Economia
Tra novembre 2015 e lo stesso mese dell’anno scorso -21,2 miliardi di prestiti alle imprese

Nonostate quantitative easing, crolla l’inflazione e credito a imprese

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Roma. A poco meno di 2 anni dall’avvio dei massicci acquisti di titoli da parte della Banca Centrale Europea (attualmente pari a 80 miliardi di euro al mese), non trovano soluzioni i problemi nell’Eurozona della bassa inflazione e della stretta dei prestiti alle imprese, in particolar modo in Italia.

È l’Ufficio Studi della CGIA a stilare un bilancio del Quantitative Easing (QE), l’operazione avviata dalla Bce il 9 marzo del 2015 con l’intento di riportare il tasso di inflazione al 2 per cento e di ridare fiato all’economia. In meno di 2 anni nell’area dell’euro la Bce ha comprato titoli di Stato per 1.344 miliardi di euro (ultimo dato disponibile al 31 gennaio 2017). I risultati del QE non sono stati particolarmente positivi specie se si considera che, nell’ultimo anno, il livello medio dei prezzi nell’Area dell’euro è cresciuto di appena lo 0,3 per cento. Anche in Germania e in Francia, dove le previsioni di crescita economica per il biennio 2016-2017 sono più favorevoli che in Italia e dove i prestiti alle società non finanziarie sono aumentati negli ultimi 12 mesi, l’inflazione è prossima allo zero (+0,4 per cento per i consumatori tedeschi e +0,3 per cento per quelli francesi).

E in Italia ?

Sebbene la Bce abbia acquistato 222 miliardi di titoli di stato italiani (dati al 31 gennaio 2017 pari al 16,5 per cento del totale), l’inflazione nel 2016 è stata negativa (-0,1 per cento), mentre i prestiti alle società non finanziarie (cioè alle imprese) sono scesi del 2,4 per cento (pari a una contrazione di 21,2 miliardi di euro tra novembre 2015 e lo stesso mese del 2016). “L’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi dell’Euro – precisa il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – ha contribuito a garantire una certa stabilità finanziaria riducendo il costo del nostro debito pubblico, ma è evidente come questa grossa iniezione di liquidità non abbia ottenuto i risultati sperati, tant’è che l’inflazione è ferma, i prestiti alle imprese non ripartono e la crescita economica non trova lo slancio che servirebbe. Insomma, il bazooka di Draghi non ha sortito gli effetti sperati. Una quota rilevante di questi 222 miliardi di euro sono finiti alle nostre banche che, però, hanno preferito trattenerseli, aumentando così il livello di patrimonializzazione come richiesto dalla Bce, anziché impiegarli nell’economia reale”.

Sui risultati del QE e sulla situazione di difficoltà in cui versano le banche, in particolar modo quelle venete, il Segretario della CGIA, Renato Mason, dichiara: “Le regole si stanno assestando sempre più in alto. Prima l’Europa chiedeva alle banche un patrimonio dell’8 per cento degli impieghi; ora bisogna avere il 10-12 per cento circa. In altre parole, la banca per prestare 100 milioni deve avere un patrimonio di oltre 10-12. L’asticella che varia nel tempo per gli istituti di credito è un problema. Infatti, dura da 2 anni la corsa per adeguarsi alle nuove regole europee, applicate con rigidità e nel periodo peggiore, ovvero nel bel mezzo di una crisi. Al di là delle responsabilità, comunque, rimane un fatto; la nostra economia ha bisogno di un sistema creditizio efficiente e attento ai territori, in particolar modo alle piccole e medie imprese che continuano ad essere l’asse portante della nostra economia”.

Nonostate quantitative easing, crolla l’inflazione e credito a imprese ultima modifica: 2017-02-26T15:31:04+00:00 da Redazione



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Commenti


  • Raffaele Vairo

    Con il QE la liquidità immessa dalla BCE nel sistema finanziario (non in quello del sistema reale dell’economia) mediante acquisti di titoli sul mercato mobiliare (azioni, obbligazioni, titoli di Stato e altri titoli, anche tossici), come ho già avuto modo di scrivere su questa testata, ha effetti positivi, più che per le famiglie e imprese piccole e medie, soprattutto sulle quotazioni (prezzi) di questi strumenti finanziari sui mercati mobiliari, nonché sulla struttura dei bilanci delle banche del sistema. Il principale obiettivo dell’operazione è “salvare” i grandi gruppi bancari europei (sotto capitalizzate per effetto soprattutto dei crediti deteriorati) e gli interessi della finanza. Questa “valanga” di denaro in larghissima parte precipita, infatti, sul mercato dei capitali alimentando altre bolle speculative (destinate prima o poi a scoppiare) e solo in minima parte entra nel circuito economico virtuoso dell’economia reale per rilanciare consumi di famiglie e investimenti di imprese. Il QE non ha effetti significativi sulle decisioni di spesa di famiglie (consumi) e imprese (investimenti), ed è inefficace per contrastare la grave deflazione in atto (come gli ultimi dati dimostrano). I consumi delle famiglie sono funzione del loro reddito reale (potere d’acquisto), mentre gli investimenti delle imprese dipendono, com’è noto, non solo dal tasso d’interesse (costo del denaro) ma, essenzialmente, dalle aspettative degli imprenditori (che sono e resteranno ancora a lungo negative) sulla domanda aggregata. La BCE è solo l’ultimo istituto d’emissione a praticare il QE, dopo che da anni ne fanno uso, con diverse modalità, obiettivi e volumi, le banche centrali di Usa, GB, Cina, Giappone e Svizzera. Con questa operazione la BCE vuole evitare, anche, che il tasso di inflazione si allontani troppo dal proprio obiettivo statutario del 2%. La riduzione dei tassi d’interesse, indotta dal QE, se da un lato ha conseguenze positive sul nostro bilancio statale per il contenimento degli interessi sul debito pubblico (che ammontano a oltre 80 miliardi di euro all’anno), dall’altro rende insostenibile il nostro debito pubblico avendo, tra l’altro, con l’adesione all’Euro ceduta la nostra sovranità monetaria e ci rende “schiavi” dei mercati finanziari dominati da poche grandi banche d’affari e d’investimento. Concludendo, questo QE non è in grado di rilanciare la domanda interna (consumi, investimenti), la produzione e l’occupazione, e serve solo a procrastinare le irresponsabili politiche neoliberiste di austerità, causa di disoccupazione, fallimenti d’imprese, povertà diffusa e sofferenze umane e sociali. Per rilanciare l’economia reale non conta la quantità di moneta “emessa”, ma la quantità di moneta “spesa” in consumi e investimenti pubblici e privati. Ciò che ci serve, per rilanciare l’economia e l’occupazione, non sono gli investimenti finanziari ma quelli reali nella produzione di beni e servizi. Per attivare questi ultimi è assolutamente necessario aumentare il potere d’acquisto delle famiglie meno abbienti, abbandonare le demenziali politiche di austerità (imposteci dalla Germania), rinegoziare i Trattati sull’Unione monetaria e aggiungere all’obiettivo statutario della BCE, ovvero la stabilità dei prezzi, anche la lotta alla disoccupazione vero flagello umano e sociale dei nostri tempi.

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