ManfredoniaMonte S. Angelo
Spesso abbandonate quasi totalmente al proprio destino

Le vacche sacre del Gargano

Non si può più lasciare in balia degli eventi tanta gente che davvero non ne può più

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Vieste. Da Vieste, passando per la Foresta Umbra, fino ai boschi d’altura ed agli altopiani dell’agro di Monte Sant’Angelo; dal nord del promontorio ai valloni meridionali, fin d’entro i meandri più impervi, a piedi o in auto, a cavallo, in bici così come in autobus chi non s’è mai imbattuto in esse? Quanti, proprio all’uscita di una curva insidiosa, si sono ritrovati a pochi centimetri da qualche inerme erbivoro di mezza tonnellata e più? Sono le vacche sacre del Gargano. Spesso abbandonate quasi totalmente al proprio destino, le si può incontrare un po’ ovunque.

Pascolano dove trovano pascolo e si spostano nel territorio incuranti (e ci mancherebbe altro, sono solo bovini del resto!) di confini, seminativi, sentieri naturalistici, proprietà, fondi privati, e sicurezza stradale. Spesso, con la bella stagione, si spingono fino a lambire le zone limitrofe e periferiche dei centri abitati: da bambino ricordo di esser stato svegliato tante volte dagli assordanti campanacci al collo di ruminanti a banchetto sul prato del giardino condominiale ancora, all’epoca, privo di recinzione anti-mammifero di grossa taglia. Che ricordi, un mix tra Heidi ed un cruento inizio puntata dei Simpson. Per lo più di color bianco avorio, adulte, spesso scarne e disorientate, hanno lunghe corna che, assieme a tutto il resto, richiamano quasi spontaneamente alla mente (al netto di ironia e titolistica) le immagini delle cugine indiane, pur impersonificando due sacralità praticamente antitetiche.

Al rispetto autenticamente sacrale per l’animale, si contrappone qui una sacralità oscura, malefica, terrena. Apparente prive di padroni come le vacche di Bombay, in realtà le bestie altro non sono che la rappresentazione di prepotenza ed affermazione di potere territoriale dei soliti noti. Segni di presenze invisibili, storie centenarie di irriverenza che continuano ad offendere questo territorio. Ed allora, di colpo l’India torna lontanissima e prepotenti sopravvengono le immagini della vicina Calabria, sorella di tante altre sventure comuni. Terra di n’drangheta ed illegalità diffusa, dove intere mandrie saccheggiano raccolti, invadono orti e vanno ovunque indisturbatamente. Buttano giù muri a secco, danneggiano recinzioni, rendono impraticabili ed inaccessibili sentieri naturalistici destinati a turisti e residenti. Per non parlare degli incidenti stradali provocati, mortali e non.

Quasi nessuno denuncia (come sul Gargano); la gente teme rappresaglie e quei pochi che lo fanno sembrano lasciati ancora troppo soli dalle istituzioni. Molti proprietari terrieri ed imprenditori provano a correre ai ripari (chi può permetterselo) ergendo palizzate con tanto di reti e fili spinati: rimedio indecoroso ad un male estremo. Al fenomeno delle vacche, si aggiungono poi le continue appropriazioni indebite di suolo pubblico e privato. Recinzioni abusive, tratturi comunali interdetti, tagli di legna privi di qualsiasi autorizzazione, furti di bestiame e macchinari.
Alle poche denuncie seguono sempre verbali su verbali, sopralluoghi e prese d’atto. Qualcosa pare stia cambiando, da qualche tempo, ma la sensazione è quella che sia ancora troppo poco; che la situazione sia ancora lontana da una svolta risolutiva.

Non si può più lasciare in balia degli eventi tanta gente che davvero non ne può più. Non ci si può far giustizia da soli, la gente sana del Gargano non merita questo. Troppo alto diventerebbe il rischio, nonché il prezzo di legalità e giustizia sociale.

(A cura di Antonio Gabriele, Monte Sant’Angelo 27.05.2016)



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