Macondo

Macondo-la città dei libri


Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ Il canto di Guthrie per il popolo ∞
di Piero Ferrante

CI sono voluti tre decenni prima che l’Italia potesse rileggere, finalmente e definitivamente, la versione completa di “Questa terra è la mia terra”, formidabile romanzone del cantautore militante statunitense Woody Guthrie. Nel 1977, c’aveva provato la Savelli che, però, dovette fare i conti con la Dc ed il perbenismo. Il ritorno sugli scaffali datato 2011 è merito della casa editrice Marcos Y Marcos, che ne ha fatto un volume contenuto nel prezzo e nel formato senza censure e senza tagli. Un lavoro di una valenza storico-culturale con pochi precendenti in Italia. “Questa terra è la mia terra”, d’altronde, non è un libro come tanti. Non è un libro come gli altri. Non dice ciò che gli altri dicono con le parole con cui gli altri lo dicono. Certo, in un qualche modo trova riscontro nel country e nel folk a stelle e strisce, nei testi di Dylan e di Springsteen, finanche nelle pagine di Kerouac e di Rogers e di Whitman. Ma “Bound for Glory”, questo il titolo originale, ha un sentire in più. Ha una portata emotiva che nasce dalla sostanziale incapacità di Guthrie ad immedesimarsi nelle vesti dello scrittore.

“Questa terra è la mia terra”, in realtà, è solo una biografia romanzata. Un testo di narrativa spuria, un portolano esistenziale, in cui gli approdi sono i vari stadi della vita di un bambino che si fa ragazzo e di un ragazzo che si fa uomo. Un lungo viaggio, che inizia su un treno e si conclude su un altro treno. E quando, in un romanzo così lungo, ambientazione iniziale ed ambientazione finale si toccano fino a coincidere, ci sono due soli casi in cui si finisca per goderne la bellezza: o in quanto classico, adagiato sul suo letto di costrizioni letterarie sottili, talmente raffinate da doverne per necessità osannare l’essenza; oppure in quanto suo opposto, dunque conato di senzazioni forti e di poesia sporca. Questo secondo, è il caso del testo dell’eccelso Guthrie.

Un lavoro militante, un manifesto degli sfruttati, buono per manifestazioni sindacali di quelle potenti ed affollate, la pietra miliare di un’epopea popolare degno del miglior “Germinal”. Come di fronte all’ultimo respiro, Guthrie descrive senza controllo tutta la sua vita di sofferenze. Dall’infanzia agiata alle vicissitudini familiari, il fallimento del padre, la follia autolesionistica della madre, la morte della sorella. Soprattutto, la povertà, la pioggia, il carbone, il petrolio, la crisi e tanto tanto freddo nelle ossa. Freddo scolpito nell’anima dai vagoni frigo di treni merci che, nei Venti, nei Trenta e nei Quaranta scarrozzavano uomini e robaccia da una parte all’altra dell’America. Eppure, è nella miseria che Guthrie il vagabondo conosce l’arte della dignità e la cifra della condivisione. E’ nelle puttane, negli avventori dei saloon, negli imbroglioni, nei rissosi ubriaconi di quartiere, nei ruffiani e nei giocatori d’azzardo, negli affaristi e negli imbonitori che le sue dita si prolungano nelle corde di una chitarra. Per loro e di loro canta. Rende musica le loro parole, armonia le loro infime azioni.

Con lo scorrere delle pagine, Guthrie cambia spesso registro. Una volta umile ed un’altra rabbioso, una volta delicato (specie nella parti in cui parla della madre, quasi intorpidito da un dolore che non si rassegna alla sue fine), ed ancora rancoroso e poi ironico. Guthrie è come un fiume in piena. Non conosce le regole, non ha argini. E se le conosce le frantuma, per tracimare, dalla letteratura, nella sua personale interpretazione della letteratura. Il risultato è un lunghissimo canto di libertà, pagine fitte di fame, sature di filosofeggiamenti da pochi spiccioli, di riflessioni a buon mercato regalate con discreto incedere fra uno sputo di tabacco ed una bestemmia a voce roca. Sono memorabili le descrizioni delle risse, schiaffi e pugni e calci da orbi prima di una tregua che chissà quanto durerà. Restano impresse, come fotografie indelebili, anche le polaroid che scatta dei paesaggi: Texas, California, Illinois, Oklahoma.

