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A cura di Antonio Del Vecchio

La “Shoah” attraverso le opere di Nick Petruccelli e il racconto di due deportati in Dachau

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Rignano Garganico. Domani, 27 gennaio 2017, niente mostra di Nick Petruccelli sulla Shoa, a San Marco in Lamis. In compenso, però, metterà a disposizione la sua casa – museo di Porta San Severo, a cui tutti potranno accedere gratuitamente, per ammirare i suoi capolavori sul tema, apprezzati in ogni dove sia dai critici, sia dal grosso pubblico dei visitatori online( si veda sito : www.nick petruccelli.it). Tra i testimoni diretti ed indiretti del “massacro” degli ebrei nei forni crematori di Dachau ci furono anche militari rignanesi e sammarchesi. Di essi, alcuni riuscirono a tornare, altri ci rimisero la pelle *.

Ecco la storia di due militari: il primo, rignanese, deceduto nel campo di prigionia; l’altro , sammarchese, scampato dall’ inferno. Entrambe stanno nel volume di chi scrive “Io Parto non so se ritorno”, Circolo Culturale “G.Ricci”, 2014, pp. 23 e 49.

”…Giovanni D’Angelo, nato a Rignano Garganico il 21 / 8 / 1913. Attivo sul fronte greco – albanese, fu fatto prigioniero dai Tedeschi durante quei tragici e confusi giorni che seguirono all’Armistizio dell’8 settembre 1943. Tradotto in Germania, Giovanni venne destinato come tanti altri commilitoni ai lavori di manovalanza comune (case, fabbriche, strade, ecc.) o ai ‘forzati’ (nelle miniere di carbone o di altro genero). Spesso la destinazione all’uno e all’altro impiego dipendeva dalla “buona stella”, ossia dalla simpatia che più o meno riscontrava presso i carcerieri di turno. A Giovanni capitò il peggio, forse perché era longilineo e delicato di salute o forse perché presentava in apparenza un aspetto indipendente e scanzonato. Infatti, andò a finire nei campi di autodistruzione e sterminio, appunto a Dachau. Qui per circa due anni è soggetto ad ogni forma di vessazione e sfruttamento: sveglia alle quattro e poi via al lavoro, fino al tramonto del sole, in un vasto appezzamento di terreno ubicato in contiguità al campo medesimo. Di buono c’era che qui non v’era l’oppressione delle fantomatiche torri di controllo che vigilavano a distanza. Vi si coltivavano cipolle, patate, basilico, sedano, prezzemolo, ecc. Tutto questo serviva per sfamare migliaia e migliaia di compagni di disavventura. La fame si faceva sentire come non mai. Fu questo uno dei primi motivi a spingere alcuni a progettare la fuga e tra questi il militare rignanese. Altra degna motivazione fu l’illusione – desiderio di trovare al di là del filo spinato i salvatori americani. Tale voce circolava da più giorni nel campo attraverso l’infallibile passa-parola. A conferma interveniva il rombo degli aerei che di tanto in tanto sfrecciavano a vista nel cielo sovrastante. Cosicché all’alba del giorno stabilito per la fuga un consistente gruppo di “internati” all’improvviso lasciò il grosso della folla dei prigionieri diretti al lavoro e si avviò di corsa verso il recinto. Pensavano di aprirsi un varco verso la libertà con alcune rudimentali cesoie che, per giorni, avevano nascoste in qualche ascosa parte degli abiti. Non fecero neppure in tempo a toccare la rete metallica che furono investiti da una fitta pioggia di proiettili sparati all’impazza dalle guardie. Fu una carneficina! I loro corpi, vivi o morti che erano, furono immediatamente trascinati fino alla fossa comune, scavata di recente, e lì deposti scomposta mente. C’era l’ordine tra le SS di far sparire ogni traccia dei loro misfatti, delle loro atrocità.

È quanto di verosimile accadde nelle primissime ore del tragico 3 aprile 1945, ossia poco meno di quattro settimane dall’effettiva liberazione del campo da parte delle truppe statunitensi e dei loro alleati. Tale racconto ci è stato fatto più volte da un testimone oculare e compagno di prigionia che ora non c’è più. Ogni volta che prendeva a raccontare, gli spuntavano le lacrime agli occhi…”.

Michele Aucello (*) Scampato all’inferno del Lager di Dachau Riportiamo la storia della sua tragica e dolorosa esperienza, raccontataci per filo e per segno quando era ancora in vita. Richiamato alle armi allo scoccare della II Guerra Mondiale, lasciò San Marco in Lamis nei primi mesi del 1940 e venne impegnato come soldato di fanteria nelle operazioni interne. L’8 settembre ’43, giorno dell’armistizio si trovava a Peschiera. Qui venne fatto prigioniero con altre centinaia di commilitoni. Furono fatti salire su un treno merci, sovraccarico di altri infelici, diretto in Germania. Dopo due giorni di massacrante ed indescrivibile viaggio, giunsero a Dachau dove li obbligarono a scendere per essere internati qualche ora dopo nel famigerato campo di concentramento (in verità di sterminio). Smistati e separati, furono assegnati e sistemati nei vari ‘block’, grosse baracche di legno senza finestre capaci di ospitare sino ad ottocento persone. Per circa un mese fu sottoposto ad una intensa cura ‘dimagrante’, mantenuto in vita con un tozzo di pane di segala e qualche mestolo di brodaglia. A tanto va aggiunta la ‘tortura’ conseguente all’isolamento linguistico in quanto accomunato a prigionieri stranieri di varie nazionalità (Russi, Belgi, Tedeschi, Slavi, ecc.) e all’impossibilità di continuare a mantenere un rapporto epistolare fino ad allora intrattenuto regolarmente con la famiglia e il paese. Insomma cominciò a patire sotto altra veste le medesime pene dell’emigrante: nostalgia e difficoltà di inserimento.

