Cultura

Il maestro della chiesa Stella. Chi era ?

Di:

Esterno Chiesa Santa Maria Stella di Manfredonia (ST)

Manfredonia – “ERA un un ragazzo che, pur non potendosi reggere più in piedi, è rimasto dritto sulla barca con le braccia aperte e poggiate sui fianchi. E da lui che ho imparato molto. Lui è stato il mio unico punto di riferimento nell’insegnamento, che ho svolto nella scuola elementare De Santis come insegnante di sostegno. Ora che sono in pensione, il ricordo di mio zio e della scuola mi consentono di non rimpiangere quel tempo passato ma di darmi forza per affrontare le sofferenze che la vecchiaia prematura qualche volta riserva”.

Visione sull’attuale. Ed uno sguardo al passato. “Perché Maestro? Chi è ?”. La signora Paola Prencipe ricorda lo zio Domenico Prencipe, da tutti ricordato a Manfredonia come “u maestr da Chisa Stell”.


LA STORIAFrancesco Paolo Prencipe (1848-1925) ebbe 4 figli maschi e due femmine: Francesco (canonico); Gaetano (nonno della signora Paola), Antonio (l’artista in progettazioni delle imbarcazioni, che sposò la sorella del futuro suocero della signora Paola Prencipe, classe 1948, che ha riferito a Stato tutti gli elementi per la ricostruzione di questa storia) e Raffaele (che non ebbe figli). Inoltre: Fiorigia (sposata con Beverelli, che viveva a Livorno ed ebbe tre figli: Matteo, medico, Paolo, ingegnere, e Giuseppe, geometra del Genio Civile), Lucia (che sposò un famoso sarto di Monte Sant’Angelo, il signor Angelo Cusmai, anche loro vissuti a Livorno e dai quali nacque un figlio, ingegnere che elaborò il brevetto della “pila atomica di Latina”).


A 9 ANNI COLPITO DALLA POLIOMELITE
– Il primogenito della stirpe citata divenne sacerdote svolgendo anche le funzioni di reggente ed insegnante nella scuola elementare di Manfredonia, la cui direzione era a Monte Sant’Angelo. Le classi elementari erano ubicate “alcune al castello”, nelle famose Casermette ed altre in via Campanile, ex Bozzelli. Mimino Prencipe (del 1921-1986, figlio di Gaetano, fratello del Canonico) a 9 anni ebbe la poliomelite alle gambe, causa un’influenza (come lui, quell’anno furono colpito altri due ragazzi); da quel giorno iniziò un vero calvario e per il padre di Mimino “fu un dolore immenso”. Il nonno della signora Paola Prencipe tentò in tutti i modi di aiutare il figlio andando prima a Bologna “già famosa per l’ortopedia”. Tuttavia “i dottori non vollero intervenire perché con quella malattia non c’era molto da fare”. Allora il nonno, “non contento”, proseguì per Milano, dove gli diedero delle speranze per migliorare quella “postura” e “che quel male gli procurava”. “Zio Mimino stette ricoverato a sue spese per alcuni mesi e suo padre faceva spesso su e giù dal proprio paese, per non lasciarlo completamente solo. L’intervento, che subì a Milano, fu deleterio, in quanto gli tagliarono i tendini che collegavano il bacino con le gambe ed i suoi arti si appesero del tutto”. “Zio accettò il suo calvario quasi con l’orgoglio e lo dimostrò fino alla morte (1986)”.

Tornando al canonico, “quando questi aveva degli impegni in Chiesa, come un funerale, spesso chiamava il nipote Mimino per farsi sostituire in classe. Fu così che nacquero in lui le strategie per intrattenere i fanciulli, anche se lui aveva frequentato solo fino alla quarta elementare, perchè poi si ammalò”.

LA PARROCCHIA – Nella sua parrocchia, la “Stella Maris”, operavano in quel periodo i Salesiani: “zio si rapportò molto con Don Bosco, fu il suo vero punto di riferimento, l’arma che chiamava attorno a sé tutta la gioventù del circondario ed oltre”. Domenico Prencipe preparava “la gioventù al catechismo, gli adulti analfabeti alla Cresima ed al Matrimonio. Con l’ordine del suo parroco faceva la pre-confessione e molti la scambiavano per confessione, per cui si confessavano due volte (da zio e dal sacerdote)”. Alle cinque di ogni mattina (inverno ed estate) zio Domenico Prencipe si recava a Messa, aiutandosi con il bastone, scendeva le scale di casa sua ed aspettava, al portone, che passasse qualcuno o gli andassero incontro, spontaneamente, i bambini che seguiva. “Chiamava tutti chiamava con il nome di Nino, perché era convinto che in questo non avrebbe offeso nessuno”. Durante la Messa, essendo allora celebrata in latino, “zio interveniva con l’aggiunta di preghiere e di riflessioni. Era lui che intonava anche i canti: prediligeva molto il canto Madonnina del Mare, che era stato composto da una suora della Stella”.


