Macondo

Macondo – la città dei libri


Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Se la mafia non esiste ∞
di Piero Ferrante

“C’era un tempo in cui la mafia garganica non esisteva. Bisognava vincere la credenza che fosse una magia”. Il Procuratore della repubblica di Lucera, Domenico Seccia, non ha mai creduto a questa ‘credenza’. D’altronde, farlo, sarebbe stato più semplice. La violenza relegata a faida, a scaramuccia da agricoltori è una facile ammissione per chi vive il Gargano. Una terra di roccia e pascolo dove la mafia si alimenta di potere, inviolabilità e riti vampireschi. “La mafia innominabile” (edizioni la Meridiana, la casa editrice portata in auge da don Tonino Bello) altro non è che il racconto di questo sistema. 140 morti in trent’anni, carnefici che si dissetano (realmente) col sangue delle proprie vittime. Un excursus, quello di Seccia, che, in maniera rigorosa, con il solo aiuto dell’esperienza e dei documenti, ripercorre tutte le tappe fondamentali dello Stato nella Repubblica indipendente del Gargano. Ritornano i padri ‘nobili’ della mala foggiana, nelle guerre infinite fra i Li Bergolis e i Primosa per il controllo del territorio. Proiettili in paese, a Monte Sant’Angelo, paese di Arcangeli e di pistole, di pecore e di mafia. E sangue a Manfredonia (dove il ‘tradimento’ dei Romito ha dato avvio ad una fase di terrore) ed ancora a San Nicandro, oggi il nuovo fortino della criminalità organizzata del Nord della Puglia.

Il Procuratore Seccia alterna fatti ed emozioni personali. Tanto silente nella vita, essenziale fino al limite del mutismo, non una parola più del consentito, quanto sentimentale nella scrittura. Una punteggiatura cadenzata quasi da versi poetici. Lampi, stralci di cuore in una vita di rigore, di mente, di indizi e prove e condanne. 143 pagine (praticamente una per ogni morto ammazzato, una dedica involontaria) fitte fitte, dense, pastose di sangue e piombo. “la mafia innominabile” è avvincente come un noir e con la sola pecca – non editoriale, purtroppo – di non essere finzione. Qui batte il Procuratore lucerino. Per decine di volte, come un mantra, martella sulla necessità di frantumare lo schema precostituito di una mafia inesistente. “La mafia – scrive Seccia – è l’alterazione strutturale della verità, la costruzione di un mondo falso, fittizio, un trionfo dell’irreale, di una società arcaica che vive propri rapporti e si dà proprie norme. L’irreale divenuto terribilmente reale”.

Del tutto singolari, fin quasi alla commozione, le figure delle donne dei boss descritte da Seccia. Sono loro, schiacciate in mezzo fra la morte ed il dolore, compresse in una vita di violenza inaudita, a segnare la fase di rottura. In particolare, il Procuratore si concentra su Rosa Lidia Di Fiore, femmina d’onore che ha tradito l’onore per amore dell’amore prima e dello Stato poi. Lei, moglie del boss Pietro Tarantino e amante del suo rivale Matteo Ciavarrella (ecco come lo descrive Seccia: “killer feroce e sanguinario, con in testa un unico pensiero: sterminare la famiglia Tarantino”), rompe tutti gli schemi, frammenta la convinzione dell’inviolabilità dei clan. La Di Fiore annienta la mafia dall’interno. Da parte integrante del sistema (gioiva dei risultati criminali dei suoi uomini) viene a conoscenza dei segreti degli uni, i Tarantino, e degli altri, i Ciavarrella. Il suo utero regala al mondo quattro figli, due con il cognome del marito, due con il cognome dell’amante. Infine si regala allo Stato, aiutandolo a sgominare l’intero costrutto.

Un libro della Capitanata, per la Capitanata. Che il popolo della Daunia, specie del Gargano, non può non possedere. Da ora in avanti, nessuno potrà più dire di non sapere. Perché la mafia esiste, è nominabile. E fa stragi.

