Politica

Classi dirigenti, queste sconosciute. Speranza a Stato: “Manca la consapevolezza”


Di:

Salvatore Speranza in occasione dell'ultimo congresso SeL (St)

STORICO, intellettuale, una vita in politica. Salvatore Speranza, a dispetto dei 34 anni d’età, all’attivo conta già una decina di pubblicazioni, una mole niente male di convegni e dibattiti ed un curriculum da politico di razza. Di sinistra, carta d’identità inconfondibile. Segretario di Rifondazione Comunista di Foggia neppure trentenne, quando il Prc, nel capoluogo, significava tessere, partecipanti, iscritti. Poi il tentativo di Unire la Sinistra, la segreteria Sinistra ecologia e Libertà. Oggi, un sostanziale allontanamento che, però, non puzza di disimpegno. Speranza è un professore. Chiaramente precario, di quella precarietà di cui sono fatti i sogni. Uno di quelli amati e rispettati dai ragazzi. Soprattutto, pulsa di una passione smodata per la Capitanata. Non mero campanilismo, ma amore maturo.

I suoi scritti hanno sintetizzato 60 anni di storia politica della provincia di Foggia. Storie di protagonisti, racconti veri di classi dirigenti che non ci sono più, perse inesorabilmente sotto le martellate di un presente fumoso e scipito. Nei suoi testi, editi dalla Sud Est di Franco Mastroluca, c’è la sintesi perfetta di un passato gloriosamente indipendente. Quello in cui le intellettualità muovevano le redini della società, stuzzicavano il dibattito politico, irretivano la demagogia a tutto vantaggio della politica.

Per questo, in tempi di carenza strutturale e di oggettiva limitazione intellettuale di governanti e governati, Speranza è colui il quale meglio di tutti può aiutare a far luce su quanto sat accadendo, tentando una ricerca diogenea delle cure.

Speranza. Arresti, giunte che cadono, amministrazioni in crisi, città che si svuotano, progetti che si volatilizzano. La classe dirigente di questa terra pare latitante. Che cosa sta accadento alla genie politica foggiana?
Sta succedendo che è uscito il sole. Ed il sole, si sa, mette in mostra tutte le componenti di un corpo. I bei lineamenti, come i nei. Ecco, la crisi è questo sole. Che si chiami rifiuti o che si chiami economia. Ed il sole, qui, ha mostrato i limiti delle nostre classi dirigenti.

Cosa intende, lei, per classi dirigenti?
Per quel che mi riguarda, le classi dirigenti sono tutte quelle zone del sociale in cui può innestarsi la politica.

I partiti?
Non solo. Il mondo politico è variegato. Le associazioni sono classe dirigente. L’ambientalismo può essere classe dirigente. Il mondo dell’economia è classe dirigente, il mondo intellettuale è classe dirigente. Sono tutti ambiti dall’imprtanta cruciale, ognuno dei quali con il compito precipuo di incidere il ventre della realtà.

Ma, dato che ammette che hanno dei limiti, significa che non ne vede questa spinta al cambiamento, giusto?
Giusto. Sono portato a credere, ragionando, che le nostre classi dirigenti paghino un duplice pegno. Innanzitutto, sono portatrici di un’inadeguatezza di fondo derivante dal fatto che non hanno una piena consapevolezza del ruolo che esercitano. Questo vale soprattutto per i politici, per gli amministratori. Ma non solo. In secondo luogo, sussistono delle motivazioni di stampo culturale in virtù di un campanilismo radicato che impedisce di vedere oltre l’interesse del particolare. Spesso, va a finire che le due cose s’intreccino. Ed allora succede quello che sta accadendo ora: una stasi.

Trova sia una cosa propria del Tavoliere o diffusa?
In Salento le classi dirigenti sono compatte. Prendiamo il progetto del Grande Salento. Province, Comuni, Università e Camere di Commercio di Brindisi, Lecce e Taranto so sono fuse insieme per portare avanti un grande progetto culturale che va molto oltre la Notte della Taranta ed il primitivo di Manduria. Hanno dato corpo alle esigenze di un territorio, facendo leva sui punti più avanzati della politica, dell’economia, della cultura. E’ accaduto in virtù di quella che, prima, ho chiamato consapevolezza. Se possiedi gli strumenti per comprendere perché governi il tuo ambito di competenza, che tu sia un amministratore pubblico o un rappresentante dell’economia, allora è certo che porti vantaggi per il territorio. Se, al contrario, scambi il tuo ruolo con una gita nel paese di Bengodi, alla maniera dei vecchi Governatori delle province romane, allora non farai altro che agire male.

E in Capitanata…
… si agisce non bene.

Per incompetenza…
E per cultura. Veda, in Salento, un cittadino di Melendugno, uno di Avetrana, uno di San Pancrazio, uno di San Pietro Vernotico si considerano tutti salentini. Noi è già tanto se ci consideriamo cittadini. Credere di poter, tutto insieme, raggiungere il loro grado di maturazione culturale è impensabile. La loro è una coesione sedimentata. Qui, invece, un cittadino di Chieuti ed uno di Pietramontecorvino non hanno nulla in comune.


Non esiste la Capitanata, dunque?

