi angoli meno esplorati. Ma in generale studiare con attenzione le sue parole è stata la scoperta di una mente riflessiva e analitica, che niente lasciava alla faciloneria e allo slogan.

Il ricordo: Elettra Stramboulis e i suoi funerali di Berlinguer.
Beh, questo l’ho raccontato, avevo 13 anni e fu la mia prima manifestazione consapevole. Anche se avevo cominciato in fasce a partecipare a manifestazione, marce, riunioni fiume, occupazioni. I miei erano studenti a Bologna e c’era la dittatura in Grecia, e io ero con loro sempre. Allora poi era abbastanza comune portarsi i bambini ovunque. Ricordo di quella giornata soprattutto tanti signori che mi sembravano vecchi con i cappelli di carta in testa e la canottiera. Pensavo, ma non potevano mettersi più eleganti? è sempre un funerale. Ma non lo dissi a nessuno.

Un pezzo o un album su cui leggere “Arrivederci Berlinguer”
Ad un certo punto Berlinguer canta nel libro. Non sappiamo esattamente la canzone che cantò un po’ alticcio alla fine di una riunione fiume, ma sappiamo che era una canzone sarda. Allora Maria Carta, che fa parte della collezione dei dischi che i miei avevano quando ero bambina e che penso che anche lui amasse.

Con il ritorno di Macondo, abbiamo ancora più bisogno di sentire la vostra voce. Inviateci suggerimenti, critiche, proposte, consigli a p.ferrante@statoquotidiano.it

Macondo – la città dei libri ultima modifica: 2014-10-25T16:34:06+00:00 da Piero Ferrante



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