“UNA VERA TELEVISIONE VIVENTE”
– Fu proprio Domenico Prencipe, zio della signora Prencipe, a far realizzare all’entrata del Porto di Levante una grotta con la Madonnina, “affinchè i marinari prima di partire con la barca potessero affidare a Lui i sacrifici ed i pericoli del loro lavoro”. Dopo la Messa delle cinque del mattino, i ragazzi passavano nelle salette accanto e “ricevevano un panino con latte caldo e poi andavano a scuola, molti di loro a lavorare, perché bisognosi”. In questo modo nasce nel tempo la figura de “U maestr da Chisa Stell”. “A quei tempi non esisteva la televisione – ricorda la signora Paola Prencipe e lui rappresentava in un certo senso una televisione vivente”. “Aveva molta fantasia ed i suoi racconti partivano sempre da vissuti, misti a magie, che incantavano i bambini; qualche volta intorno a lui ce n’erano anche un centinaio. Voleva bene a tutti i ragazzi ma per Cenzino Balzamo aveva un affetto particolare, perché era molto vivace e spesso veniva rimproverato: mio zio lo difendeva dicendo: con me è una pecorella”.

La presenza dell’angioletto buono e angioletto cattivo, la farfallina che rapportava tutto all’orecchio, gli scherzi con i tric-trac erano immancabili nelle sue favole. “In questi fanciulli zio mirava a formare il futuro cittadino e a tutti augurava uno specifico avvenire, perché credeva molto nelle loro capacità e volontà, per raggiungere uno specifico direttivo. Tutto ciò che lui auspicava, spesso si è realizzato”, ricorda la signora Prencipe. “Il vangelo, per zio, era fonte di ricchezza, punto di riferimento e di formazione morale e spirituale. Tutto questo lo faceva senza nessun diploma o laurea o corsi di qualifica, ma facendosi guidare da un concetto base del cristianesimo: ama il prossimo come te stesso. Zio educava negli altri al senso del dovere, all’impegno e alla gioia di scoprire e di sapere. Tutto questo per lui avveniva con naturalezza, senza alcun affaticamento mentale, in questo modo nessun bambino si allontanava dalla scuola, né dalla Chiesa né dal futuro lavoro”.

“Quando io mi sono fidanzata con mio marito Michele – ricorda la signora Prencipe – ho conosciuto anche una sua zia, Rosina in Angellilis, la quale con gioia mi disse che suo figlio Giovanni (ora ingegnre) si era preparato per la primina come privatista, proprio da zio Mimino. Giovanni tutto ciò che il suo maestro gli diceva lo eseguiva alla perfezione, altrimenti la farfallina avrebbe riferito all’orecchio del suo maestro il suo mancato impegno”. Come Giovanni, tanti altri ragazzi sono diventati oggi dei bravi professionisti, “che lo ricordano con affetto (si potrebbe fare un censimento)”.

“Io con mio fratello Gaetano e mia sorella Immacolata vivevo in mezzo a questa folla di bambini, che disciplinatamente eseguivano i compiuti, spesso si facevano fare i verbi, la grammatica, le tabelline, i calcoli veloci, ecc. ecc”. Non c’era nessuna scrivania o sedia anatomica, ma LO zio era su una lunga panca ed i bambini su dei scannetti di fortuna, scrivendo il quaderno poggiato sulle gambette e con i piedi scalzi (non tutti). “Siccome zio, oltre alle gambe paralizzate, aveva anche la vista compromessa, perché i suoi occhi gli saltavano di continuo, la correzione dei compiti avveniva con l’ascolto di ciò che avevano scritto e con l’autocorrezione, avvicinandosi uno per volta alla sua panca”.

