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A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

Manfredonia, Elsio – Quel giorno: quella partita (VI)

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Manfredonia. La cerimonia finì e l’arbitro fece avvicinare a se i due capitani, strinse loro la mano ed essi a loro volta se la strinsero. Fecero la conta e vinse il capitano della squadra ospite ed erano loro che dovevano iniziare a giocare. Mentre si allineavano nella propria metà del campo diedi un’occhiata all’altra squadra, non conoscevo nessuno; e come potevo? Erano di un altro paese! Però uno di loro mi colpì perché, a differenza dei suoi compagni, portava i pantaloni lunghi legati sotto le scarpe, come quelli di chi va a cavallo: erano dei mutandoni. Oltre tutto era mingherlino e basso e per questo mi venne un pensiero di preoccupazione per lui: cosa gli avrebbero fatto quando si cominciava a giocare? Certo, in mezzo a tutti quei ragazzoni con le gambe grosse scoperte, pensai che portasse i pantaloni lungi per nascondere le gambe gracili. Fui proprio cattiva nel pensarlo perché poi mi dissero che era un seminarista, prossimo alla messa; me ne vergognai amaramente e ancora una volta capii che i giudizi affrettati sono sempre sbagliati. Scansai il pensiero per quella figuraccia di giudizio e guardai la partita: guardai Ӗlsio. Lo vidi recarsi nella sua porta. Il suo viso esprimeva tanta emozione, ma era anche un viso felice e ciò mi permise di essere tranquilla e stare ancor più stretta al mio dottore ed avere un dolce pensiero per mio marito. Il fischio di inizio uscì così forte da sembrare la sirena di una fabbrica.

Il pallone incominciò a correre da un piede all’altro con i giocatori a sfidarsi quanto più forte potevano colpirlo ed il pubblico ad incitarli a farlo; io non aprivo bocca, non era corretto per me, donna, gridare; che sofferenza! Comunque, da quello che vedevo, non doveva solo essere colpito forte e allontanato dalla propria zona, ma bisognava passarlo ai compagni con precisione per non farlo prendere agli avversari. Lo capii quando il macellaio passò il pallone con un tiro forte e preciso al sarto che stava in quel grande cerchio nella parte degli avversari e lui, dopo averlo fermato, non riuscì a passarlo allo studente che correva in avanti sulla destra che lo reclamava con il battito delle mani; sbagliando il passaggio regalò il pallone agli avversari. Si arrabbiò lo studente, ma solo con il gesto delle braccia; mica si poteva aprir bocca sul campo; non si poteva per regolamento. Perciò, per arrivare alla porta avversaria e tentare di fare un punto, bisognava passarsi il pallone con precisione tra compagni di squadra; perdendolo, erano gli altri ad avvantaggiarsi e tentare di fare il punto. Era così semplice a capirlo ma il difficile era metterlo in pratica: c’erano gli avversari da superare. Intanto accanto a me arrivarono due ragazze, disinvolte ma un po’ vergognose, vedendomi si fecero coraggio, gli spettatori le fecero passare avanti con galanteria; mi salutarono e ci sorridemmo, era il modo per darci forza in un mondo dove gli uomini erano i “padroni.

La partita andava avanti, l’arbitro fischiava di continuo per tenere il gioco in linea con il regolamento e per fare ciò correva molto da una parte all’altra del campo; anche se aveva due ragazzi, uno di una squadra e uno dell’altra, che lo aiutavano, stando sulla linea laterale con un bastoncino con alla punta legato un fazzoletto, ad indicare all’arbitro, quando il pallone usciva dal campo, quale squadra doveva rimetterlo in gioco con le mani; e quindi correvano come correva il pallone per stare sempre sulla zona di gioco. Nel vedere quei ragazzi che si affrontavano senza paura alcuna per conquistare quell’oggetto prezioso che era il pallone, cominciai ad entusiasmarmi anch’io parteggiando per la squadra di Ӗlsio. Prima dell’inizio non mi importava, ero solo contenta che mio figlio giocasse. Fui presa così tanto dal gioco che quando gli avversari andavano verso la porta di Ӗlsio, avevo paura che il pallone andasse in fondo alla rete. Ma vedendo che i compagni che stavano davanti a lui: il macellaio (il grande), il fabbro, uno degli studenti e alle loro spalle, proprio davanti ad Ӗlsio, uno dei ricchi, lo proteggevano, un po’ mi rassicurai. Il ricco poi, mentre gli altri non si spostavano dal loro posto, assegnato dall’allenatore, era “libero” di muoversi e di andare dove c’era pericolo opponendosi agli avversari, quando questi sfuggivano ai suoi compagni, con folle potenza ed abilità, intercettando o togliendo il pallone dai loro piedi con delle spallate ai limiti del regolamento, passandolo al proprio portiere o rilanciandolo in avanti con un potente calcio. Vedendolo giocare in quel modo, non mi sembrava proprio il “baronetto” che vedevo in paese darsi delle arie: questo mi convinceva ancora di più che il calcio è anche “un trasformista della vita”.

All’improvviso, come punto da una tarantola, prese vivacità quello con il pantalone legato sotto le scarpe; il seminarista, fino ad allora ben tenuto dagli avversari. Gli passarono il pallone con un forte calcio; esso prese velocità, stava quasi per uscire dal campo. Il pretuzzo si mise a correre come un matto andandolo a prendere prima che uscisse. Era tanto veloce che l’ortolano, affrontandolo, rimase fermo come un palo; fece correre il pallone con un tocco leggero, avanti, poi con un’agilità straordinaria aggirò l’avversario e andò a riprendersi il pallone. Avanzando trovò il fabbro che si pose davanti con tutto il suo corpo possente; era il doppio di lui: ma fu ugualmente scavalcato. Trovò uno spiraglio, perché l’avversario era con le gambe allargate e da lì fece passare il pallone, ridicolizzandolo e facendo ridere il pubblico. Dopodiché lo scavalcò e con eleganza si spostò al centro del campo con il pallone tra i piedi puntando verso la porta di Ӗlsio; però prima c’era da “eliminare” un altro avversario: il ricco. Questi tentò di fermarlo anche con una spallata, ma il pretuzzo si spostò, con il pallone tra i piedi, lateralmente e si trovò davanti al portiere da solo. Vidi Ӗlsio attento, pronto alla parata; guardava fisso le mosse dell’avversario, spostandosi con il corpo da una parte all’altra; rimanendo fisso sulle gambe. Questo movimento senz’altro ingannò il pretuzzo; arrivato già stanco per aver corso molto. Alla fine tirò, il ricco stava rivenendo su di lui, rasoterra all’angolo ma debolmente e Ӗlsio si allungò e afferrò il pallone con tutte e due le mani. Il pubblico applaudì all’azione del pretuzzo e alla parata di mio figlio, e questa volta, io e le ragazze, ci unimmo a loro senza vergogna. (FINE VI, CONTINUA)

A cura di Cosimo Sipontino Del Nobile

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