Cultura

I dauni settentrionali (IV) – Signore e Signori


Di:

Università dal ponte sul Sile (FG)

Meolo (Venezia) – DANTE, nel descrivere Treviso, canta E dove Sile e Cagnan s’accompagna… (dove i due fiumi s’incontrano). Il trasloco dal trevigiano al veneziano mi ha portato dalle sponde del Mellema, affluente del Sile, a quelle del Meolo, che si riversa nella Fossetta, questo un emissario del Sile che scorre verso il Piave, quasi a raggiungerlo, e non è stata affatto una scelta a farmi ritrovare ancora con l’acqua fuori della porta. Mentre nel meridione le nonne andavano a risciacquare i panni negli appositi lavatoi pubblici, nel Veneto, le vecie scendevano nei greti, dove era allocati i masselli. I veneti, dunque, occupano una terra ricca di corsi, in cui si specchiano le case e ai quali vanno ad attingere nei periodi di siccità dei campi, che poi non si protraggono oltre qualche mese. In questi incisi, la loro preoccupazione lievita in maniera esagerata e l’allibito emigrato dalla capitanata non può che risentirsene, andando col pensiero all’atavica arsura delle sue terre. Con tutto quel mare pulito che avete – irruppe un trevigiano nel mezzo di una discussione al bar sulla siccità del Tavoliere, gelando gli astanti – chi vi proibisce di prelevarne l’acqua per irrorare i campi?

Tra le false credenze dei veneti sopravvive ancora quella che nella bassa la neve sia un raro evento. Nella loro mappa etnico-discriminatoria, quei dea bassa sono i cittadini stanziati verso sud, una più educata tropologia che sta per terroni, da appaiare a napoletani (dal Po all’ingiù si è tutti terroni e napoletani). In realtà, è più ricorrente che nevichi qualora la temperatura si mantenga sullo zero, che non quando scenda vistosamente, toccando punti di grande gelo come nella pianura padana. Subentra allora nella padania l’affascinante fenomeno dell’aria satura di idrometeore cristalline, la brosa, brina ghiacciata, che cala minuscola a cromare ogni cosa, infondendo un’atmosfera spettrale, sovente scambiata per nevicata dagli inesperti foresti del sud.

Vero è che sulle corona alpestre la neve impera, ma non si dimentichi delle copiose fioccate lungo la colonna vertebrale appenninica fin nella Sicilia, della scenografia invernale del Gargano, delle Murge e della Sila-Aspromonte, la quale ha poco di diverso dal Montello, dai colli Euganei e Berici. Una mentalità diffusa al nord, che aveva plagiato addirittura il De Amicis. “…Il calabrese, che non aveva mai toccato neve, se ne fece una pallottola e si mise a mangiarla come una pesca… ” Dal libro Cuore “La prima neve” Giusto la Calabria dovevi citare caro Edmondo, tra le regioni più ammantate della penisola. Personalmente, ho avuto l’esperienza di quattro tormente: la prima a Montescuro sulla Sila, poi in Val di Zoldo nel Veneto, in zona Val di Sangro tra Abruzzo e Molise, infine nel pieno del Tavoliere delle Puglie, zona Beccarini, addirittura in aprile. I TG hanno finalmente equilibrato l’informazione e oggi, appare evidente che più della politica è la meteorologia a voler tenere unito il paese.

C’è sempre, comunque, un’irriducibile frecciata da leghista nell’affermare che le sempre più frequenti fioccate sulle pianure peninsulari e la loro rarefazione in quelle continentali, dipendono dal fatto che, con l’esodo meridionale (oggi di altri emigranti e clandestini), lo stivale s’è abbassato al nord, conseguentemente sollevandosi al sud… ma è ormai un banale luogo comune, simile allo stereotipo del settentrionale alto, magro e biondo rispetto al meridionale piccolo, grasso, nero e coppola in capo. Per la verità, piccoli e neri ne ho incontrati parecchi in Friuli, alti e biondi in corso Manfredi e, quest’ultimi, non possono essere una mera curiosità genetica in una terra occupata via via da longobardi, normanni, svevi… A sostegno di una più corretta statistica nazionale, l’altezza media dell’italiano di fine secolo è di 1,75mt, contro 1,70 degli anni Cinquanta.

