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Sono già 55 le vittime di femminicidio nei soli primi cinque mesi del 2016

E la bella principessa sposo’ il suo principe

Le donne sanno essere terribili, nelle relazioni logorate, quanto e più dei maschi

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Sono già 55 le vittime di femminicidio nei soli primi cinque mesi del 2016. Quarantatré di questi omicidi, secondo l’istituto di ricerche economiche e sociali Eures, sono avvenuti all’interno del nucleo familiare, e la metà (27) all’interno della coppia. Il dato è in diminuzione rispetto alle 63 donne uccise nello stesso periodo dell’anno scorso. Nel 31,3% dei femminicidi l’assassino si è poi tolto la vita, nel 9% ci ha provato senza riuscirci.

Il termine femminicidio è una definizione criminologica precisa, usata per la prima volta da Diana Russell nel 1992, nel libro “Femicide: The Politics of woman killing”. La parola “femminicidio” nomina la causa principale degli omicidi nei confronti delle donne e cioè una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna perché donna. In questi casi secondo Russell l’omicidio rappresenta “l’esito e la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine”. Il femminicidio (o la violenza di genere), praticato trasversalmente alle classi sociali, alle età e al livello d’istruzione, è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo.

Nella quasi totalità dei casi non siamo di fronte al culmine di una violenza che esplode inspiegabilmente, ma a un aggressore che ha già rivolto la sua violenza contro quella o altre donne, in molte altre forme. Per esempio, un marito che uccide la moglie quasi sempre l’ha vessata per anni, e spesso un ex che uccide “per gelosia” ha tormentato, controllato, ossessivamente perseguitato una donna che cercava di sfuggirgli. Molti di questi uomini non hanno diagnosi psichiatriche specifiche. Non è la “pazzia”, il raptus momentaneo la causa di una violenza che, al contrario, si nutre di sé nel tempo. E’ un problema degli uomini, la cosa stramba è che se ne parli soprattutto tra donne! Le pene per chi commette questi tipi di reati, dal mobbing, alla violenza domestica, al femminicidio sono spesso indulgenti. Patteggiamenti, permessi premio, domiciliari.. Raramente si rischia l’ergastolo, a meno che non sei un extracomunitario, certo. Il peso del reato pare il doppio agli occhi dell’opinione pubblica.

I media parlano ancora di raptus, passione tormentata, estrema gelosia (miti dell’amore romantico che vengono così bene in televisione..); invece che di potere, violenza e possesso (concetti meno romantici, meno telegenici, brutalmente reali). Le strade da percorrere ce le ripetiamo all’infinito: l’impari rapporto di potere fra donne e uomini è alla radice di questa violenza. Sono indispensabili politiche mirate, azioni di lungo e di largo raggio, educazione affettiva nelle scuole e prevenzione; ma anche contrasto alla discriminazione in qualunque forma, autonomia economica femminile, imprescindibile; e servizi di welfare funzionanti nonché il riconoscimento generale dell’inviolabilità del corpo femminile e dell’autodeterminazione di ciascuno. La legge “che punisce” può marginalmente, e spesso, come detto, lo fa pure male.

Smontiamo gli stereotipi e un milione di luoghi comuni culturali. Giochiamoci, facciamolo da piccoli! Perché ai maschietti ancora si dice “non piangere come una femminuccia!” e alle bambine “ti comporti come un maschiaccio!”. Come se l’intelligenza emotiva degli uni e delle altre dovesse essere monca di qui e ipertrofica di lì perché i ruoli di genere vanno recitati sempre allo stesso modo.. Le principesse sanno di dover essere belle e i principi valorosi e forti.

Molte principesse si sono scocciate da tempo di dover essere belle per rispondere all’immaginario altrui. Noi, le principesse, la nostra rivoluzione culturale nel bene e nel male (molto nel bene perché era assolutamente necessaria) l’abbiamo incominciata, pochi decenni fa. I principi sono in crisi da tanto tempo perché hanno compreso come siano complessi i rapporti di potere nelle relazioni tra i generi, al di là di come recita la cultura tradizionale. Della “loro” rivoluzione culturale… nemmeno l’ombra. La dipendenza atterrisce i maschi e può tradursi in violenza; sempre meno “costosa”, paradossalmente, dello sperimentare la via dell’autonomia personale.

Le donne sanno essere terribili, nelle relazioni logorate, quanto e più dei maschi. Ma le statistiche continuano a parlar chiaro: una donna uccisa ogni due, tre giorni in Italia. C’è uno squilibrio nella violenza fisica a netto svantaggio delle donne, ma che la dice altrettanto lunga sull’autentica debolezza maschile. E’ il 25 novembre ogni volta che riusciamo a proporre ai bambini e agli adolescenti, noi come adulti di riferimento, modelli di relazione possibile. L’esempio è modello, e questo rimane invariabile. E’ il 25 novembre ogni volta che si riesce a terminare una relazione senza che le persone vadano in pezzi, o pensino anche solo inconsciamente che ciò potrebbe accadere.
#indipendenti (dentro) per amarsi di più.

(A cura di Vittoria Gentile, Manfredonia 24.11.2016)



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Commenti


  • vittoria gentile

    Bussole molto concrete per orientarsi.
    “Ciò che permette di distinguere un litigio dalla violenza domestica, prima che le botte e le parole offensive, è l’asimmetria della relazione: in un conflitto di coppia l’identità di ognuna/o è preservata, l’altro viene rispettato in quanto persona. Mentre questo non accade quando lo scopo è dominare o annichilire l’altro”.
    M. France Hirigoyen

    Insomma, non sono i conflitti il problema (a tutti capita di essere in conflitto, è normale) bensì che non si sia alla pari ma dentro una relazione asimmetrica con un altro che ti soverchia. Il 25 novembre è la quotidianità.

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