“Questa terra è la mia terra” è un libro che trasuda popolo, tracima del bagliore degli ultimi. Un libro volutamente schierato a difesa dello slum e contro il capitale. Un tentativo di dar forma alla liberazione attraverso una sperimentazione letteraria che anticipa e supera la Beat generation. Un canto di libertà contro l’oppressione. Comunista, certo. Come Comunista era Guthrie. Un libro politico che politicamente va letto. D’altronde, che siate di destra o di sinistra, guthriani o non guthriani, pallidi o negri, silenziosi o rumorosi, cavalli o bulloni, “Bound for Glory” non potrà non rivoltarvi i sensi come calzini sporchi. Già, perché, come la mano di una massaia impertinente, è invasivo, oltre che contagioso. E’ sufficiente sfiorarne le pagine, goderne l’odore, abbagliarsi della copertina per ammalarsene irrimediabilmente. Non è un libro che piace, è un libro che prende. E, alla fine, o lo si ama, o lo si odia.

Woody Guthrie, “Questa terra è la mia terra”, Marcos y Marcos 2011
Giudizio: 4.5 / 5 – Monumento popolare
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∞ La ballata di Lila e Lenuccia ∞
di Roberta Paraggio

Lila e Lenuccia sono figlie della stessa miseria, vicine di casa in palazzine scalcinate costruite con mattoni di violenza e degrado, materiali di scarto per abitanti di infima classe. Un quartiere difficile della Napoli anni 50 fa da palcoscenico al nuovo romanzo di Elena Ferrante (uscito due giorni fa per i tipi di E/O) che, come sempre ci sorprende affilando sulla sua città uno sguardo lungo e inquieto, smembrandola per avere la possibilità di guardarla dentro, di oscultarla, senza affetto, senza perbenismi.

E, se Napoli è barocca, Elena Ferrante è asciutta, è un anatomopatologo assorto nel suo mestiere sezionante. Ma, ciò che viene fuori non è un referto asettico, bensì un racconto composto con le “voci di dentro”, ben celate nei vicoli pesti, bisbigliate appena. Non tutti sono capaci di narrare l’adolescenza, di trascriverne i pensieri più profondi senza scivolare nel già detto, la nostra misteriosa scrittrice non solo ne è capace, ma sa farlo suscitando emozione sussultante. La vita di Lila e Lenuccia scorre tra le righe, l’infanzia vola, tra i cenci e la scoperta della rinuncia causa indigenza per Lila, e gli studi di Lenuccia, occhialuta e un po’ goffa. Lila ha la capacità di astrarsi dal mondo, sa scontornare le persone con un punteruolo invisibile, resta fuori mentre tutto prosegue, e forse, per questo si salva dalla bruttura, mentre procede a occhi volutamente chiusi.

E’ cattiva Lila, è fredda, e Lenuccia la segue, le vive accanto annaspando, nel continuo sforzo di raggiungerla per poi riperderla, lasciarsi superare, costruendo un rapporto di amicizia femminile che va al di là della semplice emulazione adolescenziale. Mentre tutto succede, intorno a loro ruota un microcosmo umano miserabile, povero in canna e nel cuore, violento e reietto, di una irruenza non benevola, sempre pronto a far scintillare la lama di un serramanico, scattante solo nel punire, nel vendicarsi. Famiglie anaffettive, torve sulla propria amarezza di vivere, troppo concentrate su questa disgraziata sorte per poter pensare ai propri figli. Lenuccia sentirà la sua bravura a scuola come una colpa, come un nuovo gravare sulla già misera condizione.Lila sarà scaraventa dalla finestra di casa come una vecchia cosa usurata dal tempo.