Nel breve tratto tra Piazza dei Signori e Piazza S. Vito, a Treviso, transitandovi una sera con Gennaro, docente nativo di un centro garganico, ci soffermammo ad osservare una delle colonne che arricchiscono il sagrato della chiesetta dedicato all’omonimo santo; v’è incisa, dalla base verso l’alto, una misura standard di braccia, alla quale i venditori di stoffe, quando il metro era ancora da venire, erano obbligati ad attenersi, per evitare imbrogli sulla quantità richiesta. Il mio accompagnatore mi soffiò, in vena d’autoironia, che hanno dovuto ideare una rigida unità di misura a seguito dell’arrivo di ambulanti terroni, per la loro scarsa apertura di braccia…

I veneti si divertono a queste maschere, ma non l’accettano su di loro, un po’ come i napoleonici, quando dichiaravano che ai francesi piace la libertà, ma non quella degli altri. Rifiutano il personaggio della servetta veneta di tanti film, eppure, quando risiedevo a Roma negli anni sessanta, c’era un giorno particolare della settimana, in cui per le strade risuonava il triveneto; era il chiacchierio delle domestiche a diporto ed oggi, esso, è sostituito dal maghrebino, filippino… Si erano scagliati sul malcapitato Frassica quando questi, a Rai, una località della provincia di Treviso, oltre a giocare sul doppio senso di Rai TV, lo aveva fatto sui costumi popolari. Qualora Frassica debba delle scuse – scrissi nel mio intervento stampa, qui parafrasandomi – dovrà prima riceverne.

Un secondo stereotipo amato dai padani e smentito dagli osservatori, merito di un proliferare della stampa locale, riguarda infatti queo dea bassa geloso, padre padrone, credulone di magie e fatture.
Ebbene, sui media nazionali, emerge poco delle cronache venete relative a delitti passionali e meno ai clienti di tiraossi, cartomanti, fattucchiere… quest’ultime in un buon giro d’affari. La pellicola Signore e signori del compianto Germi, girato a Treviso, ispirato ad episodi accaduti, aveva centrato perfettamente il sottobosco scandalistico, parato da bigottismi e falsi moralismi. La proiezioni non erano più riproposte, il VHS praticamente introvabile, fatto scomparire anche dai palinsesti televisivi, pur con quelle storielle cittadine, rivisitate dal set, ognora serpeggianti tra le ciacoe famigliari. A distanza di circa un quarantennio accadde in città uno scandalo sensazionale, ben evidenziato dai media, in cui era coinvolto un noto professionista. La gente si ricordò allora del lungometraggio e si ritrovò a pensare che forse Germi aveva avuto ragione e che poco era mutato della pubblica morale. Il relativo DVD, grazie all’intuito dei rivenditori, oggi è praticamente in tutte le case, corredato di un secondo dischetto con le riprese dei vecchi luoghi del ciak e con interviste ai testimoni dell’epoca.

Veneti vittime di una sintomatologia da rigetto, simile contro la loro stessa condizione di disgraziati emigranti in un passato prossimo, oggi trasfiguratasi in una sorta di xenofobia politica, fortunosamente contenuta dall’uomo della strada.

Emerge, comunque, la verità sui meridionali che s’esprimono a gesti e con voce alta. In tempi non ancora inquinati da emigrati del sud ed extracomunitari, durante le vasche pomeridiane sotto i portici del centro, si percepiva appena il bisbiglio dei passanti ma che siano disturbatori della quiete è ancora un rivedibile pregiudizio. Una sera avevo a cena dei colleghi di pura razza padana e, onorando le loro consuetudini, per chiudere, versai della grappa; ne avevo stappato una bottiglia ben invecchiata, al limone, e se la scolarono completamente. Prima dell’ultimo goto, cominciarono a intonare canti della montagna, signore comprese.

Erano passate le ventidue e mi preoccupavo per la tranquillità del condominio. Infatti, sortì qualcuno che sbottò: siete sempre voi, soliti terroni, a far bordeo! La notte di un S. Silvestro, ero a Treviso fuori del locale dove avevo trascorso la mezzanotte, soffermato sotto la Loggia dei Trecento ad osservare una teoria d’auto strombazzanti, cariche di giovani a festeggiare il nuovo anno. Improvvisamente, qualcuno fece esplodere un petardo, l’unico che avessi ancora sentito. Apparve per incanto un agente; sarà stata pure una coincidenza però si rivolse all’unico meridionale presente e gli intimò di passargli il cappotto. Dopo averne ispezionato le tasche, sotto lo sguardo dei presenti, non avendo trovato traccia, s’allontanò lasciandolo più umiliato che frastornato. Il mortaretto era stato lanciato da una delle macchine in carosello targate TV.

(A cura del dr. Ferruccio Gemmellaro)

I dauni settentrionali (IV) – Signore e Signori ultima modifica: 2011-10-26T10:12:08+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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