Editoriali

L’Europa trasforma l’Italia nella terra dei potenti


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SCRIVEVA, svariati anni addietro, l’economista keynesiano Federico Caffé che “il capitalismo maturo, al pari di quello originario, poggia su sofferenze umane non contabilizzate, ma non per questo meno frustranti e degradanti”. Caffé, non imputabile di simpatie sovietiche, scomparve in circostanze misteriose nel 1987. Con lui, s’annientò di botto, crollando su stessa, tutta la critica verso un sistema iper-diseguale che, già 20 anni fa, conteneva in sé i germi della crisi strutturale.

Nel 1987, il mondo era sulla scia della disgragazione politica. I blocchi di Est ed Ovest, il muro di Berlino, la logica bifrontale, la guerra fredda aveva i mesi contati. Nell’atmosfera, un’aria frizzante di libera impresa e capitalismo arrembante veniva inalata da opportunisti di sistema, pronti a metter tende laddove non si credeva. Come in una folle corsa all’oro, l’Est Europa post comunista stava per diventare terra di tutti e di nessuno, preda della deregulation economica e politica, dopo decenni di controllo e disciplina. Si stavano gettando le basi per la realizzazione di quel mostro orrendo chiamato Europa.

L’Europa, già. Per il filosofo Friedrich Nietzsche, l’imperio della “morale del branco”. Lui, per cui il continente non era che un continente, una somma di Nazioni spesso in conflitto fra di loro, c’ha preso come se v’avesse visto tutti i prodromi di quel che oggi è. Vale a dire, un governo sovrannazionale dell’illiceità, che fa dello sfruttamento del lavoro una norma e dell’ultra liberismo un Vangelo secondo Barroso; in cui il monopolio degli interessi del “branco” finanziario sulla politica si realizza in pieno nella sottomissione del Parlamento (quello di Strasburgo, eletto) ai bisogni dele multinazionali, riassunte nella Bce. Quello stesso Governo finanziario dei Governi finanziari che irride chi non lo segue, amminisce, punisce e fustiga chi se ne scansa. Che regala denaro e garantisce protezione in scala proporzionale alla capacità di obbedienza. La pretesa di inserire nelle leggi statali il riequilibrio di bilancio è cosa folle. Ma la follia dell’Unione è lucida e ponderata. Pone la politica al servizio del capitale una volta di più, ledendo mortalmente, fino ad offenderli e mortificarli, i diritti dei popoli e delle genti.

Parlare di riequilibrio di bilancio, significa sostituire la funzione sociale di un governo con quella prettamente economico-finanziaria. Significa azzerare i servizi o sottoporli al vaglio delle banche. Si è originata una situazione paradossale, nel nome e per conto della quale sono le imprese che erogano denaro che decideranno se, quando e come sarà possibile realizzare un parco giochi, potenziare un asilo nido, rafforzare un servizio di trasporto pubblico. L’Europa aleggia come lo spettro marxiano e governa città metropolitane svedesi e paesi di provincia della Bassa Emiliana, come del Subappennino dauno.

Questo, per l’incapacità d’indipendenza di un governo (e, in generale, dei Governi multicolor nostrani) che teme la defenestrazione dai tavoli europei, che si cura del risolino degli alleati e non della rabbia sformante di milioni di governati, elettori, votanti. Così finisce che, per contentare Bruxelles, Parigi, Berlino, si decidano tagli e licenziamenti a Roma, Milano, Foggia. Finisce che, dal 2012, le imprese con l’acqua alla gola (chi lo stabilirà, poi, quando un’impresa giunge con l’acqua alla gola?) potranno licenziare in modo unilaterale, senza reintegro e con la salvezza eterna garantita dalla pietosa concessione dei un indennizzo. Insomma, nel nome dell’Europa, di Napolitano e della Banca d’Italia, una ben poco consolante Trinità per la gente comune, finiscono in soffitta i diritti civili conquistati nel tempo dai lavoratori italiani. Il precariato ed il licenziamento diventano stelle comete luminescenti del fulgido mondo del capitalismo. A Roma, la maggioranza bolla il prvvedimento con il glorioso epiteto di “modernizzazione”. Uno stare al passo con i tempi. Come se non bastasse, per rendere “più efficiente, trasparente, flessibile e meno costosa” la Pubblica amministrazione non si taglieranno gli sprechi ed i privilegi, bensì scatteranno meccanismi per la mobilità degli statali, la cassa integrazione con riduzione del salario e “il superamenteo delle dotazioni organiche”.

L’Italia insomma, sarà finalmente un paese degno di considerarsi discendere dalla comune Mamma Europa. Purosangue, dopo 70 anni da figlia bastarda. Ma giovani, disoccupati, famiglie allo stremo, poveri cristi, loro no. Loro saranno nel Terzo Mondo e cederanno finalmente il passo ai faccendieri ed ai rampanti rampolli d’azienda. La maggior parte degli Italiani finirà per irrobustire le schiere dei senza dirittto di cittadinanza in questo continente dei forti. Così, accadrà che l’Ilva sarà Europa; quartiere Tamburi, i malati di tumore, l’Africa. Il CdA Fiat Europa, gli operai di Pomigliano Africa. Emma Marcegaglia e l’inceneritore Eta Europa, la popolazione di Borgo Tressanti Africa. I palazzinari di Foggia Europa, i morti ammazzati dalla mafia intralci, oltre che africani.

L’Europa ha deciso di cambiare il volto dell’Italia. Da paese a vocazione agricola, paese degli argini nella Bassa, paese delle alluvioni e dei terremoti, a Patria dello sviluppo, spazio di conquista dei tipi che potranno permettersi di aprire imprese a costi contenuti e licenziare senza troppi disturbi. Dei figli di papà creativi, attuatori spregiudicati dell’economia della sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Dei procacciatori d’affari a gogo, delle effimere creazioni imprenditoriali, dei funghi che spunteranno per ricordarci chi comanda: sempre i soliti. E perché: per la (poco) nobile arte della pecunia.

p.ferrante@statoquotidiano.it
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L’Europa trasforma l’Italia nella terra dei potenti ultima modifica: 2011-10-28T19:30:40+00:00 da Piero Ferrante



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