Zio Mimino, per essere più vicino alla comprensione di questi alunni, comparava il dialetto con l’italiano per cui la lettura “i” non la confrontava con la parola “imbuto” perché in dialetto si pronunciava “u mut”; la lettera “n” non reggeva con la parola nave perchè a Manfredonia si diceva “u vapor”. Insegnò anche il braille a tre bambini, perchè durante la guerra questi giocando inconsapevolmente con alcuni reperti bellici si ferirono gravemente. “Insegnava ai bambini come amare ed apprezzare la natura ed i doni che essa offriva. Sul terrazzo di casa sua aveva una gabbia con tre galline; verso mezzogiorno mandava un bambino sopra che con il suo bastone riusciva delicatamente a prendere l’uovo appena fatto ed ancora caldo”.


LE TALEE
– In primavera sollecitava i ragazzi a raccogliere gli asparagi, fra i fichi d’india, affinchè anche lui potesse assaggiarli. “Da un suo alunno che viveva in campagna si fece portare una talea della vite e la fece piantare sempre da lui. Nel cortile vicino il suo portoncino di servizio”. Quelle vite crebbe presto e si allungò creando ombra, frescura, e privacy al suo balcone ed i suoi frutti molto dolci: “uva moscata”. “Ora quella vite non c’è più perchè secondo la mentalità attuale le foglie sporcano il cortile, attirano gli insetti. Per fortuna mio marito alcune di quelle talee le ha piantate nella sua campagna, che ora si chiamano: uva di zio Mimino”. “Spesso mi raccontava del gioioso ricordo che aveva di suo zio Antonio Prencipe (fratello di suo padre). Con la signorina Maria Falcone, sorella del mio futuro suocero. Lui ancora non era ancora poliomielitico. Questo matrimonio durò tre giorni, in casa dei genitori della sposa, che si trovava di fronte l’attuale chiesa di San Michele”. Il primo giorno si festeggio l’addio al “celibato”, il secondo giorno ci fu il matrimonio con un lauto pranzo ed una infinità di dolci, con le cassate siciliane che mio nonno Gaetano procurò dalla ditta Castriotta, esperta in pasticceria. Il terzo giorno la sposa indossava l’abito da sera perché faceva con il marito le entrate in società.

“Durante questi tre giorni mentre i grandi festeggiavano i bambini di tutto il parentado si divertivano a correre ed a nascondersi sul terrazzo di questa casa che era in collegamento con altri palazzi del circondario, fatti di cupole e di tetti. Un altro ricordo zio lo raccontava con tanta commozione. Quando per la prima volta mio marito Michele Falcone salì a casa sua per conoscerlo, zio in quella occasione lo abbracciò forte e lo ringraziò, come se si fosse rivolto allo zio Nardino Falcone che durante la guerra era un baldanzoso giovane il quale, con tanto spirito di abnegazione, lo caricò sulle proprie spalle e lo porto sulla montagna dove tante famiglie di Manfredonia si erano rifugiate nelle grotte, per paura che i tedeschi bombardassero il porto della città”. Inoltre, “quando mio zio parlava della prima barea, a notare “u puntele” che la sua famiglia Prencipe consegnò al signore Gregorio Di Gennaro; lui si ricordava esattamente la posizione dei vari componenti sulla “foto ricordo“.

“Lui era un ragazzo che pur non potendosi piuù reggere in piedi , era dritto sulla barca con le braccia aperte che si poggiavano sui fianchi. E proprio da lui che ho imparato molto ed è stato il mio unico punto di riferimento nell’insegnamento, che ho espletato nella scuola elementare statale Francesco De Santis come insegnante di sostegno. Ora che sono in pensione, il ricorso di zio e della scuola mi sostengono a non ripmpiangere quel tempo passato ma a darmi la forza per affrontrare anche le sofferenze che la vecchiaia qualche volta prematura riserva”, conclude con malinconia la signora Paola Prencipe.

g.defilippo@statoquotidiano.it



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Commenti


  • Maria Cristina Grande

    Avere una memoria storica ha un valore inestimabile. Grazie per aver gettato in fascio di luce sulle radici della mia famiglia e per la “poesia del quotidiano” che lasci trasparire da questi racconti…


  • Redazione

    Grazie a Lei, continui a seguirci. Saluti di cuore, Red.


  • silvia grande

    ….grazie a Zia paola per avermi fatto rivivere tanti ricordi!
    davvero zio Mimino era una persona speciale!

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