Domenico Seccia, “La mafia innominabile”, La Meridiana 2011
Giudizio: 4 / 5 – Manuale di legalità
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∞ L’amore perturbante ∞
di Roberta Paraggio

Un corpo livido e gonfio galleggia sulle acque di Minturno. Sconcio, semivestito, addosso ha solo un reggiseno di una taglia troppo piccola e dalla foggia troppo moderna. Il seno straborda in una posa oscena. E’ quel che resta della vitalità di Amalia, la fine dopo una notte di bagordi. Oppure è solo quello che riesce a vedere sua figlia Delia, tornata a Napoli per ricomporre i cocci di una vita che è finita nei sottotetti dei ricordi.

L’amore molesto, romanzo di Elena Ferrante, scritto qualche anno fa e riedito dalla casa editrice E/O, è una lettura per cui molte parole non bastano a contenere tutta una serie di violenta e ribollente emotività. Non si sa molto sull’identità della scrittrice, qualcosa mi dice che sia una donna, certamente è qualcuno che sa far male con le parole, che sa sbattere la crudeltà in faccia al lettore, scavando a fondo con uno scalpello che tocca il timore, toccando quella zona del quieto vivere che occlude la mente alle domande.
Delia, compie un’operazione di distacco che in pochi hanno il coraggio di fare, slega A malia da sé e la fa persona, non più personaggio ammantato dall’aura rosea dell’infanzia.

Amalia ne viene fuori come una donna satura di sensualità, che ride con fare ammiccante, che trasuda un eros festoso e represso dal marito padrone, frustrato e violento. Forse ha un amante, o forse un uomo che la perseguita, o forse è solo fantasia di una bambina cattiva, una figlia vendicativa e sola che non può sopportare il peso di un distacco crudele, generato da un attaccamento mai nato.

Elena Ferrante, conosce bene il significato del perturbante nell’accezione più freudiana del termine, quell’oggetto che sconvolge per la sua non appartenenza a ciò che ci è noto, familiare. E, quell’oggetto è Amalia, è la madre, è l’heim, è la casa, è la patria. Amalia e Napoli in questo romanzo sono due facce della stessa moneta di solitudine e sopruso, un misero soldino che entità estranee si sono divertite a lanciare nell’aria di una città ferina come solo la loro può essere. Napoli è la città da cui Delia è fuggita per viaggiare altrove, Napoli sembra aver generato Amalia e le sue colpe congenite, è come una madre reietta da cui stare alla larga che ha partorito uomini volgari e sguaiati, portatori malsani di una sessualità che suscita disgusto. Padri, mariti di donne consumate dalla maldicenza, recluse in case scrostate che mai hanno custodito un momento di gioia.

Delia è un’entità incompiuta che riesce a risolversi forse, solo nel finale, nell’unico gesto di amore incondizionato verso Amalia. Quello della resa, dell’accettazione, dell’identificazione in una Amalia che è stata, non più madre ma donna, con i suoi peccati, con i suoi misteri.

Elena Ferrante, “L’amore molesto”, E/O 2011 (ultima ristampa)
Giudizio: 5 / 5 – Leggete, leggete, leggete!
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∞ Parole, parole, parole ∞
di Angela Catrani

Massimo è il “barrista” di Pineta, località marittima vicino a Pisa. Ampelio è suo nonno. E poi ci sono Aldo, Pilade e Gino: quattro irresistibili toscanacci piuttosto in là con gli anni, pensionati, rompicoglioni, pettegoli e grandissimi giocatori di carte, dalla canasta alla briscola a cinque, gioco quanto mai felice, in cui chi ha l’asso di briscola gioca contro tutti e chi ha il re di briscola rimane suo nascosto alleato, guai a scoprirsi!

