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Foggia abbraccia Cecilia Strada. Lei: “Continuiamo a sognare”


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Da sinistra, Sergio Colavita (Emergency Foggia). Cecilia Strada, Giuliano Volpe (St)

Foggia – Del padre Gino, Cecilia Strada non ha solo i lineamenti, le smorfie, l’inflessione, ma, soprattutto, la passione civile. Lei che non a caso, di Emergency, l’associazione spesso erroneamente ricondotta la padre, è presidentessa. A Foggia, la giovane Strada è stata accolta dall’ambiente universiterio. Inaugurerà l’anno accademico. Ma prima, la delegazione del Capoluogo di Emergency, ha voluto spogliare la sua presenza di ufficialità, regalandole, al di fuori degli ermellini, l’abbraccio della città. Ad accoglierla, nell’Aula Magna della Facoltà di Scienze della Formazione Continua, un’inizativa lunga ed intensa. Una serata che ha coniugato teatro, denuncia, emozioni ed istituzionalità.

Ovvero, un parterre di cravatte e gonne larghe, strette sotto il comune cielo della solidarietà, della fraternità, della giustizia. Una grande fiera dei valori, con il bachetto dei ragazzi di Emergency e quello del Comitato L’Italia sono anch’io (che raccoglie firme per la proposizione di una legge di iniziativa popolare sulla semplificazione della cittadinanza per gli stranieri e per dar loro accesso al voto). E poi, al tavolo, il Rettore Giuliano Volpe, l’assessore regionale Nicola Fratoianni e lo studente Sergio Colavita (Emergency). Tutto, mentre in platea, fianco a fianco, siedono ragazze con i piercing e docenti universitari. E poi il Magnifico dell’Università di Lecce e quello del Politecnico di Bari, i Presidi di Lettere (Giovanni Cipriani, anche ex assessore alla Cultura del Comune di Foggia) e Scienze della Formazione (l’uscente Franca Pinto Minerva).

Ed è Volpe il primo a parlare. Il Rettore del’innovazione e del cambiamento. Quello che si pone l’obiettivo di “aprire l’orizzonte sui problemi che spesso vengono occultati”. E, di riflesso, lo pone all’Ente che presiede che deve “formare il pensiero critico”, porre “al centro della discussione la questione dei diritti e, in particolare, di quelli negati”. E’ contagioso Volpe, quando discute di partecipazione. Talmente tanto contagioso da scuoetere un tipo flemmatico com il sindaco Gianni Mongelli. Dalla platea al tavolo, microfono in mano, per spiegare la sua presenza con la motivazione che “un sindaco deve sempre metterci la faccia” e per stimolare a quello “slancio fondamentale tale da tramutare Foggia in una città aperta, nella città dei diritti”.

I diritti, dunque. Quelli inalienabili che Nicola Fratoianni considera alla base della convivenza civile, vera e sola panacea per evitare episodi come quelli avvenuti a Rosarno o Castel Volturno. Ma anche quelli che la Storia ha calpestato. Di Guantanamo e di Bosnia leggono i tipi della compagnia Cerchio di Gesso di Foggia, che chiudono fra gli applausi recitando passi di Primo Levi e stralci della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo. Alle loro spalle, un maxischermo con impresso, rosso su bianco, l’emblema di Emergency.

Uno stemma dietro cui si cela un durissimo lavoro quotidiano. Nei teatri di guerra allestiti in giro per il mondo da registi della morte. Ma, tanti, anche in Italia. Il dolore anche nel Bel Paese è una carrozza itinerante. Racconta Cecilia Strada: “Ci siamo spaventati a leggere le cifre del Poliambulatorio di Marghera. L’anno scorso, il 20% dei pazienti da noi curati, sono stati Italiani”. Insomma, figli di una Madre-Patria che prima li ha svezzati e poi abbandonati nel mezzo delle rapide più insidiose. Donne e uomini senza possibilità e “senza voce”. Poveri di nascita e poveri di torno. Gli “invisibili”. Come invisibili sono i tanti migranti ospitati ma mai realmente accolti. “Non mi sarei mai immaginata – osserva la figlia di Gino Strada – che un giorno l’immigrazione sarebbe stata vista come un problema”. Domanda: “Vi ricordate come ci hano presentato, quest’estate, l’arrivo dei profughi libici e tunisini a Lampedusa?”. Risponde: “Come un esodo”. Questa parola, esodo, che, ricorda, affonda in sé i crismi della disperazione. Ed infatti, come esiliati da Paesi in guerra, ospiti indesiderati di una terra che la loro Patria è andata a bombardare, “sono stati confinati in condizioni diperate”.

Corsi e ricorsi sempre identici che hanno scosso la Strada. “Ho pianto – confessa – di fronte alle scene mostrate dalle televisioni. Ho pianto vedendo la rabbia impressa sui volti dei lampedusani che li muoveva ad una caccia all’uomo nei confronti di altri esseri arrabbiati di vivere una vita da reclusi”. Usa le parole come cerbottane ripiene di spine, Cecilia: “In quel momento capivo che ce l’avevano fatta. La guerra tra poveri l’avevano scatenata”. Ma, nel dolore, vive la speranza. Cecilia Strada trova nella forza del racconto l’imbocco giusto per venir fuori dalla disperazione: “Il narrare è cruciale, anche se, talora, se ne può rimanere schiacciati”. Schiacciati dalle storie, schiacciati dalla emozioni, schiacciati da una cascata di sensazioni altrui empatizzate troppo velocemente. E la speranza nasce anche da chi narra, dall’uomo. “Quando le politiche mi sembrano sbagliate – riflette la presidentessa di Emergency – mi consolo pensando che una persona giusta nel posto giusto cambierà il mondo. E che ce ne sono tante, in giro, di persone così”. Giovani e meno giovani capaci di fermare quella follia chiamata guerra. “Ho fatto due calcoli. Un mese di uno dei nostri progetti più belli, il polibus, costa quanto 14 minuti di guerra delle truppe italiane in Afghanistan”. 14 minuti, 840 secondi che potrebbero essere barattati con la speranza. E quale speranza migliore del sogno. “Ai governanti dico: ‘Lasciate spazio ai giovani, prima che sia troppo tardi. Fatelo affinché possano ritrovare la capacità di sognare'”.

Applausi, commozione. Ed un epitaffio: “Un giorno usciremo da tutto questo stallo. Succederà quando non ci sarà più un noi e più un loro“.

p.ferrante@statoquotidiano.it
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Foggia abbraccia Cecilia Strada. Lei: “Continuiamo a sognare” ultima modifica: 2011-10-27T23:33:30+00:00 da Piero Ferrante



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