Le madri sono ostili, feroci, hanno occhi folli dove anche la disperazione ha ormai disertato, sono meduse cattive con tentacoli di offese, mute, dure, figure terribili che solo Elsa Morante, in passato è riuscita a raccontare con tanta gelida partecipazione emotiva. Vite avvolte da un livore grave e sommesso, abiti che stanno ormai troppo stretti, amori da consumare nel tempo stretto e concitato di un ballo casalingo domenicale. Matrimoni da combinare, infelicità da programmare per salvare le famiglie, malelingue da zittire. Nel mezzo di tutto questo scorrono le storie, l’intreccio di sensazioni femminili che Elena Ferrante sa rendere racconto infinito, piccole magie in un mondo abbrutito.

Elena Ferrante, “L’amica geniale”, e/o 2011
Giudizio: 4 / 5 – Piccole donne meravigliano
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∞ Adolescenti inquieti ∞
di Angela Catrani

Affrontare un libro di Amos Oz richiede tempo e pazienza, un tempo anche di meditazione, di silenzio e di ascolto. Perché i testi di Oz sono difficili, intervallati da più voci, da quelle tante voci e culture e lingue che formano lo Stato di Israele, questo Paese così particolare, sorto dalle ceneri e dalle distruzioni, nato sgomitando e procurando dolore, prima di tutto a se stesso, con questa sua gestazione lunga, faticosa ed estremamente complessa, e non ancora terminata.

E in fondo in questo suo “Una pace perfetta” si parla di nascite, tante quante sono i suoi numerosi attori. All’inizio si è tentati di pensare che il protagonista sia Yonatan, ragazzo nato e cresciuto in un kibbutz, giovane indolente e ribelle, alla ricerca di quel sé distorto e confuso, chiuso tra le quattro pareti del piccolo villaggio, che aspira alla libertà, a un viaggio oltre i confini, oltre al dolore sordo di cui non è nemmeno pienamente consapevole. In realtà, poi, si coglie come una percezione di altrimenti e ci si rende conto che le tante voci che compongono questo bellissimo romanzo sono le vere protagoniste. Le voci: questi pensieri vaghi, indistinti, mobili, come la sabbia del deserto che ricopre tutto, soprattutto i sentimenti.

Si parla di dolore, in questo libro, di un dolore indistinto e confuso, di un dolore colpevole e pieno, che riempie di sé ogni momento della giornata, ogni alba e ogni tramonto, ogni profumo, e ogni attesa. Yonatan soffre, e non sa nemmeno lui cosa lo renda così triste, apatico, depresso, scostante, deluso. Non ha confini e nemmeno li cerca. Però vuole fuggire da questo ambiente ristretto e chiuso, dalla moglie non amata, fredda come un cadavere, dai genitori opprimenti e incombenti, onnipotenti. E vuole fuggire dall’inverno freddo, piovoso e fangoso, prima che un gesto disperato non lo ponga alla berlina, come ha fatto il suo forse vero padre, prima che lui nascesse, incapace persino di uccidere davvero. Quando nel kibbutz arriva Azariah, giovanissimo profugo russo dalle mille peripezie, orfano, logorroico, ridicolo, bisognoso di affetto e di attenzioni, Yonatan si rilassa: ha trovato un sostituto per il suo letto e per le sbadate attenzioni di Rimona, sua moglie, dolce e svagata ragazza, immersa nel dolore per la morte della loro bambina.

E così Yonatan parte alla ricerca della sua libertà. E così il kibbutz si scuote dal torpore e rimette in moto forze ed energie. Un piccolo evento come la sparizione di Yonatan, che sarebbe potuta passare sotto silenzio nel rispetto delle sue dichiarate intenzioni, fa da spinta propulsiva per un rinnovamento generale, per un ripensamento di se stesso, sull’onda emotiva che la fuga del ragazzo ha creato.