Uno spasso questo giallo, un vero godimento. La briscola a cinque di Marco Malvaldi porta in campo il morto, un commissario non troppo sveglio, un medico legale, quattro pensionati e il barrista, il vero investigatore della vicenda. Ma ci racconta anche il mondo dei vecchi del paese, che trascorrono le giornate al bar sotto casa, tra una chiacchiera e una partita a carte, nella noia canicolare delle due del pomeriggio di un infuocato agosto. Quei vecchi che fischiano alle bellezze locali, che commentano le minime notizie del giorno, che urlano davanti alla tv, che si annoiano e si cercano e non vanno mai a casa.

E poi ci sono i gggiovani, la beata e splendente gioventù mai stanca, che si rintrona nelle discoteche, che si sballa di droga e alcol, che si invornisce del nulla mediatico, che si lascia trascinare in losche e torbide vicende. E questi anziani e questi ragazzi pur frequentando gli stessi luoghi non si vedono, non si guardano, non si vivono. Sono distanti quegli anni luce che dall’infinita adolescenza porta alla maturità, quando gli anni passano ed è sempre domenica. Non è nulla, questo giallo, un puro divertissement, una risata di salute, un goccio di cagnina in compagnia quando cade un governo, venti minuti di buon sano sesso, ma come per tutte le cose passeggere che procurano godimento, rimane quella sensazione di benessere, di gioia sottile, che fa passare bene anche le nostre uggiose e freddissime giornate novembrine.

Marco Malvaldi, “La briscola a cinque”, Sellerio 2007
Giudizio: 3,5 / 5 – Esilarante
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Arturo Robertazzi, “Zagreb”, Aisara 2011
IL SAGGIO: Claudio Olivieri, “Gli spartachisti nella rivoluzione tedesca (1914-1919)”, Prospettiva 2011
IL CLASSICO: Luther Blisset Project, “Q”, q.e.

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (Libreria STILE LIBERO FOGGIA)
1. Michael Dahlie, “Guida per gentiluomini all’arte di vivere con eleganza”, Nutrimenti 2011
2. Roberto Costantini, “Tu sei il male”, Marsilio 2011
3. Murakami Haruki, “1Q84”, Einaudi 2011

LA PARTIGIANA IRREPRENSIBILE, IN MORTE DI FRANCA TRENTIN (Venezia, 13 dicembre 1919 – Venezia, 28 novembre 2010)
L’articolo che segue è tratto da “il manifesto” del 30 novembre 2010, ed è intitolato “Franca Trentin, l’affettuosa e l’inflessibile”. Autore, Mario Isnenghi

