Cinema

Torino Film Festival 2012 – Weekend Confidenziale


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Torino Film Festival 2012 - locandina ufficiale




Questa scheda è spoiler-free: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere suggerito, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento accidentale possa incidere su una sua corretta fruizione

Torino – PARTE venerdì 23 il Torino Film Festival – anticipato mediaticamente dal caso Loach – che cerca anche quest’anno di tener testa alle più blasonate rassegne cinematografiche di Roma e Venezia. Tanti i titoli in gara, molti di più quelli presenti fuori concorso in sezioni dedicate, celebrative o anticipatrici di pellicole che (forse) vedremo più in là nelle sale. Si passa, così, dalla retrospettiva su Joseph Losey (1909 – 1984), singolare regista che vantò collaborazioni con Harold Pinter, ad aree a tema come Rapporto Confidenziale. Sotto il vincolo di una selezione forzata per sovrapposizione di orari e assecondando la vicinanza emotiva alla tematica, si è puntato ad alcuni lavori di quest’ultima sezione, il cui fil rouge è nelle parole della webpage del sito ufficiale: le paure che ci tormentano, i luoghi che ci inquietano, le figure, più o meno realistiche, attraverso le quali esorcizziamo i nostri incubi, e le passioni, più o meno colpevoli, alle quali ci abbandoniamo per compensare la nostra endemica insicurezza. Non siamo sicuri del nostro lavoro, del nostro futuro, della nostra sessualità, della sopravvivenza del nostro pianeta e di quanto possiamo fidarci di amici e vicini. La paura circola dappertutto e spesso si accompagna, inevitabilmente, ai sensi di colpa. Come accade sempre nei periodi di crisi, il cinema reagisce; e se non lo fa, come in passato, con l’esplosione di un genere popolare dominante, semina però indizi e suggestioni trasversali: per esempio, il senso di intrappolamento, di “conto alla rovescia”, di incubo claustrofobico che accomuna generi come l’horror e il thriller a storie ambientate in contesti quotidiani e realistici.

Chained - locandina

Titolo originale: Chained
Regia: Jennifer Chambers Lynch
Nazione: Stati Uniti
Genere: thriller, horror
Anno: 2012

Primo pomeriggio e ci si gioca la carta di Chained, con un po’ di scetticismo dato il curriculum non brillante della figlia del sig. Lynch.
Sinossi: un ragazzino di nove anni e la madre si recano al cinema e decidono, al rientro, di prendere un taxi, sotto suggerimento del premuroso padre. L’autista non li riporterà a casa.

Meno di mezzora di visione e si è già felici nel ricredersi di fronte agli evidenti segnali di una notabile qualità su tutti i fronti: fotografia, interpretazioni, sceneggiatura asciutta, precisa, essenziale ed efficace come rasoiate, supportata da dialoghi mai banali, ruffiani, solo sobriamente scritti. La pellicola scorre e il film non accusa colpi di sorta nonostante la delicatezza di gestione del rapporto carnefice-vittima, lì ad occupare lo spazio più lungo e importante del lavoro. Le dinamiche psicologiche sono curate (non curatissime) e didatticamente – ma in un’accezione da veri maestri – si sviluppa quest’atroce e crudele storia di disagio mentale senza lasciare tempo all’attenzione dello spettatore di perdersi. Nonostante la tematica violenta, la grande Jennifer Lynch non abusa mai della telecamera e non incede in dettagli su efferatezze, mostrandosi sicura nella gestione di una tensione che, quando sapientemente costruita, può fare a meno del gore pur parlando di sangue e morte. Tutta la pellicola tratta i suoi macabri tasselli con freddezza, asetticità, quasi scientificità, conferendo alle azioni una severità pertanto amplificata dal rigore con il quale esse vengono compiute. Filosofia che è nelle parole del grande protagonista, Vincent D’Onofrio, quando parla di pezzi umani come parti di un puzzle da capire – […]1.
L’ultimo quarto del film rilancia, assume i connotati del thriller d’azione, fino ad un finale […]2 formidabile, chiusura di un’opera vincente come non se ne vedeva, nella categoria, dai tempi di Zodiac di Fincher.
Chapeau.

Valutazione: 8/10
Spoiler: 10/10



Wrong - locandina

Titolo originale: Wrong
Regia: Quentin Dupieux
Nazione: Stati Uniti
Genere: commedia surreale
Anno: 2012

Inchino per Jennifer Lynch e si prosegue con Wrong, di Quentin Dupieux (anche noto come Mr. Oizo), già regista del piccolo cult surreale Rubber, dove uno pneumatico va in giro a far esplodere teste tramite poteri telecinetici. Nel suo ultimo lavoro protagonista è Dolph Springer, un anonimo individuo vittima degli eventi, cui sequestrano il proprio cane. Si metterà sulle sue tracce per ritrovarlo.