Esiste, eccome. Ed è la seconda provincia in Italia per estensione. Però non esiste come esiste il Salento. La Capitanata è una cosa diversa. Anche l’epiteto “Dauni” che noi ci attribuiamo, non ci contiene. Allora, bisognerebbe iniziare a pensare ad una decentralizzazione delle competenze. Ad una specie di amministrazione diffusa. Io lo chiamo “progetto Pentapoli”, per cui, insieme con Foggia, inizino a ritrovare lustro Cerignola, San Severo, Lucera e Manfredonia. Ovvero, i nervi di Basso Tavoliere, Alto Tavoliere, Appennino e Gargano. Al centro, Foggia, la cui classe dirigente deve fare uno sforzo di innovazione e di metropolitismo. Perché in quest’ottica d’apertura, non può più credere di essere sola, unica stella di un sistema Foggia-centrico. D’altro canto, identico sforzo devono fare dai centri periferici divenuti centri d’irradiazione politica e culturale, dialogando di più con il capoluogo.

Lei comprenderà che un progetto del genere necessita di chi l’attui…
Ovviamente si. Purtroppo, devo constatare, da studioso del passato recente, che si è creato un divario enorme tra le vecchie classi dirigenti e quelle nuove. C’è un abisso.

Politiche sbagliate?
Anche. Prendiamo il caso di Foggia. Sa cosa dimostra la mancanza di preparazione politica? Le scelte urbanistiche. Foggia è una città che, negli ultimi 10 anni, ha perso 3000 abitanti, fra cui tantissimi giovani. Ignorando questo dato, le amministrazioni che fanno? Costruiscono palazzi. Dando, una volta di più, corpo a quel limite campanilistico di cui sopra. Costruire significa ampliare la città, farla grande ed alimenta, spesso, le manie di grandezza di chi governa. E’ una teoria che non si riferisce a nessuno in particolare, ma è un assioma generale, valido per tutti. Inoltre, questo ampliamento della città avviene a discapito della qualità della vita. Nuovi quartieri, infatti, significa nuovi spazi urbani, nuova socialità, nuova urbanizzazione. Nuovo sociale da implementare. Ma come si può implementare il sociale in zone nuove non si è capaci di farlo in quelle che già ci sono? Così, si finisce per accavallare ad un vecchio problema uno nuovo.

Non crede che questo possa ricondursi anche alla mancanza di una vera e propria competenza? Insomma, governa chi può e non chi sa?
Sicuramente è così. Non si può non notare l’assenza dalla scena di una classe intellettuale che, per decenni, si è rintanata in se stessa, rinunciando a fare cultura. Oggi, bisogna che anche l’Università di Foggia partecipi di più. Personalmente, la vedo troppo limitata come raggio d’azione. Non è in grado di incidere, di formare le coscienze. Non crea elite intellettuali seriamente capaci di innestare il cambiamento su Foggia e sulla Capitanata. E’ un dato di fatto che i vari Forcella, De Caro, Rossi, Normanno hanno operato in assenza dell’Università. Insomma, il meglio dell’intellettualità foggiana è stata espressa ad Ateneo assente.

Incide il fatto che chi studia fuori rinuncia a tornare?
Foggia, fino agli anni Ottanta, era un’ottima sede di ritorno. Oggi è solo un punto da cui partire. Possibilmente, per non tornarci.

Anni Ottanta, punto di non ritorno…
Forse ancor di più gli anni Novanta, quando quelle che erano le terze file di partito durante gli anni Ottanta hanno inizato ad affacciarsi alla scena del potere. E ci sono ancora. L’ultima buona infornata è stata quella della genie manfredoniana: i Campo, i Bordo, i Riccardi. Ma, a loro volta, non sono stati capaci di continuare il lavoro, vanificando quanto di buono fatto in precedenza.

Questione morale, caso Apricena, dove il nuovo ed il buono della classe dirigente inciampa. Non vede anche un inquietante parallelismo con Sesto san Giovanni?
Io ad Apricena ho vissuto per qualche tempo. Posso dire che è tra i paesi più vivibili della provincia di Foggia. Non conosco bene il caso Zuccarino, le vicissitudini, le evoluzioni. Ho appreso tutto dai giornali, ne ho, dunque, una conoscenza parziale. Ma posso dire che una delle migliori amministrazioni provinciali della Capitanata, quella Kuntze, inciampò su ostacoli di natura giudiziaria, senza comunque compromettere il buon giudizio sull’operato politico. Io ho fiducia nella magistratura. Saranno i giudici a giudicare, ma non credo ci siano elementi per accostare le due realtà del foggiano e della Lombardia. Lì, c’era un sistema vasto, qui, un caso isolato.


p.ferrante@statoquotidiano.it (RR)

Classi dirigenti, queste sconosciute. Speranza a Stato: “Manca la consapevolezza” ultima modifica: 2011-10-28T21:26:19+00:00 da Piero Ferrante



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Commenti


  • Gipsy

    Gli intellettuali,lettori impietosi e ipercritici della società,analisti abili e illuminati delle sperequazioni sociali e degli equilibri intestini alla politica.
    Soluzioni? Zero. Come sempre. Tutte parole a pancia piena.

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