Dopo di che fu trasferito assieme ad altri in un paesino vicino, per la cosiddetta immatricolazione. Qui li fecero spogliare a gruppi e nudi li avviarono, in mezzo alla neve e sotto una temperatura polare inferiore ai 20 gradi, alle docce-latrine situate ad una ventina di metri dagli spogliatoi. Furono sottoposti alla tosatura, alla depilazione, alla disinfestazione ed, infine, alla ‘vestizione’ con rozzi panni da campo. Si passò alla visita medica. Venne subito scartato, perché il suo peso risultò di poco superiore ai quaranta chili. Cosicché, assieme ad una cinquantina di altri derelitti, per via di peso e di malattia, fece ritorno al campo di concentramento. Fu destinato a lavorare sino all’ultimo sforzo e a… morire passando direttamente ai forni a gas, dei quali s’avvertiva l’acre odore di carne bruciata. Lo sfruttamento fu spietato: sveglia alle quattro e poi via al lavoro fino al tramonto del sole in un appezzamento di terreno di una decina di ettari e forse più. Vi si coltivavano varie specie orticole ed erbe aromatiche: rape, cipolle, patate, basilico, sedano-prezzemolo, ecc. Il prodotto serviva ovviamente per sfamare migliaia e migliaia di compagni di disavventura. La fame si faceva sentire come non mai. Un giorno riuscì a mettere in tasca sei piccole patate. Ma fu scoperto. Il kapò gli fece somministrare con un’apposita mazza di ferro-piombo sei frustate sulla schiena. Sono dolori che avvertì sino alla fine dell’internamento e che lo facevano rabbrividire ancora dopo settant’anni dal triste evento. Ai forni crematori non c’era mai stato, ma ebbe notizia di quanto avveniva dai suoi compagni di baracca. Erano cose terribili ed indicibili ciò che gli raccontavano. Lo spettacolo quotidiano che di tanto in tanto riusciva a captare erano i camion carichi di decine e decine di cadaveri o di moribondi ammassati alla rinfusa diretti alla distruzione. Gli assicurarono che i soggetti appartenevano soltanto alla razza ebraica. Per mesi e mesi riuscì a resistere e a superare ogni fatica ed ogni sopruso. Finalmente giunse il giorno fatidico della liberazione: il 28 aprile 1945. Gli Americani fecero fuori o prigioniere le guardie tedesche. Nessuno si accorse di niente, disperati com’erano. Lo notarono soltanto qualche giorno dopo al rancio che venne loro somministrato: pasto abbondante a base di carne e cioccolato. Il 28 maggio era in Italia, a Bolzano, ed il giorno successivo a San Marco, dove poté finalmente riabbracciare i suoi cari dopo due anni di completo silenzio. Nel 1982, ai sensi della legge 791/80, venne riconosciuto ‘ex – deportato’ e gratificato con un vitalizio. Un “miracolo” economico che accadde dopo 38 anni di sofferta attesa. Alcuni anni dopo gli fu conferita una medaglia al valore con targa. Un evento altrettanto miracoloso, che accettò con viva gratitudine, anche se giunto come l’altro con estremo ritardo.Insomma, meglio tardi che mai! Ora Michele non c’è più.

*Sta nel libro Mai più /Testimonianze di Internati Militari Italiani scampati ai lager nazisti, Foggia, Regione Puglia – Crsec, 2008, pp.76 – 77. Militari sammarchesi deceduti nei lager: Bonfitto Antonio (classe 1924), Centola Michele (1913), Iannantuono Gabriele (1919), Nardella Gabriele (1910), Nardella Michele (1916) e Rago Pasqualino (1915).

(A cura di Antonio Del Vecchio, Rignano Garganico 26.01.2017)

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La “Shoah” attraverso le opere di Nick Petruccelli e il racconto di due deportati in Dachau ultima modifica: 2017-01-26T14:42:49+00:00 da Redazione



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Commenti


  • per non dimenticare

    Sono due delle tragiche storie delle centinaia di migliaia di poveri soldati italiani mandati al macello (in Africa, in Russia, in Grecia) dal megalomane in camicia nera, il meschino opportunista privo di ideali e di principi, truce con i deboli, spavaldo e codardo con quelli più forti di lui.

    Purtroppo, il mondo va a rovescio e noi abbiamo la tendenza a dimenticare che cosa fu quella guerra, che cosa essa rappresentò in termini di vite umane e di inaudita ferocia, distruzioni e umiliazioni.

    I nostri soldati spesso combatterono in situazioni disperate, agli ordini di capi incompetenti, privi di equipaggiamento, di armi e di munizioni, in carri armati scatole di sardine, in aerei libellule, in navi prive di radar e di copertura aerea, senza autonomia, al servizio delle armate germaniche.

    Da noi non si è mai avuto un processo di Norimberga, né si è mai aperto un serio dibattito su che cosa realmente rappresentò il fascismo e sul male che causò al popolo italiano.

    Alla fine furono assolti tutti, i grandi profittatori di guerra, tanti industriali e gerarchi, e i responsabili di massacri e stragi (per esempio, in Etiopia e in Libia), insieme con un certo numero di falsi partigiani dell’ultima ora che si macchiarono anche di crimini comuni.

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