Conosco direttamente gli ultimi vent’anni di questa vita lunga e ben spesa. L’anno scorso festeggiavamo i novant’anni di Franca Trentin, nell’Aula Magna dell’Università veneziana intitolata a suo padre, il federalista repubblicano Silvio Trentin. Avremmo anche potuto riunirci nell’aula «Mario Baratto», l’italianista suo secondo marito, dopo il matrimonio con un reduce della Spagna. Questo per dire il tessuto familiare che intreccia – in una delle sue tante vite – Franca e i suoi all’Università veneziana. Non in maniera liliale, anzi a partire da uno strappo: quello di Trentin, professore di Istituzioni pubbliche – il suo grande padre, di cui la figlia ormai anziana rimane ancora, visibilmente, fiera e «innamorata» – che si presenta all’Istituto di Economia e Commercio e annuncia che il Governo fascista ha stabilito che vengono sospesi dal servizio i funzionari pubblici politicamente non allineati. È necessario dimettersi! Tutti ne convengono. Ma poi le dimissioni sono quelle del solo Trentin; e, nella stessa occasione, a Firenze di Gaetano Salvemini, a Roma di Francesco Saverio Nitti. Una solitudine controcorrente, eroica e fondante. Franca – nata in Canal Grande nel 1919, a pochi metri dalla casa di Amelia Rosselli – ne rimane marcata. Ricordo il suo furore sdegnoso contro quei giuristi impauriti e il bisogno di ripetere che si nomina solo il giuramento dei professori del 1931 mentre la stretta fascista sulle vite e le coscienze si poteva prevedere 6 anni prima. La loro vita ne è stravolta. Fuoriusciti in Francia, nella piccola Pavie, si rovinano con infelici investimenti in agricoltura; vi nasce Bruno, che sulla piazza della vicina Aush può crescere ispirando il suo precoce senso d’avventura a una grande statua di D’Artagnan. Accanto a questi uomini della sua vita, Francette – la «piccola Francia» di quella strana famiglia di macaronì dove il padre è costretto a fare l’operaio in un tipografia; ma che riceve sempre a casa personaggi importanti – deve assumersi presto compiti di staffetta politica, favorita dall’essere l’unica «naturalizzata» francese. Una duplicità identitaria che la marcherà per sempre, oltre a renderle naturale la futura professione di lettrice all’università. Licenziato per aver onorato il Primo Maggio, Silvio Trentin si vede finanziare dagli amici una libreria, a Tolosa, che diventa un porto di mare di incontri e appuntamenti politici, sulla via dei volontari e dei reduci di Spagna. Caduto il regime, padre e fratelli si fiondano in Italia. Il futuro segretario della Fiom e della Cgil fa la resistenza a Milano, l’anziano riprende il suo naturale ruolo di leader in Veneto, ma muore nel marzo del ’44. Franca prosegue la lotta nel maquis. Nel dopoguerra diventa agrégée all’Università di Digione. Sposandolo, ha fatto diventare cittadino francese Horace Torrubia; hanno un figlio, si lasciano negli anni cinquanta e, sposando in seconde nozze Baratto, Franca ridiventa anche formalmente italiana.
La lettrice di Francesca a Ca’ Foscari nei decenni successivi acquisirà un’autorità superiore al grado, vedendosi circondata da devoti gruppi di allieve, diverse delle quali l’hanno accompagnata negli anni della pensione e tuttora la circondavano con il loro affetto.
Perché Franca era, indiscutibilmente, un affettuoso e inflessibile capo. Adatta a influire e dirigere con tutte le arti e la capacità seduttiva della donna, e quindi al centro, anche, di un «salotto», un salotto stratificato, femminil-femminista, intellettuale e politico: gramsciazionista è un termine non disadatto, come spiriti di famiglia. Ma questa Franca degli ultimi decenni è una donna forte, indipendente, energicamente al centro di una serie di reti di relazioni, scritte e orali, anche perché è stata vicino a uomini di caratura speciale a la vedovanza precoce la libera e la rende centro di se stessa. A inizio Novanta conduce a buon fine i tentativi dei partigiani per far nascere anche a Venezia l’Istituto per la storia della Resistenza.
Ne diventa presidente ed è allora che ci conosciamo. Mi chiedono di presentare grandi libri appena usciti, Servabo, presente Pintor, le Lettere della giovinezza, presente Foa, e poi Rossanda, Ingrao. Non lo so ancora, ma Franca si sta preparando la successione in Istituto. Tanto più che le giovani forze che vi si aggiungono escono spesso dal Dipartimento di Storia veneziano. L’abbiamo avuta vicina sino all’ultimo.


SCELTI PER VOI:
Franca Trentin, “Carte ritrovate”, Libreria editrice Cafoscarina 2009
Giulia Albanese-Marco Borghi, “Nella Resistenza. Giovani e vecchi a Venezia sessant’anni dopo”, Nuova Dimensione 2004
Iginio Ariemma-Luisa Bellina, “Bruno Trentin. Dalla guerra partigiana alla Cgil”, Ediesse 2008

DUE VIDEO DI FRANCA TRENTIN TRATTI DA YOUTUBE: 1, 2.

Per consigli o suggerimenti, scrivete a: macondolibri@gmail.com

Macondo – la città dei libri ultima modifica: 2011-11-26T01:02:37+00:00 da Redazione



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