Pieno, stracolmo di situazioni paradossali, irreali, esilaranti, l’opera di Dupieux è semplicemente geniale e non servono molte altre parole. Rispetto a Rubber colma le debolezze di sceneggiatura mentre conserva la strepitosa fotografia e le abilissime riprese, che già da sole riempiono gli occhi per l’intera durata della pellicola. La follia che pervade il film è difficile da descrivere: una palma che si trasforma senza motivo in un abete, un ufficio in cui il protagonista lavora pur essendo essendo stato licenziato e dove piove (!) costantemente mentre fuori fa bel tempo, un imbianchino che dipinge sua sponte le auto che incontra, le feci di un cane con memoria della vita passata. Questa solo una piccola parte delle assurdità perfettamente inanellate e giocate con un senso dei tempi e di comicità da standing ovation.
Indimenticabile, imperdibile, si ha la presunzione di credere che Wrong consacrerà finalmente Mr. Oizo a una distribuzione più ampia, padrone di uno stile innovativo e forse unico, senza precedenti.
Ancora chapeau, per la seconda volta al Torino Film Festival.

Valutazione: 7.5/10
Spoiler: 6/10



Bobby Yeah - dal film

Titolo originale: Bobby Yeah
Regia: Robert Morgan
Nazione: Regno Unito
Genere: animazione, horror
Anno: 2011

Breve segnalazione per il cortometraggio che ha anticipato la pellicola di Quentin Dupieux.
Si tratta di un lavoro realizzato in stop motion dalla trama inenarrabile. Dai connotati horror, è un delirante trip allucinato basato sulle trasformazioni che sembra estratto direttamente dagli abissi dall’inconscio. Dotato di un ottimo accompagnamento musicale, appare un video evoluto è più disturbante di quelli dei Tool. Fantastico e fantasmagorico.
Difficile immaginare se e come verrà distribuito.
Trailer a fondo scheda.

Valutazione: 7.5/10
Spoiler: 0/10



Tower Block - locandina

Titolo originale: Tower Block
Regia: James Nunn, Ronnie Thompson
Nazione: Regno Unito
Genere: thriller
Anno: 2012

Entusiasti dal pomeriggio cinematografico torinese e spiazzati dalla qualità delle pellicole, si comincia la serata con Tower Block, poco speranzosi, statistica alla mano, di mettere tre palle in buca consecutivamente – anzi quattro considerando l’affascinante Bobby Yeah. Ancora una volta felicissimi di essere delusi, si prende all’amo un’altra piccola perla consegnata da due registi alle prime armi.
Sinossi: un gruppo di persone vive in abitazioni all’ultimo piano di un altissimo edificio in attesa di essere sloggiate per un’ordinanza. Un giorno, senza alcun motivo apparente, verranno presi di mira da un cecchino che cercherà di ucciderli uno per uno.

Sulla linea di Distretto 13, il film è un thriller ad alta tensione perfettamente costruito, dotato di una sceneggiatura efficace che non allenta mai la corda e non si lascia irretire da concessioni emotive accalappia-lacrime. I protagonisti, tipi psicologici differenti come da standard collaudato, sono ben congegnati e alcuni ottimamente definiti, in primis il personaggio rivestito dal bravissimo Jack O’Connel, un delinquente ricattatore.
Grande senso del ritmo per un film che non aggiunge novità, ma rimpolpa le fila di un genere che conta ormai quasi solo sassi nell’acqua per imperizia registica o di sceneggiatura.
Chapeau per la terza volta, come forse mai accaduto a chi vi scrive in un’unica giornata cinefila.

Valutazione: 7.5/10
Spoiler: 10/10



The Lords of Salem - locandina

Titolo originale: The Lords of Salem
Regia: Rob Zombie
Nazione: Stati Uniti, Regno Unito, Canada
Genere: horror
Anno: 2012

Nottata al Torino Film Festival con uno dei titoli più attesi, alla seconda proiezione giornaliera. Si tratta dell’ultimo lavoro di Rob Zombie, piombato dal mondo musicale nel 2003 con il roboante, malsano, frenetico, iperrealistico e imperfetto La casa dei 1000 corpi e decorato con stima e rispetto per il peckinpah-style thriller La casa del diavolo (2005), seguito del suo primo lavoro. Le successive due pellicole, Halloween – The Beginning e Halloween II (scheda) contribuirono, purtroppo, ad abbattere le speranze della nascita di un nuovo pioniere del genere e a generare i timori per The Lords of Salem.
Sinossi: la radio-dj Heidi riceve in omaggio un disco da una band sconosciuta. Mentre l’insolita musica le farà vivere stati di trance, attorno a lei e nell’appartamento accanto si verificheranno inquietanti fenomeni.

