ManfredoniaSpettacoli
A cura di Annapina Rinaldi

Manfredonia, al Dalla la riscrittura in salsa pugliese di “Miseria e Nobiltà”

Il lieto fine coincide infatti con il ristabilirsi della verità

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Manfredonia. Spazio alle risate d’autore in un Teatro Lucio Dalla quasi completamente pieno per “Miseria e Nobiltà”, classico senza tempo firmato Eduardo Scarpetta, attualizzato dalla riscrittura in salsa pugliese di Francesco Asselta e Michele Sinisi che ne ha curato anche la regia.

La storia la conosciamo tutti: il marchese Eugenio Favetti è innamorato di Gemma, figlia di Gaetano Semmolone, cuoco arricchito con manie di grandezza e suo padre, il marchese Ottavio, non approva il matrimonio. Per mettere il padre di fronte al fatto compiuto, Eugenio propone a Felice Sciosciammocca, scrivano povero in canna, e al suo altrettanto spiantato compare Pasquale, con moglie e figlia al seguito, di presentarsi a casa di Gaetano spacciandosi per i suoi illustrissimi parenti e benedire l’unione con Gemma. L’escamotage regge finchè Bettina, moglie abbandonata da Felice e domestica di casa Semmolone, non scopre la vera identità del marito. Il finale sarà tuttavia lieto, non solo per Gemma ed Eugenio.

Mettere in scena Miseria e Nobiltà significa inevitabilmente confrontarsi con la versione cinematografica del 1954 e col Felice Sciosciammocca di Totò, entrati nell’immaginario collettivo col loro bagaglio di battute e scene storiche. I famosi spaghetti al pomodoro messi in tasca travolgono letteralmente i protagonisti sul palco e la “lettera al compare nepote” viene confusa da Pasquale e Felice (Ciro Masella e Gianni D’Addario) prima con quella di Troisi e Benigni a Savonarola poi con quella dei fratelli Caponi in “Totò, Peppino e la malafemmina”, creando un’interessante parentesi metateatrale con tanto di incursione del regista sul palco.

L’inizio dello spettacolo risulta in verità un po’ faticoso, forse per lo spiccato dialetto pugliese che non ci si aspetta in questo testo, forse per l’inevitabile aggressività con cui Concetta e Luisella, l’amante lombarda di Felice, si rapportano ad un destino che le ha volute povere e dipendenti da uomini irresponsabili. Poi la compagnia si fa più numerosa e fresca, l’intreccio della commedia prende piede e il pubblico inizia a ridere di gusto. Tuttavia lo sfondo resta sempre quello amaro della povertà che nella prima parte a casa di Felice è rabbia, cupezza e vera e propria fame di cibo, e nella seconda, ambientata nella scintillante casa del parvenu don Gaetano, diventa miseria di persone che, seppur nobili, fondano ogni tipo di rapporto umano sulla menzogna.

Il lieto fine coincide infatti con il ristabilirsi della verità: anche dopo aver scoperto l’identità di Felice, Pasquale & company, il marchese Ottavio acconsente al matrimonio di Eugenio e Gemma perché si scopre che anche lui era innamorato di Gemma e frequentava casa Semmolone sotto mentite spoglie. Molto originale è questa scena in cui il bravo Gianluca delle Fontane interpreta contemporaneamente i due marchesi Favetti vorticando in un armadio.

Si innamorano anche Pupella, figlia di Concetta e Pasquale ed il fratello di Gemma, personaggio aggiunto da Sinisi, Pasquale e Concetta ritrovano la passione sopita e Felice si riconcilia con Bettina in una sorta di trionfo dell’amore popolare e un po’sboccato, ma finalmente vero. E nemmeno l’arrivo di Luisella, ormai abbandonata da Felice, metafora della nostra incapacità di sorridere alla vita, riesce a rovinare la festa.

Il drappo bianco che nella finzione aveva distinto casa Semmolone da casa Sciosciammocca può cadere, e pazienza se Felice, Pasquale, Concetta e Bettina tornano alla miseria a loro “basta sapere che il pubblico è contento”: la voce di Totò scandisce la famosa ultima battuta, buio, applausi a scena aperta.

(A cura di Annapina Rinaldi, Manfredonia 26.02.2017)



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