Editoriali

Auschwitz, il dopo

Di:

Museo Yad Vashim a Gerusalemme (Ph: antesp2@13)

CHI non conosce la storia sarà costretto a riviverla”. Così qualcuno ha scritto su un muro di Auschwitz. Probabilmente dopo aver visitato quel luogo dell’orrore ha pensato di lasciare un messaggio al mondo. Un messaggio di avvertimento ma al tempo stesso un messaggio di speranza. Ricordare cosa è successo nel passato può impedire che tragedie simili avvengano nuovamente nel silenzio e nell’indifferenza generale come allora.

E’ un dovere di tutti sapere, diffondere e raccontare cosa è stata la Shoah, l’Olocausto. Il male assoluto. Il punto più basso dell’umanità. E’ un dovere raccontare cosa succedeva nei campi di concentramento disseminati in mezza Europa. Dove migliaia di uomini, per il semplice fatto di essere ebrei (o zingari o omosessuali), erano trattati come “pezzi”, sfruttati, ridotti pelle e ossa e poi infine uccisi. Lì dentro non si era né uomini né donne. Non si apparteneva più al genere umano. Tant’è che Primo Levi, uno dei pochi sopravvissuti di Auschwitz, intitolò il libro che racconta la sua toccante esperienza di quei giorni “Se questo è un uomo”. I pochi sopravvissuti ai campi di concentramento hanno sempre raccontato che quell’esperienza li ha segnati per sempre.

Impossibile dimenticare la tragedia di quegli anni.Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto… Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio” affermò anni fa Shlomo Venezia, morto lo scorso anno e che fu uno dei pochi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz, una squadra speciale selezionata tra i deportati con l’incarico di far funzionare la spietata macchina di sterminio nazista.

Proprio per ricordare e riflettere su ciò che è successo è stato istituito in Italia dal 2000 il “giorno della memoria”: il 27 gennaio. Giorno in cui nel 1945 le truppe russe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. “Mai più” sono le parole che vorremmo fossero affiancate a queste tragedie. Il ricordare, il tramandare ai più giovani e lo scrivere servono anche a questo.

(A cura di Antongiulio Espositoantongiulio_esposito@yahoo.it)



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  • Redazione

    Da: Circolo Culturale Excalibur

    Inviato: domenica 27 gennaio 2013 3.19
    Oggetto: OLOCAUSTO, QUELLO CHE GLI STORICI NON DICONO-Collaboraz.Nazi-Sionista — Mafalda di Savoia morta per bombe “alleate”.27.GENN.

    E’ doveroso il ricordo delle vittime ebraiche del nazismo come sarebbe doveroso per le altre del Comunismo, ben piu’ numerose e comprendenti pure ebrei.

    La memoria non può essere unidirezionale, come dimostrato anche dal tentativo di tenere in oblio per oltre 50 anni le vittime istriane (allora italiane), barbaramente soppresse dai comunisti titini. La storia è madre della verità e verrà il giorno della celebrazione per le efferatezze dei rossi.
    L.L.

    P.S. L’informazione dominante si scatena pur volendo equivocare le affermazioni di anticomunisti, ma non solleva un sussurro sui lutti e le deportazioni dei sovietici anche ben oltre la fine del conflitto ed altera persino tante verità storiche (p.es. la fine di Mafalda di Savoia sotto le bombe alleate).

    ________________________________________
    OLOCAUSTO
    Quello che gli storici non dicono
    La collaborazione tra nazisti ed organizzazioni ebraiche sioniste
    e l’ipocrisia dell’occidente democratico
    di Gianfredo Ruggiero
    ________________________________________
    Nel sito di Excalibur è visionabile l’articolo completo con le note di approfondimento.

    Nella drammatica vicenda della persecuzione hitleriana vi sono due aspetti poco noti e per nulla dibatuti, mi riferisco all’attiva collaborazione tra regime nazista e organizzazione sioniste per agevolare il trasferimento degli ebrei tedeschi in Palestina e l’atteggiamento ipocrita dell’Occidente che se da un lato esprimeva solidarietà agli ebrei vessati dai nazisti dall’altro si rifiutava di ospitarli.
    Adolf Hitler fin da subito adottò nei confronti degli ebrei una politica di restrizione dei diritti civili per indurli a lasciare la Germania (judenfrei), anche attraverso il sostegno all’emigrazione. Quest’ultimo aspetto rispecchiava l’ideale della patria ebraica preconizzata da Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista il quale, per quanto possa sembrare paradossale, concordava con i nazisti sul fatto che ebrei e tedeschi erano nazionalità distinte e tali dovevano restare.

    Come risultato il Governo di Hitler sostenne con vigore il Sionismo e l’emigrazione ebraica in Palestina dal 1933 fino al 1940-41. Questa politica portò al cosiddetto “Accordo di Trasferimento” noto anche come Haavara, in virtù del quale gli ebrei emigranti depositavano il denaro ricavato dalla vendita dei loro beni in un conto speciale destinato all’acquisto di attrezzi per l’agricoltura prodotti in Germania ed esportati in Palestina dalla compagnia ebraica Haavara di Tel Aviv.
    A questo accordo tra governo tedesco e Mapaï, l’antenato del partito Laburista israeliano, contribuirono personaggi divenuti in seguito molto noti come i futuri Primi Ministri israeliani David Ben-Gurion e Golda Meir.
    Una immagine singolare che sintetizza meglio di altre questa collaborazione è la medaglia commemorativa coniata allo scopo dal Governo tedesco che reca su una faccia la svastica e sull’altra la stella di David.
    L’altro aspetto poco approfondito riguarda il sostanziale rifiuto delle nazioni democratiche di accogliere nei loro confini i profughi ebrei. Atteggiamento confermato dal fallimento della conferenza di Evian del 1938 dove i trentadue due stati partecipanti avrebbero dovuto ognuno farsi carico di un numero di ebrei provenienti da Germania e Austria proporzionale alle loro dimensioni. L’unica nazione che si propose di accogliere rifugiati fu la Repubblica Dominicana che ne accettò circa 700, tutte le altre, con motivazioni più o meno plausibili, rifiutarono ogni forma di accoglienza abbandonandoli, di fatto, al loro destino.
    Altra questione poco dibattuta riguarda le linee ferroviarie da cui transitavano i convogli carichi di ebrei. Gli alleati sapevano fin dagli inizi del 1942 dell’esistenza dei campi di concentramento eppure, nonostante i massicci bombardamenti alleati che ridussero in macerie la Germania, le linee ferroviarie utilizzate dai tedeschi per trasferire gli ebrei nei campi di lavoro non furono mai attaccate, se non come effetto collaterale come avvenne il 24 agosto del 1944 con il bombardamento della fabbrica di armamenti di Mittelbau-Dora che coinvolse il vicino campo di Buchenwald dove morì, per effetto delle bombe alleate, Mafalda di Savoia.
    Come mai, mi domando, questi fatti sono sottaciuti se non del tutto ignorati anche dagli storici più autorevoli? Forse per non mettere in imbarazzo i cosiddetti “paladini della libertà”?
    Nel “Giorno della Memoria” esprimiamo la nostra piena solidarietà al popolo ebraico per la persecuzione subita e la ferma condanna ad ogni forma di discriminazione razziale. Questo però non deve indurci a sorvolare sulle pesanti responsabilità, condite di cinismo e ipocrisia, delle democrazie occidentali che vedevano, sapevano e volgevano lo sguardo altrove rendendosi, perlomeno sotto il profilo politico e morale, complici dei carnefici.
    Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur-Varese

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