Sfortunatamente c’è ben poco da rimuginare: Rob Zombie firma il suo terzo colpo a vuoto.
Dopo una prima parte interessante ed intrigante, ricca di atmosfere anni 70, tensioni malsane che rievocano a tratti finanche il Carpenter de Il signore del male, il film prende una china in velocità senza fermarsi più sino al finale. Troppi i passaggi mal orchestrati che, se non risultano forzati, cadono sovente nel ridicolo involontario. Colpevole la traccia mistico-satanica assolutamente mal gestita, zeppa di immagini non convincenti e tante volte inopportune; e il disastro giunge quando si decide di spingere ulteriormente il pedale sull’acceleratore per puntare al massimo, alla magnificenza, alla fastosità, allo sfarzo delle scene e visioni, con inquadrature tronfie e requiem d’accompagnamento. Integrano la corsa verso l’abisso gli effettacci sulle creature, che lasciano seriamente l’interrogativo che il regista non abbia rivisto il girato prima di passare alle sequenze successive.
Così, dal nobile tentativo di cambiare leggermente registro e sfornare un figlio minore di Rosemary’s Baby, Zombie finisce per partorire un padre putativo de La nona porta.
Alcune tracce di stile, nuovo, della prima mezzora lasciano in franchezza ancora sperare per il futuro.
Ma ti preghiamo, Rob, adesso basta.
Scherzi del genere non ce li fare più.

Valutazione: 5/10
Spoiler: 6/10



V/H/S - locandina

Titolo originale: V/H/S
Regia: Adam Wingard, David Bruckner, Ti West, Glenn McQuaid, Joe Swanberg, Radio Silence
Nazione: Stati Uniti
Genere: horror
Anno: 2012

Ultima visione del weekend, domenica notte è il turno della seconda proiezione di V/H/S dopo quella esclusiva per la stampa ventiquattr’ore prima. Ritorno nostalgico agli anni 80 per un gruppo di registi che decide di rievocare le atmosfere degli horror di trent’anni fa sia per tema che per medium casalingo, inscenando degli episodi alla Creepshow riprodotti da malconce VHS. Pretesto di sceneggiatura: alcuni malviventi vengono incaricati di recuperare un nastro in una casa apparentemente vuota. Per scovarla, in mezzo alle tante VHS saranno costretti a visionarne alcune.

Carta vincente di quest’opera collettiva è nei soggetti dei corti, quasi tutti entusiasmanti, a tratti terrorizzanti, non solo semplicemente rievocatori di un genere giacché superiori ai riferimenti per fattura. Idee e trattazione posseggono una stoffa che, pur senza meritare l’applauso pieno, mostrano un’attenzione ai meccanismi di tensione più elevata dei prodotti da drive-in che omaggiano. Brillano Amateur Night di David Bruckner e Tuesday the 17th di Glenn McQuaid, che non possono non lasciare un ricordo dopo i titoli di coda. Pecca imperdonabile va, invece, all’estenuante, insopportabile e abusato stile found footage di cui è plasmata l’intera pellicola: telecamera mossa e mal di mare annesso, irritanti il triplo ogni volta che se ne constatava il danno contro delle buone se non ottime soluzioni di trama, disturbate da riprese infami.
Quando ne vieteranno l’uso per legge?
Da vedere, senza goliardiche nostalgie adolescenziali e senza pregiudizi per una forma discutibile.

Valutazione: 6/10
Spoiler: 10/10

altreVisioni

Holy Motors, L. Carax (2012) – incredibile, surreale, metaforica visione delle vite umane come maschere indossate da pochi attori. Forse un capolavoro. TFF 2012, sezione Torino XXX * 8
Maniac, F. Khalfoun (2012) – remake dello slasher omonimo anni 80, si struttura quasi esclusivamente in chiave introspettiva e sbaglia proprio sulla cura delle psicologie. TFF 2012, sezione Rapporto Confidenziale * 4.5


[…]1 emblematico e straordinario il momento in cui il killer chiede al ragazzo di ipotizzare la malattia presente in un organo estratto da una vittima: nessun ricamo efferato prima e dopo, solo l’analisi e la dissezione di un componente del corpo umano, a cavallo tra l’azione di un macellaio e l’indagine di un professore di medicina
[…]2 da coup de theatre

Torino Film Festival 2012 – Weekend Confidenziale ultima modifica: 2012-11-27T09:34:54+00:00 da Alessandro Cellamare



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