Gli adolescenti sono inquieti perché ancora non sanno chi sono e chi vogliono essere, e si ribellano e si disperano e ambiscono a un posto che sia solo il loro, in cui potersi esprimere e dichiarare. Ebbene, in questo romanzo adolescente è Yonatan, e Azariah, e Rimona e Udi e Eitan (i giovani del kibbutz), ma adolescente è anche lo spirito che pervade lo Stato di Israele, ribelle e incostante, indeciso e distruttivo.

Oz non va letto pensando di poter capire subito tutto. Va letto come un racconto orale, con il narratore che si mette a fare le voci diverse per ogni protagonista, va letto nel vento e nella pioggia, che smorzano le grida e i sussulti, va letto sotto le coperte per non farsi troppo male, va letto adagio, immergendosi tra il pianto e il dolore di chi non ha più voce.

Amos Oz, “Una pace perfetta”, Feltrinelli 2009
Giudizio:
4 / 5 – Romanzo corale
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I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Donato Carrisi, “Il tribunale delle anime”, Longanesi 2011
IL SAGGIO: Vittorio Vidotto (a cura di), “Atlante del Ventesimo secolo. I documenti essenziali 1946-1968”, Laterza 2011
IL CLASSICO: Emile Zola, “Germinal”, q.e.

LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (ibs.it)
1. Fabio Volo, “Le prime luci del mattino”, Mondadori 2011
2. Walter Isaacson, “Steve Jobs”, Mondadori 2011
3. Marcello Simoni, “Il mercante di libri maledetti”, Newton e Compton 2011

30 ANNI SENZA BRASSENS… IL RICORDO DI STATO QUOTIDIANO
Mourir pour des idées [Morire per delle idee]
(testo: Georges Brassens, traduzione: Fabrizio De André)
Morire per delle idee, l’idea è affascinante
per poco io morivo senza averla mai avuta,
perchè chi ce l’aveva, una folla di gente,
gridando “viva la morte” proprio addosso mi è caduta.
Mi avevano convinto e la mia musa insolente
abiurando i suoi errori, aderì alla loro fede
dicendomi peraltro in separata sede
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè,
ma di morte lenta.

Approfittando di non essere fragilissimi di cuore
andiamo all’altro mondo bighellonando un poco
perchè forzando il passo succede che si muore
per delle idee che non han più corso il giorno dopo.
Ora se c’è una cosa amara, desolante
è quella di capire all’ultimo momento
che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè,
ma di morte lenta.

Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio
lo predicano spesso per novant’anni almeno.
Morire per delle idee sarà il caso di dirlo
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno.
E sotto ogni bandiera li vediamo superare
il buon matusalemme nella longevità
per conto mio si dicono in tutta intimità
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè,
ma di morte lenta.

A chi va poi cercando verità meno fittizie
ogni tipo di setta offre moventi originali
e la scelta è imbarazzante per le vittime novizie
morire per delle idee è molto bello ma per quali.
E il vecchio che si porta già i fiori sulla tomba
vedendole venire dietro il grande stendardo
pensa “speriamo bene che arrivino in ritardo”
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta, va bè,
ma di morte lenta

E voi gli sputafuoco, e voi i nuovi santi
crepate pure per primi noi vi cediamo il passo
però per gentilezza lasciate vivere gli altri
la vita è grosso modo il loro unico lusso
tanto più che la carogna è già abbastanza attenta
non c’è nessun bisogno di reggerle la falce
basta con le garrote in nome della pace
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta,
ma di morte lenta.


PER SAPERNE DI PIU’…
Georges Brassens, “Le strade che non portano a Roma. Riflessioni e massime d’un libertario”, Coniglio 2009
Gianfranco Brevetto (a cura di), “Georges Brassens. Una cattiva reputazione”, Aracne 2007
Nanni Svampa, ” W Brassens. I testi delle canzoni in milanese e in italiano”, Lampi di Stampa 2006

Macondo-la città dei libri ultima modifica: 2011-10-29T00:08:31+00:00 da Redazione



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